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ANDATA E RITORNO AL “CINEMA”: UNA CONVERSAZIONE CON MASSIMILIANO BRUNO

Il ritratto e i pensieri di uno dei registi più originali della commedia italiana. Dal 29 Ottobre nelle sale con “Ritorno al crimine”: un “action-comedy”, tra il fantasy e il poliziesco

@gentedellanotte.it

Spesso capita di imbattersi in persone che non avresti mai pensato di conoscere. Spesso sono proprio quelle che ti colpiscono e, direttamente o meno, ti insegnano qualcosa. Succede così, che ti ritrovi a Roma in un tiepido martedì di Ottobre: sveglia presto e tanta curiosità. E permettetemi di dire, anche un po’ di orgoglio nel riuscire a soddisfare, un piccolo desiderio. Orgoglio nel poter liberamente conversare di qualsiasi argomento, senza il giogo di un retaggio o di un vincolo “editoriale”: in estrema sintesi, libertà. Libertà di chiedere e ricevere risposte mai asettiche o fisse; bensì creatrici di ulteriori digressioni, di altri mille punti interrogativi.  

Con Massimiliano “Max” Bruno è andata così: disponibilità e gentilezza. E anche un messaggio inviatomi come promemoria, a dimostrazione di quanto siano atipiche in un certo modo, la figura e l’umanità del regista romano. Insomma, se Bruno chiama devi rispondere. Ne varrà sicuramente la pena. Da “Nessuno mi può giudicare” a “Beata ignoranza”, passando per “Viva l’Italia”; nelle vesti di attore in fortunate serie tv come “Boris” e “L’ispettore Coliandro”: da un lato e dall’altro della macchina da presa, Massimiliano Bruno riesce tuttora a stupirci e a farci riflettere.

Ci ritroviamo nel suo appartamento: Max mi ha accolto sorridente come al solito, con Kobe Bryant sulla t-shirt, mascherina alzata e porgendomi il gomito (visti i tempi). Lo ringrazio per avermi concesso il suo tempo, soprattutto di mattina presto. Mi dice che va bene, in quanto si sveglia sempre di buona lena: c’è molto da fare e da lavorare. E soprattutto, c’è un film che scalpita da Marzo scorso per uscire nelle sale: parliamo ovviamente, di “Ritorno al crimine”. Mi sento del tutto impacciato perché è la prima volta che intervisto, di persona, qualcuno. Gli spiego quello che ho in mente: un viaggio attraverso alcuni dei suoi lavori più noti, soffermandomi tra passato e presente. Con lo sguardo teso ad un domani, per tutti noi, difficile da delineare. Una volta fatto questo, accendo il registratore e passo la parola al mio interlocutore.

Questo, è ciò che mi ha detto. Buona lettura!

-Che cosa ti ha spinto ad intraprendere la strada del teatro e del cinema? Da dove è nato tutto e come riesci a rinnovare questa passione, giorno dopo giorno?

Io sono cresciuto nella Roma degli anni ’70 e ’80: una Roma politicizzata dove c’erano i fascisti e i comunisti, i compagni e i camerati. L’impianto culturale te lo dovevi realizzare da solo perché c’era solo la televisione, a proporti qualcosa. Ricordo che c’era un piccolo teatro di quartiere (il Teatro delle Muse) e un paio di cinema che adesso non esistono più. Un giorno il mio professore di storia e filosofia, al liceo, ci incoraggiò ad andare al cinema e a teatro. Andai così all’allora teatro “Giulio Cesare” (adesso è un cinema) dove c’era un attore, si chiamava Bosetti, che proponeva gli spettacoli di Beckett; Shakespeare; i “sei personaggi in cerca di autore”: andai a vedere le pomeridiane. In questo modo mi son fatto un po’ di cultura personale e da qui è nata la passione. Ho pensato fosse un bellissimo lavoro, anche se il mio imprinting familiare era più serio: mio padre era un avvocato e mia madre un insegnante, i miei fratelli sono diventati avvocati o notai. Ci si aspettava un dottore ma io non mi sono laureato e ho dedicato anima e corpo allo studio della scrittura teatrale e cinematografica, la regia e la recitazione. È stato un percorso lungo e faticoso perché io ho incominciato a raccogliere i frutti del mio lavoro verso i 35 anni, ho investito la mia vita in questo. La passione te la rinnovano gli altri, con le loro vite: ci appassioniamo ad una storia perché la si legge sui giornali, perché ce la raccontano. I personaggi di un film devono sempre essere reali e veri; così ti identifichi nella vita degli altri a partire dalla tua: io ho scritto un libro in cui racconto fondamentalmente la mia storia attraverso gli occhi di un altro. La passione si rinnova andando al cinema, al teatro, leggendo libri, parlando con tutti. Io faccio amicizia con persone di vent’anni come con quelle di settanta! Con un signore anziano, in palestra, mi intrattenevo a parlare di politica e parallelamente con un allievo della mia scuola mi intrattengo ad ascoltare le sue problematiche. Sono un uomo empatico e questo aiuta molto, in questo tipo di lavoro.

In occasione di “Nessuno mi può giudicare”: P.Cortellesi; M. Bruno; R. Bova; R. Papaleo. @indieeye

-Il tuo percorso cinematografico, come regista, parte nel 2011. Dopo diversi anni trascorsi nei teatri, approdi nelle sale italiane con la tua opera prima: “Nessuno mi può giudicare”. Il film è subito un successo (candidato a cinque David di Donatello e vincitore del Nastro d’Argento come Miglior film). Che cosa ha rappresentato per te tutto questo?

È stato un punto di arrivo: di solito i punti di arrivo sono contemporaneamente dei punti di partenza. Il punto di arrivo di quella stella che ho visto cadere a 16 anni, la notte di San Lorenzo; quando espressi il desiderio di diventare regista cinematografico e poi, a 40 anni si è realizzato. Da lì son partiti altri sogni che non dico altrimenti non si avverano. Un sogno molto bello, una commedia che fa molto ridere ma che ha anche una profondità: è difficile che attori vincano per una commedia. Quando Paola ha vinto quel premio (Miglior attrice) dinanzi a tante attrici impegnate in ruoli drammatici è stata una grande realizzazione. Vincere come miglior commedia i Nastri d’argento, i Golden Globe dalla stampa internazionale, è stata una soddisfazione. Però, al di là del riconoscimento dei premi che è relativo, c’è stato un riconoscimento del pubblico (più importante per me). Il riconoscimento di un film che è diventato un piccolo cult, un evergreen che fa sempre tanti ascolti quando viene mandato in onda. Come anche “Notte prima degli esami” (scritto da Massimiliano Bruno insieme a Fausto Brizzi), che è diventato un po’ il portafortuna per chi è alla maturità. È stato il coronamento di un lavoro durato vent’anni: ho iniziato dapprima in parrocchia; nei teatri off romani, poi nei teatri più grandi; ho scritto per trasmissioni, per film di altri; scritto per serie tv. Ho fatto tutte le tappe che secondo me si devono fare; se ci avessi messo dieci anni di meno sarebbe stato meglio! (ride). In un altro paese ci avrei messo di meno ma va bene così, in Italia si arriva spesso un po’ tardi a realizzare certi sogni.

Dopo “Nessuno mi può giudicare” arriva “Viva l’Italia”: un ritratto spietato, amaro e ironico sulle contraddizioni, le debolezze ed anche le potenzialità di questo nostro Paese. Secondo te cosa succederebbe se domani, un politico influente come Michele Spagnolo (alias Michele Placido nel film), si svegliasse con l’incapacità di mentire e il desiderio di dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”? Dovremmo preoccuparci?

Dopo aver realizzato questo film, sono usciti un paio di leader che ricordano molto Michele Spagnolo. Se tu pensi a Trump…gli escono delle cose dalla bocca “come scoregge”: certe volte dice delle cose che un capo di Stato non può dire; delle cose a tratti naziste. La differenza è che Michele, nella sua malattia, diceva la verità sottolineando i fatti reali (quello ruba, mia nuora è una “poco di buono”). I politici come Trump o Kim Jong-un, hanno un pensiero dietro che è distruttivo. In Italia oggi non saprei…magari sarebbe stato più grave se fosse successo negli anni ’70. Se Andreotti, Craxi, Fanfani, avessero detto tutte le malefatte della P2 o i segreti di Ustica. Se avessero parlato di Gladio, della strage di Bologna. Adesso succede ben poco, vi è una tale pochezza di contenuti ed è arrivata una classe politica che non ha studiato per fare il politico. Quindi c’è un po’ di qualunquismo, di uomo qualunque: poi certe volte a questi la verità gli scappa, nel bene e nel male. Ad ogni modo, il periodo peggiore sarebbe stato quello degli anni ‘70-‘80-’90 o se fosse capitato a Berlusconi: sarebbe finito politicamente molto prima.

@IlSussidiario.net

-Parlando di “Viva l’Italia”, penso a ciò che mi sovviene ogni volta che ho la possibilità di vedere un tuo lavoro: viene data molta importanza all’uomo, puro e semplice. Non mostri nessuna remora a mettere in scena le ansie, le paure e le vigliaccherie; così come la tenacia. Il coraggio di affrontare la vita per te, dove si acquista? Come si accettano i pro e i contro del quotidiano?

Il coraggio di affrontare la vita lo devi prendere da te stesso, dalla tua curiosità. Penso che la vita sia un grande puzzle che tu devi avere il coraggio di non finire mai; io spero che quando morirò, morirò con la curiosità di conoscere qualcosa che non ho fatto in tempo a conoscere. Un puzzle in cui si strutturano immagini che continuano all’infinito: questo me lo ha insegnato l’arte, la mia eredità è quella della commedia italiana. Mi ha insegnato la vita ne “Il sorpasso” (D. Risi), dove Vittorio Gassman dà il passaggio a questo giovane studente: gli fa vedere un tipo di vita ma per colpa della sua arroganza nel guidare, il giovane muore. Mi ha fatto vedere la vigliaccheria e il coraggio prima della morte ne “La grande guerra” (M. Monicelli) con Alberto Sordi. Un film in particolare di Ettore Scola, “C’eravamo tanto amati”, mi ha insegnato quanto sia difficile crescere e quanto, pur di affermarsi, si modificano i propri ideali: appoggiandosi a dei pensieri che non ci appartengono. La malinconia e l’amarezza sta proprio nel fatto che poi, un bel giorno ci si risveglia più grandi, ci si guarda indietro e si capisce di aver tradito se stessi. La vita è bella perché ti permette di sbagliare moltissimo. Sbagliare ti dà la possibilità di affrontare gli errori e riparare ai danni, che è un gran bel modo di vivere alternato al fatto che ogni tanto devi azzeccare qualcosa. Non si può fare tutto bene, però credo che la vita bisogna avere il coraggio di prenderla così com’è. Un mio caro amico mi ha raccontato che lui vede la morte come qualcosa che sta affianco a noi, come una persona a cui far vedere quanto valga la pena vivere. E quindi non la vive come un nemico; quando non avrà più niente da far vedere comincerà questo “amico” a fargli vedere i motivi per cui vale la pena morire.

Agganciandomi al coraggio, ne “Gli ultimi saranno gli ultimi”, ci hai donato una splendida Paola Cortellesi nei panni di una donna audace e lottatrice. Una donna che non si piega dinanzi a niente e a nessuno; disposta a qualsiasi azione pur di salvaguardare la propria dignità e il proprio futuro. Cosa pensi si possa fare oggi in Italia, per restituire dignità ai lavoratori? Il ruolo di una donna come quella dipinta nel tuo film, come può essere rivendicato e difeso?

Son due argomenti diversi: i lavoratori stanno attraversando un momento difficile perché la tecnologia e l’avanzamento dell’essere umano ci insegnano che i tipi di lavori cambiano; non esiste più il maniscalco ma il programmatore di pc. Il tipo di cultura che c’è nel mondo mi suggerisce che bisognerebbe insegnare ai ragazzi, fin da piccoli, ad essere autosufficienti, combattivi e competitivi nel mondo del lavoro. Se uno ne sa molto di una determinata materia certamente troverà lavoro, il problema è che: per mille persone che ci sono per cento posti di lavoro, la giustizia sociale ti dice che passano i 100 migliori, diciamo 99 perché c’è sempre qualcuno aiutato. Un mondo molto competitivo, nell’ordine delle cose e del capitalismo: chi funziona va avanti, altrimenti rimane al palo. È spietata la vita e poco assistenzialista per quanto riguarda il mondo del lavoro. Il discorso della donna è differente: tartassata dalla cultura degli ultimi tremila anni, dalle religioni. Nessuna religione conferisce alla donna una dignità pari all’uomo e la religione in questi anni ha fatto cultura: compresa quella nel nostro Paese. Si parte dalla distruzione della sessualità femminile: Gesù Cristo, purtroppo, non nasce da un rapporto sessuale ma per opera dello Spirito Santo. Questo è un messaggio terribile: le donne non sono mucche e gli uomini non sono animali. No, l’animale non può scegliere ha solo l’istinto: noi possiamo scegliere se uccidere o meno, se mangiare il panino cancerogeno oppure no.

P. Cortellesi in “Gli ultimi saranno gli ultimi”@Tvzap

La religione alla donna non ha dato scelta, per colpa delle religioni vediamo donne costrette a stare in casa, a cucinare; altre costrette a mettersi un velo in faccia ed altre ancora che devono piegarsi a meccanismi come l’infibulazione, perché è peccato provare piacere. Un impianto culturale che se ci ha messo tremila anni ad attecchire, bisogna iniziare a destrutturarlo in modo che tra duemila anni la donna non abbia tutti sti problemi. Di conseguenza tutto quello che succede è a catena: ecco perché sono meno pagate sul lavoro o un uomo che guadagna meno della moglie va in crisi. Ma non siamo più scimmioni: ci siamo evoluti, abbiamo un cervello. Questo è quello che spero avvenga in futuro sia per le donne che per gli uomini: le prime, perché potranno avere finalmente la libertà di essere diverse ma uguali. Diverse nell’accezione fisica di uomo e donna e uguali perché avranno davvero pari diritti. E l’uomo perché smetterebbe di avere questo pensiero annullante nei confronti delle donne, che crea frustrazione. La donna per me è l’immagine a cui tendere, l’uomo ha un immagine femminile che non riesce a raggiungere se in quell’ immagine c’è la religione. Per me l’immagine migliore di una donna è una puttana: la puttana è un’immagine migliore della suora: sceglierei tutta la vita una puttana invece che una suora. Traslato, vuol dire una donna che vive la propria sessualità, che se si rompe i coglioni di star con un uomo gli dice addio. Rispetto ad una donna che è una brava ragazza di famiglia; che sta a casa e cucina; che si fa i fatti suoi…che palle. Con il risultato che l’uomo cede al tradimento e nessuno dei due è felice. Meglio una coppia felicemente divorziata che una coppia che rimane insieme senza volersi. Quindi anche la convenzione del “fare i figli”, di sistemarsi: io non ci sto. Ad un figlio devi sapere cosa dire, cosa insegnare. In giro è pieno di stronzetti figli di stronzoni (sia maschi che femmine): meglio non fare figli che fare figli matti. Purtroppo de stronzi che si accoppiano è pieno.

Penso al caso del povero Willy Duarte: sicuramente gli assassini erano stronzetti figli di stronzoni…

Beh abbiamo visto, il padre e il fratello sono andati a dire che non fa nulla perché tanto va bene ammazzare di botte un negro: non può essere un reato. Ecco, tu padre hai un figlio che è uscito così gelido perché i genitori erano gelidi: alcuni riescono a reagire, altri no. Non è il caso di quei due imbecilli. Siamo circondati da queste persone che purtroppo si tatuano sulla pancia “famiglia… se un familiare è uno stronzo diventa un nemico. La famiglia e il sangue sono concetti atavici, sangue del mio sangue un cazzo…chi conosco da sei mesi può essere più amico di un genitore o fratello che si comporta male. Chi si comporta in determinati modi va allontanato anche se porta il tuo stesso cognome. È gente che ha un pensiero distruttivo: loro hanno sposato una mentalità e un pensiero freddo. La responsabilità è di quei ragazzi e basta: anaffettivi che non hanno sentito nemmeno il bisogno di fermarsi, perché gli saltavano addosso.

Il frutto di una disaffezione sociale dunque. Viviamo nell’epoca della frivolezza insita nei rapporti interpersonali: la società liquida teorizzata da Bauman, è qui. Penso alla coppia massacrata a Lecce o ai “no mask” e “no vax” vari, che non hanno un vero interesse collettivo.

A tutto questo viene data una grossa attenzione mediatica: 200 anni fa se fosse successo un fatto analogo a quello accaduto al povero Willy, non si sarebbe saputo. È conseguenza di una cultura, del sopraffare l’altro…ti insegnano quello. In tempo di guerra i soldati di qualsiasi nazione entrando in uno Stato, stupravano le donne. Vuol dire che tu dentro hai, come diceva Buffon, una pattumiera.

-In relazione al messaggio che lanci attraverso le tue opere, il fulcro di questa nostra intervista vuole essere proprio il cinema. Inteso come luogo e mezzo per infondere speranza, rivoluzionare e appassionare: almeno per come lo intendo io. Adesso si risveglia a passi timidi ma l’emergenza sanitaria e il lockdown ci ha lasciato orfani, per un po’, di questo mezzo. Tuttavia, la crisi del cinema ha radici profonde: cosa pensi del fatto che chi lavora nel mondo dello spettacolo, si ritrova senza “istruzioni”? Ritieni che il cinema, cosi inteso ad inizio domanda, sia un’emergenza sociale prima che sanitaria?

Credo che il problema, come hai detto tu nella domanda, proviene da lontano. Nel momento in cui ha preso piede più il cinema di intrattenimento che quello d’ autore. C’è stata un’inversione di tendenza negli anni Novanta che comincia a segnalare una crisi reale: se un film fa ridere oppure è un filmone americano pieno di effetti speciali (come quelli sui supereroi), funziona e incassa. Mediamente invece se un film è introspettivo e ti fa fare delle domande e quindi prova a metterti in discussione, non incassa. Vi è un’avversione generale nei confronti dell’arte: l’arte viene mistificata e annacquata con qualcosa che ha a che fare molto con la televisione. Lo schermo, con i talent ad esempio, ha portato alla ribalta l’uomo qualunque, l’uomo senza qualità. Che non sa fare nulla ma che però è diventato divo: l’ immagine diventa ammirata, si hanno i fans eccetera. Una volta l’arte e il cinema, non a caso i registi venivano chiamati maestri, erano un modo per imparare qualcosa sia dell’animo umano che della cultura generale: sia che raccontassero la storia di un uomo o di una donna forti, sia che parlassero dello sviluppo culturale del Paese. Il Neorealismo ha raccontato l’Italia del dopoguerra meglio di un libro di storia: “Sciuscià” o “Ladri di bicicletta” (V. De Sica) sono meglio di un libro. Lo stesso vale per l’America, con i film sulla guerra del Vietnam: “Platoon” (O. Stone) o “Apocalypse now” (F.F. Coppola); ne potrei citare tantissimi. “The help” (T. Taylor) ti serve a comprendere che cosa era la segregazione negli Stati Uniti degli anni ‘50-‘60.

@ProgettareinEuropa.com

Il cinema aveva ed ha ancora questo compito: comprendere l’animo umano, accrescendolo anche. Quindi non è cambiato il cinema è cambiato il pubblico: il pubblico del 2020 è diverso da quello che ci poteva essere fino a 15/20 anni fa. L’istruzione scolastica è insufficiente rispetto a quella che c’era venti anni fa, prova ne è che i ragazzi escono da scuola senza avere delle conoscenze storiche e geografiche. Come fai a comprendere il mondo se non hai in mente una cartina geografica dello stesso? Come fai a capire quanto è urgente un problema se non capisci che la Libia è ad un’ora di aereo da Roma? Maggiore cultura c’è, secondo me, più armi hanno le persone per dire i propri no rispetto a delle scelte sbagliate di una lobby di potere. Mi chiedo ciò, a volte, rispetto al problema della plastica: non hanno capito che tra 150 anni crolla il pianeta? Che quell’isola di plastica che sta nel Pacifico, tra poco sarà una cosa che ti farà attraversare l’oceano, dal Portogallo fino a New York? Eppure continuiamo a bere nelle bottiglie di plastica. È come se chi governa il mondo, pensasse che siamo dei grandi peccatori e che quindi prima o poi dobbiamo morire. E siccome siamo anche vigliacchi, invece di spararci un colpo di pistola ci ammazziamo da soli, uccidendo il pianeta. Un modo di ragionare che abbiamo visto anche in occasione di questa pandemia.

Avendo avuto la possibilità di conoscerti, ho potuto assodare quanto il tuo modo di relazionarti al prossimo in modo fraterno e cordiale condizioni in qualche modo il tuo lavoro. Un approccio comico e sincero. Chiunque segua i tuoi profili social oppure veda una tua intervista, capisce subito la consistenza di questo fatto. Hai dei bellissimi rapporti con quasi tutti gli addetti del settore (attori, attrici, registi e non). Tutto questo è un pregio o un difetto? Cosa odi e cosa ami?

Nel bene e nel male, essere sinceri e provare ad essere collaborativi ti espone ad una reazione. Ovvio che se io dico che va tutto bene, ho buoni rapporti con tutti. Se magari mi permetto di sollevare qualche critica, perché c’è qualcosa che non mi torna, è ovvio che ci sarà una situazione diversa. Il mio è un carattere gioviale: sono una persona che cerca di dare fiducia. Una persona che quando presta dei soldi pensa che te li restituiranno e invece non è mai successo. Infatti quando me li chiedono decido se darli o meno: ma penso semplicemente che li sto regalando. Questo carattere ha fatto in modo che me lo mettessero nel…., ma io capisco sempre quando questo avviene. Cerco di capire se mi conviene perché spesso si può avere un tornaconto (il gioco vale la candela): 9 volte su 10 faccio finta di niente, le volte in cui non mi conviene mi batto per imporre il mio volere. Ad esempio in occasione di “Non ci resta che il crimine”, pur di farlo più velocemente possibile, mi hanno proposto un cast che secondo me avrebbe decretato l’insuccesso del film. Quindi ho detto no, chiedendo gli attori che volevo. Per questo sono stato fermo un anno; ma poi l’ho fatto.

Il lockdown ha travolto anche il tuo nuovo film, “Ritorno al crimine”. L’uscita era prevista per il 12 Marzo scorso e dopo tanta attesa, debutterà nei cinema il 29 ottobre. Quanto è stata pesante questa attesa per te? Che cosa ci aspetta con questo nuovo capitolo?

Cast “Ritorno al crimine”. G. Bevilacqua; E. Leo; M. Giallini; M. Bruno; C. Buccirosso; A. Gassman; G. Tognazzi

All’inizio non tanto: adesso però, dopo otto mesi che doveva uscire e non è uscito, ho la smania. Preferisco che esca il film, pur sapendo che c’è la prospettiva di incassare un quinto di quello che poteva fare. Il film aveva un tiro per poter fare 6 milioni, adesso l’obiettivo è farne uno/ uno e mezzo. Perché nonostante i cinema siano controllati (temperature, distanziamento etc.), il pubblico non ci va. Il cinema è cento volte più sicuro di un ristorante o di un bar, eppure questi sono pieni. E’ un discorso culturale: se la gente ha 30 euro preferisce prendere supplì e coca cola, invece che andarsi a vedere un’ opera d’arte. Il cinema non è cancerogeno rispetto a quello che spesso mangiamo. Io quest’anno ho visto tutti i film usciti nelle sale: quelli presentati al Festival di Venezia, “Tenet” (C. Nolan). Le persone mediamente non hanno un pensiero positivo sulla cultura, non scatta il sillogismo: “se conosco meglio e ho cultura, me fregano de meno”. Sta cosa no! Non ce l’hanno, perché appena hanno due lire scatta la ricarica telefonica rispetto ad un’altra stronzata, come può essere un’app. Siamo tutti rincoglioniti sul cellulare mentre nel frattempo chi ci manipola, studia. Sta a noi decidere.

Ritorno al crimine” è il secondo capitolo della saga de “Non ci resta che il crimine”. Anche qui c’è un viaggio nel tempo: nel primo film i nemici erano quelli della Banda della Magliana, adesso sono i camorristi. Il film è ambientato a Napoli: vi è sia la camorra degli anni ’80, di Raffaele Cutolo; sia la camorra di “Gomorra”, dei giorni nostri. Renatino (interpretato da Edoardo Leo) stavolta ha attraversato il buco spazio-temporale, ritrovandosi nel presente e appurando che è una follia. Si chiede “come cazzo siete diventati”: il sushi, i cellulari, Instagram, internet. È un mondo che non gli piace e cerca di adeguarsi. Secondo me è molto più avvincente e divertente rispetto al primo: un action-comedy ma anche fantasy. È un po’ un “Ritorno al futuro” mescolato con un poliziesco italiano anni ’80. Quest’anno oltre a Marco Giallini, Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi, Edoardo Leo e me, ci sono in squadra: Carlo Buccirosso, Giulia Bevilacqua e Loretta Goggi. Ci sono anche Antonio Gargiulo, Marco Esposito e Marianna Dimaso, che sono tre allievi bravissimi del mio Laboratorio di arti sceniche. Insomma è stato molto divertente girarlo e non vedo l’ora che esca sia al cinema che in televisione. Credo che il film uscirà dai primi di Febbraio su Sky Primafila, per poi approdare in primavera direttamente su Sky: il fatto è che in tv lo vedono più persone che al cinema. Il percorso dei film è molto cambiato rispetto ad anni fa: vi è il pubblico del cinema, quello delle piattaforme, e il grande pubblico di Rai Uno (nel mio caso perché faccio film in collaborazione con Rai Cinema). Il 3 novembre, infatti, è prevista una messa in onda in prima visione di “Non ci resta che il crimine”, su Rai Uno. Sarà un mese in cui mi vedrò molto sia al cinema che in televisione. Sono molto fiducioso: io ascolto ancora i vinili; il cinema un giorno diventerà qualcosa di più elitario. I film usciranno per pochi giorni come evento e poi in tv, come già è stato fatto. Non lo so…di sicuro a qualcosa bisogna pensare per fronteggiare il calo del pubblico con il Covid. Bisogna capire se il “dopo Covid” decreterà la fine di alcune sale cinematografiche o se tutto riprenderà come gli anni precedenti. Fino a Febbraio la stagione stava andando bene, è un peccato. Io ho voglia di andare al cinema!

Da diversi anni, esiste una gran bella realtà a Roma: la tua scuola. Il “Laboratorio di Arti sceniche di Massimiliano Bruno”, dove si tengono corsi di recitazione, sceneggiatura, recitazione e regia, per chiunque voglia anche solo avvicinarsi a questi temi. Vi sono soprattutto giovani: che cosa ti trasmettono i loro sforzi per tramutare in carriera, una passione? Ti fanno ben sperare per il nostro domani “culturale”?

Io li amo molto, devo dire che sono particolarmente fortunato. Quando arrivano questi ragazzi, la prima cosa che diciamo è che non è una scuola con cui entrerete nel mondo dello spettacolo. Tra tutti gli allievi uno ce la farà; trenta/quaranta tra le varie classi faticheranno tutta la vita e la maggior parte faranno altri lavori. Perché non c’è lavoro: su 60 mila persone che dicono di fare gli attori, i posti sono 2/3 mila. Quindi, innanzitutto non illudere gli allievi e insegnarli che i migliori ce la fanno: bisogna cercare di essere il migliore. Devo saper muovermi in scena, essere bello o brutto quando mi viene richiesto, devo saper parlare il dialetto altoatesino, romano e siciliano. Affrontare qualsiasi problematica, perché nell’occasione in cui il regista ti chiede qualcosa devi essere in grado di tirare fuori dal cilindro il personaggio giusto. Come il medico chirurgo prima di operare un malleolo rotto deve fare anni e anni di studio e specializzazione, lo stesso deve fare l’attore. L’attore diviene tale dopo i 30 anni, prima è istintivo: non si può pretendere a vent’anni di essere pronto. Molti hanno fretta perché vedono i film con giovani attori e vorrebbero essere al loro posto. Ma che fine hanno fatto la maggior parte degli attori nati con film in cui recitavano da adolescenti? Quanti di loro sono diventati grandi? L’uno o il due per cento, gli altri hanno smesso. Se becchi un film a 22 anni non fai la svolta; fai la svolta se andando a fare il provino sei più bravo dell’altro. Bisogna studiare e studiare tanto.

@Marin

Uno con la mia fisicità non può fare certo Raoul Bova; bisogna essere sinceri con i ragazzi. Io ho fatto sempre il caratterista, l’amico simpatico eccetera. In Italia e nel mondo il ruolo da protagonisti è per uomini e donne con una certa fisicità, tranne nei casi di comici o comiche oppure attori che hanno “illuminato” un regista. Silvio Orlando, ad esempio, scelto da Nanni Moretti come suo alter ego: in questo modo, il regista ha regalato ad un uomo con una fisicità da caratterista, una carriera da protagonista. Ma non è la norma. Non si tratta di bellezza ma di avere una caratura da protagonista; riuscire ad aumentare il carisma, saper fare quel lavoro. Toni Servillo a vent’anni non è quello di sessanta: premesso che è un uomo che è arrivato al cinema tardi, come Marco Giallini e tanti altri. Con Giallini ho lavorato quando era ragazzo, e non aveva l’esperienza che ha adesso. La bellezza di questo lavoro è che man mano che cresci migliori, se studi. Studiare, per un attore, è soprattutto farlo con se stesso. In Accademia la maggior parte del lavoro lo si fa a casa, con il tuo monologo da imparare davanti allo specchio. A scuola ti danno le nozioni e se le segui, arrivi a trent’anni che di sicuro non sarai una pippa.

Cosa vorresti vedere nel domani? Quali sono i tuoi progetti? Cambieresti qualcosa del tuo percorso oppure, come diceva Fabrizio De Andrè, “meglio trecentomila rimorsi e nessun rimpianto”?

Non mi va di dire che il futuro lo vedo nero. Non voglio essere il classico cinquantenne che parla male delle nuove generazioni: perché come in tutte le generazioni, anche in queste ci sono i geni e le teste di cazzo come c’erano negli anni ‘80 e ‘90. Quindi spero che i ragazzi facciano tesoro del patrimonio culturale che questo pianeta porta in sé; che sappiano leggere tra le righe dei libri di testo che studiano; che sappiano capire la differenza, andare alle radici per capire chi scrive cosa, in quest’epoca di fake news. Una cosa scritta non vale in assoluto: bisogna evitare di essere manipolati. Altrimenti ci ritroviamo tra dieci anni, sui libri di storia, che i fascisti erano dei benefattori e Hitler, un comico tedesco. La nostra cultura proviene dalla cultura di chi ce la tramanda, bisogna quindi essere molto severi e controllare chi la tramanda. Detto questo, il futuro è nelle nostre mani. Abbiamo tutte le carte in regola per fermare le problematiche climatiche e il declino della cultura, siamo in tempo per fare tutto: io penso che l’istinto di sopravvivenza dell’uomo possa fare la differenza. Io vedo un futuro mio in cui continuare a fare cinema e teatro, se la salute me lo permetterà. E vorrei far fiorire il Laboratorio di arti sceniche perché mi piacerebbe che diventasse una società: un punto di riferimento per i giovani. E quindi riuscire ad avere dei fondi per produrre i loro corti, i loro film e spettacoli teatrali; ho questo piccolo sogno. Non lo so, sulla frase di De Andrè: io non sono stato molto spietato con me stesso, anche se avrei dovuto esserlo di più. Ho fatto delle scelte nella mia vita personale e lavorativa, di cui la metà non rifarei. Se tornassi indietro cancellerei da Wikipedia (ringrazio tra l’altro chi mi ha creato la pagina, che non so chi sia, in cui ci sono alcune imprecisioni che correggerò), alcune cose. Certe volte le ho fatte perché avevo bisogno di lavorare, non sapendo come arrivare a fine mese all’inizio della mia carriera. Purtroppo questa è l’epoca in cui se tu fai qualcosa a venticinque anni, poi rimane per sempre; rimangono le immagini, quello che hai scritto. Ogni tanto vedo “Techetechete” e penso: “questa cazzata l’ho scritta io, menomale che non lo sa nessuno”. Sono un po’ severo con me stesso in questo momento: rifarei le cose migliori che ho fatto. Nella prossima vita vorrei avere la lucidità di dire più no: non ne ho detti a sufficienza. Magari d’ora in poi sarà diverso, adesso ho capito che devo dire i no per tutelarmi di più.

Finiamo così la nostra chiacchierata. Giusto in tempo per conciliare il nostro saluto con l’arrivo dello sceneggiatore: la giornata di Max continua. È stato tagliato molto di ciò che mi è stato raccontato, per motivi stilistici. Posso tuttavia assicurare che quanto riportato in questo articolo è fedele al nocciolo di ogni questione trattata. Quello che resta, alla fine, è la schiettezza e la trasparenza di un animo gentile e aperto; e resta anche il tempo per un’ultima considerazione sul lavoro di Massimiliano Bruno. Spesso i suoi film sono micce lanciate in aria con l’intento di svegliarci dal torpore che nasce da ciò che non vogliamo o non riusciamo a vedere, nelle nostre vite. Non hanno la pretesa di insegnarci nulla ma ci descrivono non di rado, al posto nostro. Così, tra un sorriso e una lacrima.

Buon ritorno al cinema!

di Raffaele Felline

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“IO HO PAURA MA NON SONO UN VIGLIACCO”

Il messaggio di Antonio Montinaro e le parole di suo figlio Giovanni: un’intervista “a distanza”

Antonio Montinaro non è un eroe. Antonio Montinaro è un simbolo. Ed essendo un simbolo, si porta con sé tutto un caleidoscopio di immagini e significati ben precisi; in cui rientrano a pieno titolo parole come: amore, passione, giustizia, senso dello Stato e del dovere. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che, prima di essere un simbolo è stato un uomo: un giovane uomo. L’idea di conoscere a fondo, la vita e il sacrificio di Antonio Montinaro, deriva per me da un’attrazione forte verso tutti quegli uomini che si sono impegnati fino alla fine (ciascuno nel proprio ambito), nel tentativo di rendere “questa terra bellissima”: per usare le parole di Paolo Borsellino. Una terra che non è solo la Sicilia e Palermo, ma ogni singola città fino al più piccolo paese italiano. Un’attrazione, dicevo, ma anche un interesse dettato da un sentimento di puro campanilismo: Antonio Montinaro era un ragazzo pugliese, come me.

Questo fatto, se da una parte mi porta a provare orgoglio e maggiore riconoscenza; dall’altra mi spinge a far tesoro dell’esempio portato in alto da questo uomo. Diviene un obbligo per me, aggravato dalle comuni radici territoriali condivise, ricordare e veicolare il nome di Antonio Montinaro: senza per questo, “isolarlo” da quella lunga lista di vittime innocenti di tutte le mafie. Vite spezzate dalla furia cieca e scellerata dettata dall’ansia del potere, del dominio: tante vite volate via, anche, dalla mia terra. Ho deciso così, di assolvere al compito suddetto, raccontandovi brevemente la sua storia. Per farlo, ho fatto ricorso a due elementi: le parole di Antonio registrate nell’incontro con un giornalista; e l’intervista, realizzata da me, a suo figlio Giovanni.

La vita, le idee e il sacrificio

E’ l’8 Settembre del 1962 e a Calimera, piccolo paesino del basso Salento, nasce Antonio Montinaro. Nel ricordo dei conoscenti e familiari, che continuano ininterrottamente l’opera di memoria, Antonio è un ragazzo semplice. Felice, vivace nell’infanzia come tutti e con una particolarità dimostrata sin da subito: il disprezzo per ogni tipo di ingiustizia. Non sono parole vuote o banali, soprattutto se guardiamo alle scelte compiute da Antonio, durante tutto l’arco della sua vita. Il suo obiettivo primario è quello di mettersi al servizio di tutti, al servizio di uno Stato in cui credeva: per salvaguardare la libertà e tutelare la giustizia più vera. Decide così di entrare nella Polizia di Stato, iniziando a prestare servizio nella città di Bergamo. Poi, negli anni ’80, poco più che ventenne, avviene per Antonio un incontro destinato a cambiare il corso della propria vita, conferendogli quel cambio di rotta che forse, in cuor suo, da sempre cercava. Siamo negli anni del Maxiprocesso e a Palermo, occorrono poliziotti da porre a tutori dell’ordine e come difesa alla persona dei magistrati impegnati. E’ qui che Antonio, incrocia lo sguardo di Giovanni Falcone e in quell’istante capisce di trovarsi di fronte ad un uomo diverso, fuori dal comune. Diviene per quel periodo il suo agente di scorta poi, quando arriva il momento di tornare a Bergamo, Antonio si confida con il fratello Brizio: “ho deciso di restare a Palermo. C’è questo giudice (Falcone) che è in grado di cambiare le cose”. Un atto volontario, nato dal desiderio di proteggere a tutti i costi quel grande magistrato.

@L’EcodiBergamo

Mi piace pensare che Antonio Montinaro, abbia visto negli occhi di Falcone quel faro che per lui gli era stato da guida, portandolo ad indossare la divisa da poliziotto. Un faro che avrebbe illuminato la speranza di un futuro pulito e onesto, per tutti. In poco tempo, Antonio diventa un elemento imprescindibile nella tutela del giudice Falcone, divenendone il capo-scorta. Inevitabilmente, la sua vita cambia: con i colleghi si ritrova ad affrontare i mille pericoli visibili e invisibili. Pur nella paura, nei giorni di servizio, il volto di Antonio è sempre sicuro e mai turbato. Diceva: “Se si decide di ammazzare un uomo scortato, lo si farà senza dubbio. A prescindere da quanti agenti ha al suo fianco. Ma io pecco di presunzione: se arriva un’autobomba, lì siamo sconfitti. Ma, attualmente, possediamo strumenti di sicurezza molto forti”. La consapevolezza del rischio che non ha mai scalfito o sovrastato, il senso del dovere. Anche quel 23 Maggio 1992, quando al posto di Montinaro ci sarebbe dovuto essere il suo collega Luciano Tirindelli. Quando invece che trovarsi nell’auto che chiudeva il corteo, sedeva nella prima: quel giorno la mafia colpì in pieno la Quarto Savona Quindici e con essa Antonio, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Tre giovani “grandi” uomini, tutti sotto i 30 anni. E tra di loro, due figli della mia terra: oltre a Montinaro, vi era Rocco proveniente da Triggiano, in provincia di Bari.

Come sarebbe potuto essere altrimenti? Antonio Montinaro e Giovanni Falcone procedevano di pari passo, come tutti gli altri agenti della scorta. Il loro sacrificio, che per me è un martirio, ci dimostra quanto un uomo possa essere davvero degno di definirsi tale. Quanto sia importante impegnarsi nei propri ideali e nei propri impieghi. Paolo Borsellino, nel ricordare Montinaro dopo la strage di Capaci, disse: “Il giorno prima di morire, era stato temporaneamente nella mia scorta. Mi parlò dell’orgoglio e della cura di essere la scorta di un giudice che amava”. Quanto può essere importante tutto questo; quando si concilia la speranza di un futuro migliore col senso del dovere e con gli affetti personali.

Tina e Antonio @Libera.it

Si, perché Antonio a Palermo, aveva conosciuto sua moglie Tina, che dopo Capaci ha portato e continua a portare avanti il ricordo e il messaggio di suo marito. Tina aveva sposato “tutto il pacchetto”, come ha più volte detto: era conscia del lavoro e dei grandi rischi che correva il suo uomo. Antonio questo lo sapeva benissimo e il pensiero, le ansie come le paure erano sempre rivolte alla sua famiglia. “Per uno scapolo è diverso. Per chi è sposato si ha paura di lasciare le mogli, i bambini…lasciarli soli. Si gestisce la paura in virtù della propria famiglia. Si ha paura di non avere la capacità di morire per una causa valida”. Ed è proprio il concetto di paura che Antonio ha dovuto interiorizzare e, con il quale doveva convivere. Considero queste parole, il suo testamento migliore.

“Chiunque fa questa attività, ha la possibilità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualcosa che tutti abbiamo: chi ha paura, sogna; chi ha paura, ama; chi ha paura, piange. È un sentimento umano. È la vigliaccheria che non si capisce, che non deve rientrare nell’ottica umana. Io come tutti gli uomini ho paura, indubbiamente, ma non sono un vigliacco. Me ne sarei già andato”.

La mia intervista a Giovanni

Con questo pensiero chiudo il mio discorso; passando idealmente la parola a Giovanni Montinaro che, insieme a suo fratello Gaetano è cresciuto con la stessa tenacia e gli stessi ideali: tramandati a loro dalla madre, Tina. Il 23 Maggio 1992, aveva poco più di un anno: oggi, ha la stessa età che aveva suo padre in quel giorno terribile. Gli ho rivolto domande tra passato, presente e futuro e queste, sono le sue risposte.

Giovanni, iniziamo dal tuo nome. Tuo padre rivolgeva un’attenzione e una devozione tutta personale, oserei dire viscerale, verso il giudice Falcone a cui era molto legato non solo da rapporti professionali. E così, decise di chiamarti come l’uomo che scortava: cosa si prova a portare un nome e un cognome così importanti?

Giovanni Montinaro @Tp24

Provo un grande orgoglio a essere un Montinaro, un grande orgoglio a essere il figlio di Antonio: mio padre era devoto all’antimafia prima che la stessa esistesse, la sua devozione nei confronti del Dott. Falcone era unicamente motivata da interessi professionali. Sicuramente quando si vive così a stretto contatto, nasce un rispetto reciproco ma non posso permettermi di definire questo rapporto un “amicizia”: forse proprio per questo decise di darmi questo nome. Non era il nome di un suo amico, era il nome di un italiano illustre. Cosa si prova a provare questo nome? Quasi nulla a confronto di essere un Montinaro. Alla fine se non fossi Montinaro, non mi chiamerei come il Dott. Falcone: diciamo che è un’ovvia conseguenza.

Hai conosciuto la figura di tuo padre purtroppo, in maniera indiretta. Attraverso i racconti e le memorie di quanti hanno avuto la fortuna di frequentarlo. Immagino, attraverso le parole di tua madre, dei tuoi zii o dei tuoi nonni. Che idea ti sei fatto su di lui? Che immagine ti sei costruito?

Ho sempre saputo chi era mio padre, grazie a mia madre; grazie agli amici di famiglia; sicuramente grazie alla Polizia di Stato che è sempre stata presente nella mia vita. Mio padre è un grande uomo, un grande italiano: una di quelle persone fuori dal normale; un coraggioso; un esempio per molti e sicuramente un esempio per me. Noi figli siamo la sua eredità, siamo ciò che ha lasciato su questa terra: a noi toccano unicamente gli onori. Un giorno mi complimenterò con lui per le scelte fatte e lo ringrazierò per la vita che mi ha donato.

Tua madre Tina, in varie occasioni, ha detto: “quella bomba è entrata a casa mia. La mafia è entrata e noi abbiamo ancora le schegge addosso”. Ti ritrovi in queste parole? Cosa vuol dire vivere e crescere con questa consapevolezza? Qual è il tuo atteggiamento nei confronti della vita?

Non tutti i giorni sono semplici, ma a dir la verità, crescendo mi accorgo sempre di più che non cambierei nulla della mia vita. Alla fine mio padre non cambierebbe nulla della sua: se qualche giorno è più pesante mi ripeto “che ogni persona porta il peso che può sopportare”. Alla fine siamo i figli di Antonio, abbiamo sangue forte.

In questi anni, immagino pieni di rabbia e incomprensione per te, che idea ti sei fatto su quanto avvenuto a Capaci? Così come per Paolo Borsellino, anche per Giovanni Falcone non fu solo la mano della mafia a premere il pulsante. E questo, è un pensiero diventato assai comune.

Sicuramente non è tutto come sembra, sicuramente la verità che scopriremo non sarà bella. Ma non si cerca la verità per trovare qualcosa di “bello”: si cerca la verità perché è giusto.

In una bellissima intervista ad Antonio Montinaro, tuo padre ad un certo punto dice: “se muori in Italia perché sei un poliziotto, non so fino a che punto valga la pena. In molti casi ci si dimentica delle famiglie dei poliziotti”. Secondo te, quanto c’è di vero in queste parole? Ti sei mai sentito, in qualche modo, abbandonato dallo Stato? Ritieni che tuo padre avesse perso fiducia nelle istituzioni e, in chi avrebbe dovuto proteggerlo?

@WildItaly

Mio padre era unicamente preoccupato per noi: se avesse avuto dubbi avrebbe cambiato reparto. La sua paura da bravo padre e da bravo marito, era cosa ne sarebbe stato di noi, ma a dir la verità in quel caso si sbagliava. Non siamo stati dimenticati e quelle poche volte che qualcuno ha solo provato a farlo, gli abbiamo ricordato chi siamo: l’intero popolo italiano è in debito con noi.

Tu vivi a Palermo: tua madre è rimasta lì per orgoglio, resistenza e voglia di rivalsa. Che rapporto hai con questa città e con la Sicilia? 

Sono orgoglioso di essere Siciliano e palermitano. Mi ha rovinato la vita ma ne sono orgoglioso: era nel mio destino. Ho accettato la mia terra con tutte le sue contraddizioni e siamo rimasti perché questa è casa nostra. Siamo rimasti per rendere migliore questo posto: alla fine nel nostro piccolo seguiamo le orme di mio padre, niente di più. Lui ne sarebbe orgoglioso.

Nel corso della puntata di “Atlantide”, in onda su La7, riguardo ai “retroscena” sulla strage di Capaci, tua madre Tina è intervenuta sulla questione delle scarcerazioni; definendo gli uomini di mafia, dei simboli. Affermando con forza che, in quanto tali, non possono ritornare nella città di Palermo. Anche tu, hai avuto modo di esprimerti con fermezza e chiarezza sul tema. La mia domanda è: che sensazione provi e cosa pensi riguardo al fatto che nel 2022, Giovanni Brusca tornerà ad essere un uomo libero?

Nessuna sensazione. Se dipendesse da me, butterei via la chiave ma per sua fortuna non tocca a me prendere certe decisioni. Mi auguro solo che si vada a chiudere in un “buco” molto lontano dalla Sicilia. Questa terra non si merita questi “tumori”: ormai, questa meravigliosa terra appartiene a noi.

Ho seguito la diretta che ti ha visto protagonista, sulle pagine social di WikiMafia, in occasione dell’anniversario del 23 Maggio 1992. In tale occasione, mi è piaciuta molto una tua frase, che peraltro condivido: “il Paese deve fare i conti con sé stesso”. Con cosa deve fare i conti, oggi, l’Italia?

Con tante, forse troppe, vicende. Ma per fare i conti con sé stessi si deve avere una “verità”, che io posso illudermi di sapere ma non funziona così. Solo quando avremo una verità processuale definita, potremo fare i conti con noi stessi.

Da qualche anno, esiste un’associazione che vede protagonista la tua famiglia (il presidente è Tina Montinaro), e che porta lo stesso nome del gruppo di scorta del giudice Falcone: Quarto Savona Quindici. Questa associazione, tra l’altro, ha organizzato in giro per la penisola, una mostra di ciò che resta dell’auto su cui viaggiavano i tre colleghi quel maledetto giorno di ventotto anni fa. Quali sono gli obiettivi e gli impegni di questa associazione?

È molto semplice. Il nostro obiettivo è quello di fare in modo che la nostra memoria personale diventi una memoria collettiva: perché solo tutti insieme, metteremo fine al fenomeno criminale mafioso. L’auto è uno strumento che vale più di mille parole: non è semplice per noi, dal punto di vista emotivo. Ma serve per la causa e la causa ha la priorità su tutto.

Quel che resta dell’auto su cui viaggiavano Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo @RepubblicaRoma

Tra le altre cose, io credo che Antonio Montinaro, con il suo impegno e la sua passione, abbia lasciato a tutti un importante insegnamento. Ovvero, essere in grado di distinguere tra coraggio e vigliaccheria. Cos’è per te il coraggio?

Per me il coraggio è mio padre.

Ti rivolgo una domanda che a noi giovani viene posta sempre, come un obbligo: cosa fai nella vita e cosa vuoi fare da grande? Cogliendo l’occasione, infine, di ringraziarti per la disponibilità e la gentilezza. Rivolgendoti la mia gratitudine per l’impegno con cui, voi familiari, portate in alto le vostre battaglie.

Nella vita svolgo varie attività: avendo 29 anni penso di essere già grande. Sicuramente non più un ragazzo ma magari mi sbaglio. Perciò ti dico che da grande voglio essere semplicemente felice.

Quanto mi è stato detto da Giovanni, mi conduce ad un pensiero personale che ho espresso in apertura. Antonio Montinaro, e in generale chiunque sia caduto sotto il fuoco della potenza più o meno mafiosa, non è un eroe. Non lo è perché, in questo modo, corriamo il rischio di cadere nella facile illusione letteraria che descrive personaggi con chissà quali superpoteri. Noi qui parliamo di uomini, molti dei quali giovani che hanno fatto una precisa scelta di vita che, in molti non farebbero. Quindi, per questo, sicuramente parliamo di persone straordinarie e rare ma pur sempre uomini e donne. Non eroi ma simboli e guide per la nostra vita. Perché ognuno di noi, nel proprio quotidiano, può rappresentare un cambiamento per tutti. Il maxiprocesso, ad esempio, nacque da un minuscolo ufficio per poi fare breccia nel cuore di tutti gli onesti, smuovendo le coscienze e le menti. Perché non può nascere dal nostro interno, la rivoluzione?

È necessario comprendere che ognuno di noi, in questo modo, può essere o diventare Antonio Montinaro.

di Raffaele Felline; in collaborazione con Giovanni Montinaro

@riproduzione riservata

foto di Antonio Montinaro in copertina @Libera.it

I 40 anni di “Bianco, rosso e Verdone”

Il 20 Febbraio del 1981 usciva, nelle sale italiane, “Bianco, rosso e Verdone“.

Un film cult, generazionale ed eterno. Il film dell’ingenuo e sempliciotto Mimmo; del tedioso e soffocante Furio; del disgraziato e tartassato Pasquale Amitrano.

Descrivere questa pellicola è semplice ma allo stesso tempo, può sembrare riduttivo. Non è solo un film comico: possiamo dire che c’è tutto. Il dramma, la riflessione, il realismo di un’Italia completamente lontana da quella odierna.

Bianco, rosso e Verdone” arriva dopo il successo di “Un sacco bello”. Anche qui vediamo la produzione di Sergio Leone, che come in precedenza, credeva fortemente nel talento di quel giovane attore e nella sua capacità di fotografare la realtà.
Il secondo film del comico romano, sostanzialmente, riprende nella trama l’intreccio già collaudato: troviamo infatti qui, tre personaggi per tre storie.

Se vogliamo trovare un filo conduttore che leghi questo film con il primo, o i personaggi tra di loro; possiamo parlare di poesia.

In queste storie, nelle caratteristiche dei volti interpretati e nelle situazioni, c’è tanta poesia. C’è romanticismo a tratti malato (Furio e Pasquale) , insicurezza e sogno (Mimmo). Troviamo malinconia e leggerezza.

Proprio la leggerezza ha caratterizzato per molti aspetti, la carriera cinematografica di Carlo Verdone. Come pochi, è riuscito attraverso le sue pellicole a raccontare gli italiani con i loro vizi e virtù: senza giudicare, distaccandosi da pregiudizi. Restituendo al pubblico un’immagine vera e autentica, anche se spesso “gonfiata” dalle esigenze comiche.

Carlo Verdone è riuscito e riesce a dirci chi siamo, quando torniamo a casa e ci spogliamo delle nostre vesti “sociali”. Un pò come Paolo Villaggio e il suo Fantozzi.

Indimenticabile qui, come spesso ricordiamo quando parliamo di film cult, sono le interpretazioni “altre”: quella della Sora Lella (intramontabile nonna di Mimmo) ; di Angelo Infanti (corteggiatore di Magda) ; di Mario Brega (il camionista con la ” mano de fero e de piuma”) ; di Milena Vukotic e Irina Sanpiter (Magda).

Sullo sfondo, a corollario e cornice di un quadro filmico bellissimo c’è la musica del maestro Ennio Morricone.

Bianco, rosso e Verdone” ottenne quattro nomination ai David di Donatello ma a trionfare fu una sola: Elena Fabrizi, la Sora Lella, che per la sua interpretazione ottenne il Nastro D’Argento come miglior attrice esordiente.

Inoltre questo fu l’ultimo film di Verdone e dei suoi personaggi, se si esclude “Grande, grosso e Verdone” (2008). L’attore infatti, volle cambiare registro e puntare su sceneggiature diverse, per dimostrare di essere in grado di poter fare altro.

Curiosità

– L’amico di infanzia di Carlo Verdone, Stefano Natale, passato ormai alla storia come la vera voce di Mimmo, fa la sua breve comparsa nelle fattezze del soldato che accompagna la Sora Lella su per le scale per andare a votare. Il porticato che si percorre è quello sottostante la casa di famiglia di  Verdone (la casa sopra i portici) : su Lungotevere dei Vallati.

– In un incontro con il direttore della fotografia, Luciano Tovoli, a cui ho avuto modo di partecipare personalmente, si ragionava intorno alla carriera cinematografica e ai film in cui aveva lavorato.
L’artista raccontò un paio di aneddoti inerenti alla pellicola.

Aveva ricordato i giorni afosi delle riprese con nostalgia e tenerezza, così come le grandi abbuffate sul set grazie ai miracoli culinari della Sora Lella. Era lei che cucinava per tutti: una circostanza ricordata più volte dallo stesso Verdone che afferma, di essere ingrassato un bel pò durante la lavorazione.

Inoltre, Sergio Leone aveva la fama di essere un grande “mangiatore”. Purtroppo a causa dei suoi problemi di salute, tra diabete e colesterolo alto, la moglie aveva tassativamente proibito alla troupe e al marito di mangiare in maniera sregolata e avara.

Sergio Leone

Ma Sergio Leone, il re del West, era un tipo temerario. Così, gli unici momenti (ricordava Tovoli) in cui compariva al volante della sua Mercedes bianca, erano quelli intorno all’ora di pranzo.
Una volta, per un misunderstanding, lo staff iniziò a mangiare senza di lui approfittando di tutte le prelibatezze ordinate dallo stesso regista.

Ma ad un certo punto, sull’autostrada desolata, un clacson fece bufera. Era Sergio Leone che arrivava a reclamare cibo, rivolgendo agli addetti ai lavori dediche romanesche che non riporto.

Insomma, una poesia nella poesia.
Echi di un cinema che ormai non c’è più. Che sarebbe stato bello vivere (per me, che sono arrivato tanto tempo dopo).

di Raffaele Felline

“Achtung Baby”: ovvero, la resurrezione degli U2

“It’s all right, it’s all right,
She moves in mysterious ways”

…. Lei si muove in modi misteriosi….

Ed è così che si muove “Achtung Baby”, l’album più iconico ed incantatore degli U2.
Elettronica, “schitarrate” di un The Edge in splendida forma; voce morbida e tagliente di un Bono nuovo: diverso da quello di “War“, per intenderci.

Ma soprattutto, “Achtung Babyè un meraviglioso caleidoscopio di arte e progettazione di più mani, prime fra tutte: quelle di Brian Eno.
Il re, nonchè pioniere, della musica ambiente è presente qui non solo in veste di produttore: dà anche magia alle tastiere.

Il titolo dell’album, dice tutto anche del luogo in cui fu concepito e realizzato: tra Dublino e Berlino. Pubblicato il 18 novembre 1991, e anticipato dal singolo “The Fly“, spiazzò tutti: dalla critica ai fan più affezionati. Ciò che apparve subito, fu un cambio di rotta inerente alla musicalità: dalla costruzione melodica fino a quella di scrittura.
Una scossa nell’anima di una band che veniva da un forte momento di crisi: dopo infiniti tour ricchi di successo, la fine degli anni ’80 per gli U2 è un pò drammatica.

Il bilancio è positivo ma iniziano a trasparire sentimenti contrastanti tra i membri del gruppo. Esempio di questo, è il singolo “One“: il brano, destinato a diventare un “evergreen”, nacque in un clima di divisioni e scontri ideologici.
Da una parte, Bono e The Edge erano pronti per passare all’esplorazione di nuovi mondi sonori. Dall’altra, Adam Clayton (bassista) e Larry Mullen (batterista) pressavano per restare “fedeli alla linea”.

Bono, The Edge e Brian Eno

Ci volle ancora una volta Brian Eno, a convincere gli U2 a venirsi incontro e smorzare gli animi. Così, “One“, nacque proprio da questa distinzione. E al contrario di ciò che si pensa, ovvero che essa sia una ballata romantica, il singolo racconta la dicotomia di un mondo diviso (la città di Berlino prima del crollo del muro). È una canzone di divisione che si sembra risolversi nell’unione suggerita dal titolo.

Da quest’album, ebbe vita l’impressionante e rivoluzionario “Zoo Tour, realizzato sempre con la supervisione di Eno. E come poteva non avere un tour simile, questo album?
Gli U2 si superarono anche in questa circostanza: donando al pubblico uno show mai visto prima. Ricco di effetti, colori e luci; di sound nuovi e futuristici (per l’epoca).
Lo “Zoo Tour” fece tappa anche in Italia: con date indimenticabili come quelle di Roma e Milano.

Una foto del palco dello “Zoo Tour

Dodici tracce che fanno di “Achtung Baby”, l’album che regala vette fino allora inespresse: insieme a ” War” (1983) e “The Joshua Tree” (1987).
Non a caso, la rivista “Rolling Stones” lo ha inserito al 62esimo posto della classifica dei 500 album migliori di tutti i tempi.

Curiosità

Il brano d’apertura, “Zoo Station“, fu ispirato a Bono dalla vicenda degli animali dello Zoo di Berlino. A seguito dei bombardamenti, durante la Seconda Guerra Mondiale, che distrussero parte dello zoo; diversi animali iniziarono a gironzolare tra la macerie della capitale. Liberi da catene e gabbie.
Metaforicamente, possiamo vedere gli stessi U2: pronti a liberarsi anche loro da etichette e preconcetti che fino ad allora, li avevano segnati.

di Raffaele Felline

Non a caso, il brano inizia con una sorta di “white noise” (il rumore di scarso segnale televisivo) : come se si volesse ancora una volta ribadire, la fine di una trasmissione e l’inizio di un’altra.

“La guardia sei tu. Sei tu che mi devi arrestare! “

Tra i meravigliosi ruderi di un’epoca perduta (quella dell’Antica Roma), incorniciata in quel fotogramma senza tempo che si chiama Foro Romano, troviamo Ferdinando Esposito (Totò). L’uomo, magro e spietato, è travestito da guida turistica e, d’accordo con un suo complice, abbindola beatamente i malcapitati visitatori. Avviene però che, truffato un ricco benefattore americano, Ferdinando si ripresenta al suo cospetto (ovviamente inconsapevolmente), mentre si svolge una distribuzione di pacchi alimentari alla popolazione romana meno abbiente.

Siamo nell’Italia del dopoguerra e l’America rappresenta una sorta di grande mamma. In questo contesto, vigila una guardia: Lorenzo Bottoni, alias Aldo Fabrizi. Non appena l’americano riconosce il delinquente nelle fattezze di Totò, si origina un rocambolesco e goffo inseguimento tra la guardia e il ladro.

Così, inizia appunto “Guardie e ladri” (1951), di Steno e Mario Monicelli. Un film che, a detta di alcuni critici, può considerarsi il vero prodotto di quel neorealismo cinematografico in salsa italiana.

Al centro, c’è la guardia che deve catturare e assicurare alla giustizia quel ladro, fuggito intelligentemente nella corsa poco fa richiamata.
E deve arrestarlo entro poche settimane: pena, il licenziamento. D’altro canto, il ladro non ne vuole sapere di farsi la galera perché altrimenti, alla sua famiglia, chi ci pensa?
Accade così, che a causa delle indagini di Fabrizi, le due famiglie tanto diverse tra loro fanno amicizia. E Ferdinando Esposito si ritrova (suo malgrado), a condividere un pranzo domenicale con la tremenda guardia.

Ma il film nella sua interezza, è molto più di un semplice intreccio. Al di là degli equivoci che di volta in volta si scatenano, “Guardie e ladri” ci dona interpretazioni magistrali e indimenticabili. E rappresenta un taglio con diverse concezioni.

Innanzitutto, raccontare una storia di “quasi” amicizia tra una guardia e un ladro, fu motivo di censura. Non dobbiamo scandalizzarci: erano anni assai diversi per il cinema e bastava poco per attirare le attenzioni dei moralisti (a giorni alterni). Ecco che, questo intreccio, fu motivo di tagli e aggiustamenti poiché considerato sovversivo: complici le critiche di Annibale Scicluna Sorge, un fascista maltese contrariato dalla pellicola. Era inaccettabile che una guardia potesse rapportarsi in quel modo con un criminale; così, scontrandosi con i dettami della Commissione di revisione cinematografica italiana (allora presieduta da Giulio Andreotti), il film non ottenne il visto per essere distribuito.

Una volta accontentati i potenti, iniziò a circolare nelle sale prima italiane e poi di tutto il mondo: infatti, fu tra i pochi film che, in quegli anni, ebbero così ampia risonanza in diversi Paesi.

Un’opera diversa, dirompente: anche per il personaggio interpretato da Totò. Questo fu il suo unico film, possiamo ben dirlo, che ottenne larghi consensi da parte della critica : o che almeno fu considerato realmente.
Si lodò l’estro dei registi per aver staccato dall’arte di Totò il ruolo di macchietta, di personaggio teatrale sposato con il varietà, l’ avanspettacolo. Ma Monicelli rimase deluso da questo risultato: lui, avrebbe voluto conservare ancora quell’anima originaria dell’attore napoletano.

Ad ogni modo, Totò qui è insuperabile come poche altre volte gli capitò di essere. Penso, personalmente, a “Siamo uomini o caporali?” (di Camillo Mastrocinque, 1955), in cui si rintraccia un’altra immensa interpretazione. Un taglio col passato quindi, che tuttavia non si dimentica come la scena in cui Ferdinando Esposito ruba un salame pescandolo: letteralmente. Un frame ripreso dal primo assoluto film di Totò: ” Fermo con le mani“, di Gero Zambuto (1937).

Questo ruolo, come abbiamo detto, non passò inosservato e valse all’attore il suo primo Nastro d’Argento: ottenendone solo un altro per “Uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini (1966).

Il film rientra non solo tra i più riusciti di Totò,  ( lui stesso lo preferiva a tutti i suoi lavori), ma anche tra i più celebri ed importanti del nostro cinema. Per ciò che rappresenta, considerando la propria epoca, e per il realismo a tratti malinconico e a tratti comico. È così che la pellicola, è stata inserita tra i 100 film da salvare: un elenco di opere memorabili dal 1942 al 1978.

Inoltre, “Guardie e ladri” vinse anche la Palma d’Oro al Festival del Cannes (1952), in cui subentrò in extremis, a “Lo sceicco bianco” di Federico Fellini.

Un successo di critica ma anche di pubblico: con 653.799.000 lire, divenne tra i film di maggior incasso con Totò.

Nel cast, insieme ai protagonisti già menzionati, possiamo notare: un giovanissimo Carlo Delle Piane; Ave Ninchi; Mario Castellani; Ernesto Almirante; Pietro Carloni.

di Raffaele Felline

Una magia chiamata “Nuovo Cinema Paradiso”

Qualsiasi cosa farai, amala. Come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu

Così Alfredo (Philippe Noiret) si rivolge al giovane Salvatore (Marco Leonardi), mentre si trova nella stazione di Giancaldo, a dire addio al ragazzo pieno di sogni che è pronto per lasciare i suoi affetti. Invitandolo a non ritornare e a non voltarsi indietro…

In quelle parole, qui richiamate, c’è il senso di “Nuovo Cinema Paradiso” (1988): un film ormai “cult”, destinato a lunga memoria e ad eterna bellezza. Una pellicola che ha permesso al suo regista, Giuseppe Tornatore, di spiccare il volo nel firmamento cinematografico nazionale e non.

Al centro, vi è la vita e la figura di Salvatore: il film si apre proprio con il protagonista ormai adulto e realizzato professionalmente. È diventato un famoso regista e vive a Roma: inoltre, ha mantenuto la promessa di non “voltarsi indietro“. Tuttavia, quando la compagna gli comunica di aver ricevuto una telefonata in cui si diceva che era morto un certo Alfredo, Salvatore viene colpito da un fulmine. Un fulmine che lo fa restare sveglio tutta la notte, costringendolo a ripassare la sua esistenza fino a quel momento.

Inizia allora il vero film: un totale flashback, teso a raccontare le vicende della vita di Salvatore, legate indissolubilmente alla figura di Alfredo; il proiezionista del Cinema Paradiso. Il piccolo Totò, interpretato da Salvatore Cascio, è un tipo vivace e sveglio; vive con la madre e la sorella più piccola. Il padre è partito per la guerra, da cui non farà più ritorno. Totò vive di quei sogni che solo la giovinezza sa regalare, e li vive sulle poltrone del Paradiso mentre assiste alle pellicole del suo tempo.

Ma il suo desiderio più grande è capire come avviene quella magia delle immagini e delle voci proiettate sullo schermo. Così, tra mille ostacoli e pericoli, riesce a legare la sua passione con quella di Alfredo, magistralmente e splendidamente interpretato da Philippe Noiret. Alfredo insegna a Totò come dar vita a quelle immagini; il funzionamento del video proiettore; l’utilizzo e il rischio delle pellicole infiammabili. Proprio una di queste, darà vita ad un incendio da cui Alfredo resterà vivo per miracolo: aiutato dallo stesso Totò che incurante del pericolo ha tratto in salvo l’amico-precettore. Che nel frattempo e per sempre, sarà per Totò come un secondo padre.

Da questo evento in poi, sarà Salvatore nel frattempo diventato adolescente, a prendere le redini della sala proiezioni del Nuovo Cinema Paradiso. Finché non deciderà di partire… Così quando da adulto ritorna per l’estremo saluto ad Alfredo, Salvatore ritrova vecchi volti ancora in vita: il Paradiso sta per essere demolito (bellissima la scena in cui , mentre la struttura crolla, Salvatore incrocia gli sguardi dei presenti). Il paese è cambiato, ci sono macchine nuove, giovani distratti e poca poesia. Quella stessa poesia che aveva creato nel protagonista la voglia di diventare grande. È un occasione per Salvatore, di riscoprire anche sé stesso: fare un resoconto di tutto quello che ha vinto e perso; come il ricordo del suo primo ed indimenticabile giovane amore.

Il film riesce praticamente in tutto: cast, sceneggiatura, dialoghi e soprattutto musica. Quella dell’intramontabile maestro, Ennio Morricone. “Nuovo Cinema Paradiso” snoda la sua trama proprio attraverso i film che Totò vede, prima, e proietta poi: film della storia, che danno il senso all’interno della sinossi del tempo che passa. Film sempre diversi: molti dei quali, hanno segnato lo stesso Tornatore per la sua professione. Si dice che, il personaggio di Alfredo si rifà al proiezionista e fotografo di Bagheria, luogo natale del regista, amico e maestro di Tornatore: Mimmo Pintacuda.

Il film, nonostante il successo raggiunto, non ha avuto un accoglienza felice all’inizio: lo stesso Tornatore ha dichiarato che non c’erano sale disponibili per proiettarlo, in quanto non interessate. Incassi pressoché nulli e scarso pubblico: solo a Messina, nella Sicilia così dettagliatamente raccontata dal film, ebbe discreta risposta.

La pellicola si compone di tre versioni: la prima di 173 minuti e presentata già nel 1988 al Festival Europa Cinema di Bari, dove raccolse favori contrastanti da parte della critica. La seconda, di 157 minuti raccoglie meno, come suddetto, nelle sale. Il produttore Franco Cristaldi e lo stesso Tornatore, decidono di tagliare ancora: realizzano una versione internazionale di 123 minuti, con la quale si presentano a Cannes vincendo il Gran Prix della Giuria. Da qui in poi, complice la risonanza di Cannes, il film inizia a circolare più velocemente e felicemente fino ad arrivare in America: vincendo l’Oscar come miglior film straniero nel 1990; un premio BAFTA e diversi Golden Globe. In patria, il David di Donatello va ad Ennio Morricone, per la colonna sonora. Solo per citare alcuni dei prestigiosi riconoscimenti vinti.

Accanto Philippe Noiret, e Marco Leonardi troviamo: Pupella Maggio (madre anziana di Totò) ; un giovane Leo Gullotta; Leopoldo Trieste nei panni del parroco; Enzo Cannavale.

Nuovo Cinema Paradiso” è un monumento e un ringraziamento al cinema: inteso nella sua purezza e nella sua forma primordiale. Luogo di magia, di sogni e speranze, di rivoluzioni e sconvolgimenti. Quella stessa realtà che oggi tanto ci manca e di cui sentiamo la necessità.
Perché i film sullo schermo ci dicono chi siamo. Ci scavano nell’intimo lasciandoci spiazzati: tutti ci siamo sentiti e vogliamo tornare presto a sentirci, come Totò.

Curiosità

Il paese descritto nel film, Giancaldo, non esiste. Giancaldo è una montagna su Bagheria: luogo in cui, gran parte delle riprese sono state realizzate.

Il gruppo progressive metal, The Dream Theater, ha inserito in un suo brano la frase pronunciata da Alfredo dopo essere diventato non vedente, a causa dell’incendio. “Ora che sono diventato cieco, ci vedo di più!“.

Nell’episodio ” Rubare la prima base“, presente nella ventunesima stagione de “I Simpson“, viene ripresa la scena finale del film con i baci tagliati. Mentre, nei titoli di coda dello stesso episodio, risuona il tema musicale di Morricone.

Nella scena finale, ad azionare la pellicola è lo stesso Giuseppe Tornatore.

di Raffaele Felline

“Medicine at Midnight”: il nuovo album dei Foo Fighters

Ad inaugurare la rubrica “sonora” di Eidos, ci sono i Foo Fighters che il 5 Febbraio scorso, hanno rilasciato il loro decimo album: “Medicine at Midnight”, prodotto dalla band statunitense e Greg Kurstin.

Dopo “Concrete and Gold” (2017), prodotto dallo stesso Kurstin, i “lottatori” ritornano sulla scena con nove brani di puro e sano rock. Rompono il silenzio, dopo una meritata pausa dal precedente tour, che li aveva visti anche sul palco del “Firenze Rocks”: e lo fanno alla loro maniera.

L’album si pone a metà strada tra il rock classico e il grunge vecchio stile. Con sonorità tuttavia atipiche per la band: utilizzo di cori femminili, seconde voci e ritmiche indirizzate verso il pop. Il singolo di lancio, “Shame Shame” è sintomatico di quanto detto: un sound completamente diverso da quelli a cui ci ha abituato Grohl e i suoi; ma non per questo meno accattivante o incisivo.

Questo cambio di sonorità, spesso accompagnato da sperimentazioni, ha sostanzialmente segnato i lavori dei Foo Fighters, a partire da “Sonic Highways” (2014) per arrivare al penultimo “Concrete and Gold” (2017). Un leggero cambio di stile che non porta ad una diminuzione del successo e del pubblico, al contrario: ognuno di questi album richiamati, vanta in bacheca numerosi “Platino” e “Oro”.

Nove brani dunque ed anche questo caratterizza le idee della band: meglio non abbondare, meglio pochi titoli ma funzionali allo scopo. Nove brani in cui si concentra tutto: i Foo Fighters di un tempo e quelli moderni.
Oltre a ” Shame Shame“, a dimostrazione di questa nuova veste musicale, troviamo singoli come: “Making a Fire“; ” Cloudspotter ” e “Medicine at Midnight“. Ma c’è spazio anche per le ballate grunge-rock: ” Waiting on War“; “Chasing Birds“; “Holding Poison“.
Il brano più in linea con l’idea che si ha dei Foo Fighters è senza dubbio ” No Son of mine“.
Il marchio di fabbrica resta invariato nei testi, scritti da Dave Grohl: autobiografici in diversi punti; graffianti e sinceri.

Un album che resta in chi lo ascolta, complici i ritornelli diretti ed orecchiabili. Sicuramente non il capolavoro della loro carriera (penso a “In your honor” o a “Wasting Lights“), ma un ottimo album. Ottimo perché la band è riuscita nell’intento di conciliare genialità sonora con scrittura: insomma, un aspetto non esclude l’altro ma tende ad inglobarlo e a dargli il giusto spazio.

Secondo Dave Grohl, “Medicine at Midnight” può essere paragonabile per le sonorità a “Let’ s Dance“(1983) di David Bowie.

E sicuramente, con tutto quello che abbiamo vissuto e viviamo, si sentiva il bisogno di una boccata d’aria di rock e di musica fatta ancora con il sudore e con l’estro.

Curiosità: Dave Grohl ha affermato che la lavorazione di “Medicine at Midnight”, ha visto subito la luce anche grazie a causa di “eventi paranormali”. Infatti, le registrazioni si sono svolte presso una vecchia abitazione ad Encino, un quartiere di Los Angeles: qui, diversi sono stati gli episodi poco chiari da un punto di vista razionale. A prova di ciò, la band ha registrato dei video che dimostrano strani eventi accaduti mentre il gruppo e lo staff tecnico erano assenti.
Una volta scoperto il passato legato alla casa- si legge sul web- il gruppo è stato costretto a firmare un accordo di non divulgazione con il proprietario“. Intenzionato a vendere l’abitazione e a non creare cattiva pubblicità. Questo ha impedito ai Foo Fighters di rendere pubbliche le riprese.

di Raffaele Felline

Come Domenico Modugno imparò a volare: da San Pietro Vernotico fino al “cielo infinito”!

@rockol.it

Al Casinò di Sanremo è tutto pronto per annunciare il vincitore dell’ottava edizione del Festival della musica italiana. E’ il 1958 e, per quella stessa musica, sarà un anno del tutto rivoluzionario: abbastanza intonato!


Tra i partecipanti ci sono diversi esordienti; tra questi: Domenico Modugno e Johnny Dorelli. I due presentano in coppia un brano scritto e composto dallo stesso Modugno e da Franco Migliacci, e già qui vi è un elemento di novità. Infatti, seppur nella sua breve esistenza, il Festival di Sanremo non aveva ancora visto gareggiare un interprete che fosse anche l’autore del brano presentato: Domenico Modugno è il primo nella storia a farlo, ed anche a vincere.


La canzone si intitola “Nel blu dipinto di blu: un titolo semplice, diretto. Il testo, soprattutto nelle strofe, è rivoluzionario: anche qui Modugno, si presenta in una veste poetica abbastanza sui generis. Basti pensare all’espressione “trapunto di stelle“, così insolita ma anche così efficace: un cielo pieno di luce, che con altre parole non avrebbe saputo descrivere. Quel “trapunto” si incastra alla perfezione tra le pieghe di un testo e di una melodia allegra, spensierata e sognante: strofe, dicevamo, che hanno uno specifico obiettivo. Raggiungere quel ritornello così liberatorio, destinato ad entrare nel mito di un’epoca e nella storia mondiale.


Eppure Domenico Modugno ha dovuto davvero imparare ad usare le proprie ali, prima di salire su quel palco e spiccare il volo. E, ancor prima di questo, accorgersi di avere quelle giuste per farlo.


Nato il 9 Gennaio del 1928 a Polignano a Mare (Bari), Domenico Modugno è figlio del Sud. Questo aspetto tenderà a solcarlo nel profondo: contribuirà a contraddistinguere la sua arte da tutte le altre e produrrà, negli anni, quella sincerità e profondità che inevitabilmente ritroveremo nelle sue canzoni. In un Sud così atavico, lontano ancora dal “progresso” post-bellico, Domenico Modugno ha respirato il primordiale, quella natura genuina della vita di paese. Quella vita contadina che alla fine, è sempre la più autentica. Romanticismo, disagio, avventure e disgrazia; in una parola: vita. Con tutto quello che essa porta con sé.


Ma come ha tradotto in arte, tutto questo, Modugno? Da dove ha attinto la sua mente, la linfa vitale? Questa forza e questa energia gli è stata data, senza dubbio, da un contesto familiare ed ambientale favorevole; ed anche dal suo paese adottivo: San Pietro Vernotico (Brindisi). Destinato a divenire per Modugno, il suo unico paese: quello a cui sempre sarà legato dai ricordi, radici, affetti e speranze.


Qui vi si trasferisce insieme a tutta la famiglia, intorno ai suoi primi cinque anni di vita. Il padre, Cosimo, è risultato vincitore di un concorso per comandante della guardia municipale della cittadina: così i Modugno, benedicendo tutto questo come una fortuna, partono da Polignano a Mare alla volta di San Pietro Vernotico. Il piccolo Domenico, che ben presto diviene “Mimino”, frequenta la scuola primaria ed entra a capofitto in quel tessuto sociale, così inedito per lui. In fondo è un bambino e, naturalmente, assorbe la vitalità e l’energia di quel suo paese insieme al dialetto locale. Sin dalla giovane età dimostra di essere molto intelligente, eccentrico, originale. L’aria che respira tra le mura domestiche è aria di musica: la mamma Pasqua ama cantare, accompagnata spesso e volentieri dal marito che suona la chitarra.

@sanpietrovernotico.com


San Pietro Vernotico è un paesino sostanzialmente contadino, dunque assorto nelle sue tradizioni; nei suoi usi; nelle sue superstizioni: così ricco di folklore, ed in questo modo appare agli occhi del giovane Mimino. Inoltre, aveva imparato dal padre la fisarmonica e con questo strumento cercò di costruirsi una prima (seppur minima) indipendenza economica: tuttavia con scarsi risultati. Infatti, le serenate che effettuava “su ordinazione” sortivano spesso l’effetto contrario: le donne si innamoravano di lui, sensuale e avvenente, invece che del committente. Committenti che, infuriati, lo mandavano via senza pagarlo. In paese, Domenico, incontra tante persone e personaggi destinati ad entrare direttamente o meno nelle sue canzoni: come “lu Frasulinu“; indimenticabile cittadino che, dopo aver scoperto il tradimento della moglie, uscì fuori di senno esibendosi in mangiate di bicchieri di vetro e di topi (stando alla tradizione orale). Figura questa, destinata ad entrare nella memoria collettiva per generazioni. Vive il contatto con la natura più vera, con il mare con cui instaura un rapporto viscerale: prova ne sono, le sue interminabili nuotate. E’ un giovane esplosivo e brillante, amico di tutti.

Ma Modugno come è stato scritto, si nutre anche dell’amore e della passione per l’arte: ed in particolare per il cinema. E il suo paese ha anche un cinema in cui poter perdersi nelle pellicole del tempo: tra neorealismo e western; tra realtà e fantasia. Lì in quel cinema, Mimino viaggia con i propri sogni e scopre la bellezza e la freschezza del suo primo e indimenticabile amore: una ragazza di sedici anni di nome Lucia che, come recitato dallo stesso Modugno nel suo primo concept album “Con l’affetto della memoria” (1971), “un pò per dispetto e un pò per gelosia” la chiamavano, la Cia. L’aspetto dell’evasione artistica, se da un lato sembra in contraddizione con una realtà contadina così tesa e attenta al quotidiano, dall’altro non stupisce poi così tanto: l’arte a San Pietro Vernotico è sempre stata al centro della collettività e della vita sociale. Diverse sono state le sale cinematografiche avvicendatesi nel corso degli anni; durante la giovinezza dello stesso Modugno diverse erano le rappresentazioni teatrali che spesso si svolgevano nella piazza principale. Con il teatro dei pupi ad esempio: sicuramente visto e rivisto dal giovane Mimino. Senza dubbio questi eventi, caratterizzano quella tensione artistica che svilupperà in Modugno la voglia di fare cinema e teatro: basti pensare alla sua interpretazione da protagonista ne il “Rinaldo in campo” (Garinei, Giovannini; 1961), espressione classica del teatro basato sui poemi o temi cavallereschi.

@gettyimages.it

Così appare ora evidente che Domenico Modugno, cantautore, lo è diventato “per caso”: lui, da grande, voleva fare l’attore. Ma San Pietro Vernotico non ha nulla da offrirgli in questo senso ed arriva per lui il momento di partire: suo padre Cosimo, gli aveva fatto capire che nel piccolo paese non potevano esserci grosse opportunità. “Posso darti solo una chitarra, niente di più“: gli aveva detto; in realtà, aveva lasciato San Pietro diverse volte. La prima volta aveva scelto la destinazione più lontana possibile dalla sua terra, ovvero Torino, convinto che lì si potesse fare cinema: è lui stesso a raccontare a Gianni Minà, di aver partecipato ad un concorso per future stelle del cinema; mandando una propria foto e duemila lire. Il concorso si rivelò una totale truffa e arrivato nel capoluogo piemontese, dovette ben presto tornare indietro. Una seconda volta per prestare servizio militare; dopo essersi lasciato alle spalle la piccola e triste parentesi torinese, Modugno ritorna nel suo paese ma non abbandonerà il desiderio di partire e realizzare i suoi sogni: quando deciderà di muoversi alla volta di Roma, per riuscire a spiccare il volo, molti dei suoi coetanei lo canzoneranno non dandogli troppa fiducia. Convince un suo vecchio amico d’infanzia, Fernando Lomascolo: “Andiamo a Roma. Io farò l’attore e tu il pittore“. L’amico lo segue, tuttavia andando incontro ad un diverso epilogo: lui, Mimino, resterà in città ospite dei monaci del Convento Camaldolese al Celio; l’amico tornerà a San Pietro Vernotico poichè senza più un soldo per mantenersi.

Il provino al CSC @sentireascoltare.com

Domenico tenta di farsi strada, di trovare una chiave di svolta per la sua vita: un’occasione. Occasione che puntualmente arriva quando vince un concorso per attori dilettanti che gli consente di oltrepassare le porte del Centro Sperimentale di Cinematografia.
Quando si presenta per sostenere il provino, Domenico Modugno improvvisa: è diverso dagli altri aspiranti in coda che ripetono pezzi di Shakespeare; non conosce cosa siano i testi classici. Giunto davanti ad un esterrefatto Luigi Zampa, recita una semplice barzelletta: banale forse ma con quel tanto che basta per suscitare ilarità e ottenere la simpatia da parte della commissione. Vince anche una borsa di studio che gli permette di poter sopportare, seppur con fatica, le spese della vita in città: alla fine risulterà il primo del suo corso.

Negli anni al CSC conosce anche la donna che diventerà la sua compagna di vita: Franca Gandolfi. Mentre al 1949 si attesta la sua prima comparsa cinematografica ne “I pompieri di Viggiù” di Mario Mattòli, in mezzo a tanti attori e attrici simbolo di quegli anni: tra cui il grande Totò.
Raggiunto questo suo primo obiettivo, Domenico Modugno tenta di racimolare qualche soldo in più facendo il “posteggiatore”: figura, ormai scomparsa, che deliziava la clientela di un ristorante cantando qualche canzone, in cambio di un pò di spicci. Così, armato di chitarra, racconta storie vere o presunte della sua terra; inizia a comporre i primi brani tutti rigorosamente nel suo dialetto salentino. Un giorno, legge di un’emittente radiofonica che provina artisti emergenti per un programma: si presenta con baffetti e chitarra ed intona il suo primissimo ed autentico componimento. Il brano si intitola “Ninna Nanna” e si apre con il grido del compratore di olive che girava per le vie del paesino salentino: “ulie ci tene ulie” (olive chi ha olive). Chi lo ascolta riconosce quell’accento come siciliano e a nulla valgono le spiegazioni del giovane: quel suo dialetto di San Pietro Vernotico sarà sempre riconosciuto come siciliano. In effetti sono dialetti con accenti e termini molto simili, quindi è facile cadere in errore: ad ogni modo, viene congedato con il più classico dei “le faremo sapere”.

Ma il destino sa essere perspicace. Lì a Roma, poco tempo dopo, sta per arrivare un artista mondiale che dovrà esibirsi in radio: ha origini siciliane e gli organizzatori vorrebbero omaggiarlo con qualcosa che sia legato alle sue radici. Non sanno chi contattare finchè non ricordano quel ragazzo coi baffetti che parlava di un certo dialetto “San Pietro” o giù di lì: quella sua “Ninna nanna” poteva bastare al loro scopo. E’ il 1953, e Frank Sinatra si trova nella capitale come ospite di Radio Scrigno: Domenico Modugno si esibisce dinanzi a lui, con quella dolce cantilena. Alla fine del brano, Sinatra ringrazia quel giovane cantante per avergli riportato alla mente i ricordi della sua infanzia; quando la star americana termina il suo show vuole avere quella canzone. La radio contatta a fatica Modugno che, per una serie di circostanze, si presenta dinanzi all’albergo in cui alloggia Sinatra quando è già troppo tardi. Invano paga un taxi, con i pochi soldi che ha, per raggiungere l’aeroporto: “the voice” è volata via. Il destino però con Domenico Modugno non ha chiuso il conto: ben presto volerà anche lui. E, come Frank Sinatra, raggiungerà l’America.

L’esibizione a Radio Scrigno e l’interesse di Sinatra gli valgono l’attenzione radiofonica che gli propone la conduzione e la preparazione di un programma, con lui stesso protagonista. “Ma dii a tutti che sei siciliano, hai i baffetti e l’aspetto di un vero siciliano. Vedrai funzionerà di più“: Modugno accetta, non vedendo vie d’uscita alla fame. Anche se in futuro, a più riprese, negherà sempre ogni appartenenza alla Sicilia, rivendicando in ogni luogo le sue origini. La trasmissione radiofonica si chiamerà “Ammuri…ammuri” ed in coppia con Franca Gandolfi sarà quell’ulteriore trampolino di lancio di cui aveva bisogno. Da qui in poi nasce ufficialmente il Modugno “siciliano”: inizierà ad inventare storie fantastiche su una sua discendenza diretta da un principe zingaro e vedranno la luce, le sue prime canzoni concepite nel suo idioma originario e modificate forzatamente, per rassomigliare meglio al siciliano. Nascono così, le prime incisioni dei brani in dialetto sampietrano: “Musciu niuru” (Gatto nero); “Lu pupu” (il pupo); “Grillu ‘nnammuratu” (Grillo innamorato); “Cavaddhruzzu” (Cavalluccio); “Tambureddu” (Tamburello, una pizzica tra salentino e siciliano); solo per ricordarne alcune. Accanto a queste, i brani in siciliano che, come suddetto,molte analogie hanno con i precedenti: “Lu pisci spada“; “Lu Minaturi“; “Cavaddhru cecu de la minera“; “Cantu d’amuri“. I temi, molti dei quali folkloristici, si concentrano spesso sul mondo degli animali metaforizzato con quello di noi umani: un regno con sentimenti e verità. Ma anche suggestioni e superstizioni: il brano “Lu Scarcagnulu, ad esempio, si rifà alla leggenda del folletto malefico che non fa dormire e fa i dispetti, soprattutto di notte. Una tradizione, quasi mitica, tutta salentina e in voga ancora oggi (seppur in minima parte), proprio a San Pietro Vernotico.

@discogs.com


Parallelamente, continua l’attività cinematografica (vero scopo di Modugno) con le partecipazioni a diversi film: molti di questi, discretamente fortunati. Tuttavia, riconosce la sua bravura nel canto e nello scrivere canzoni e decide di sfruttare questa sua abilità come autore: al 1955 risale “Vecchio Frac. Al Centro Sperimentale, inoltre, ha stretto amicizia con Franco Migliacci e Riccardo Pazzaglia. Con quest’ultimo, di origini napoletane, firmerà brani divenuti poi successi come: “Io, mammeta e tu” (1955); “Strada n’fosa” e “Lazzarella” (1957); “Resta cu ‘mme” (1957).

Una precisazione, doverosa, riguarda questi primi anni di produzione musicale: Domenico Modugno incideva e cantava raramente i suoi brani, molte delle sue composizioni vennero realizzate con l’intento di farle interpretare da altri artisti. Emblematico, in tal senso, la sua collaborazione con il Festival di Napoli: in quegli anni piuttosto famoso, al pari di quello di Sanremo.

Quando con Franco Migliacci dà vita a “Nel blu dipinto di blu“, Domenico Modugno non può prevedere ciò che avrebbe scatenato. Il brano, presentato al Festival di Sanremo, cerca scarsamente l’approvazione delle case discografiche del tempo affinchè venga individuato un interprete. Nessuna di esse sembra interessata a quelle note: la canzone non viene capita fino in fondo e sembra destinata all’oblio. Ma gli organizzatori del Festival fanno sapere a Modugno che potrebbe essere lui stesso, a questo punto, ad interpretare il brano: si rifiuta, impreca dinanzi alla moglie Franca che lo convince ad accettare. “Dopotutto ami cantare e scrivere, hai già inciso qualcosa. Cosa ti costa?“. Come darle torto?

E’ così che Domenico Modugno si presenta dinanzi al pubblico curioso, in quel Festival destinato a cambiargli per sempre la vita: è elegante, con una giacca di colore azzurro pronta a perdersi nel cielo. Quando inizia a cantare, è emozionato; ma gli basta arrivare a quel ritornello per sciogliersi e ricordare tutto ciò che c’è stato prima. Domenico Modugno spalanca le braccia e inizia a volare.

@dissidenzaquotidiana.it

Al Casinò di Sanremo è tutto pronto per annunciare il vincitore dell’ottava edizione del Festival della musica italiana. E’ il 1958 e, per quella stessa musica, sarà un anno del tutto rivoluzionario. “Nel blu dipinto di blu“, pronto a passare alla storia come Volare“, diventerà in brevissimo tempo il brano più famoso in Italia e al mondo. Volerà davvero in alto e lontano: lontanissimo, fino in America. Qui, resterà in vetta alla classifica generale, per cinque settimane (un record tuttora imbattuto per il nostro Paese). In vetta alla Billboard Hot 100, la classifica dei singoli più venduti, per tredici settimane: in tutto, venderà nel mondo circa 22 milioni di copie.

Domenico Modugno è una stella. Domenico Modugno è ormai leggenda. Ma mentre tutto il mondo lo reclama, mentre gli Stati Uniti impazziscono letteralmente per lui, Mimino ha in mente solo una cosa. Ritornare a casa per festeggiare con gli amici di sempre, per riabbracciare il suo paese. San Pietro Vernotico è in preda all’isteria; la piazza principale è stracolma: sono tutti emozionati e orgogliosi di quel ragazzo che si guadagnava l’amore delle donne più belle con la fisarmonica. Che aveva viaggiato tante volte con la mente: immaginandosi lontano ma con il cuore sempre nella sua terra.

Domenico Modugno torna a San Pietro Vernotico dopo il Festival @quotidianodipuglia.it

Domenico Modugno sarebbe ritornato altre volte nella sua casa, l’avrebbe difesa in ogni intervista a dispetto di chi lo volle sempre etichettare. Domenico Modugno non ha mai dimenticato San Pietro Vernotico e non ha mai permesso a nessun altro luogo, di prendere il suo posto. Oggi, quel suo stesso paese, sembra dimenticare o meglio: sembra non voler ricordare. Non ricordare l’orgoglio, la gratitudine, il sogno. Salvo rarissime eccezioni, come: l’Associazione Culturale in suo nome, di cui è presidente il nipote, Cosimo Modugno; la compagnia di teatro amatoriale.

Piazza del Popolo con Palazzo del municipio, sede dell'”Associazione culturale Domenico Modugno @galterradeimessapi

Quel paese, sembra aver perso la consapevolezza del volo: e mentre, il migliore dei suoi figli, ci è riuscito enormemente; quel paese resta a terra. Non sapendo di possedere le stesse ali.

di Raffaele Felline

70 anni di love, love, love: Carlo Verdone è “un sacco bello”!

Istrionico, umile, geniale, il regista e attore romano non ha timore di dichiarare i suoi anni e non ha paura del tempo che passa. “Chi non vuole invecchiare non vuole vivere […] è un compleanno molto importante, però io la data la dico, non me ne vergogno”. Quest’anno ricorrono anche i 40 anni del film d’esordio, “Un sacco bello“.

by Vanity Fair

Chi di noi non si è mai ritrovato nel bel mezzo di una situazione grossolana e, fermandosi un attimo, ha avvertito un senso di dèjà-vu? Di qualcosa di cui si è avuto esperienza, qualcosa che si è visto bene già una volta, magari su uno schermo, e che paradossalmente si ripresenta suscitando ilarità e nostalgia? Quanti di noi, nella testa, conservano immagini e suoni di voci indistinguibili: alcune rilassanti, altre irritanti e pesanti? Forse siamo in minoranza. Ma sicuramente tutti hanno conosciuto e sfiorato direttamente o meno, personaggi come Mimmo, Furio, Ivano, Ruggero…sentendosi ora impacciati, ora pignoli: una volta ribelli e un’altra volta sfigati. Chi di noi non ha dimenticato gli affanni e le ansie, guardando un film di Carlo Verdone?

“’N che senso?”; “O famo strano?!”; “Magda?!”… battute eterne che etichettano un intero Paese, che fotografano un’epoca, un semplice stato d’animo. Che entrano di diritto nel parlare comune e quotidiano facendoci sentire meno amari e un po’ più umani. Dalla dolcezza “intermittente” della (nonna) Sora Lella, alla brutalità effimera del gigante buono Mario Brega: espressioni di una romanità ormai persa, ma che ancora sembra aleggiare tra le pieghe di una società che corre a velocità diverse, tra contraddizioni mai risolte. Una romanità che si eleva a simbolo delle debolezze, vigliaccherie, passioni e sogni di ognuno di noi. Perché se è vero che Roma “caput mundi”, allora vuol dire che è la stessa città a portare con sé tutto il meglio e il peggio di un popolo, incarnando pregi e difetti. Carlo Verdone si è posto questi obiettivi, raggiungendoli. Ma Carlo Verdone non lo si spiega né si descrive: lo si guarda e basta.

Ad ogni modo di lui qui, bisognerà pur scrivere. Anche perché oggi, non è un giorno qualunque: è il 17 Novembre, ci sono i suoi 70 anni ed è doveroso fermarsi a ringraziarlo. Per farlo, ho deciso di ricorrere ad un piccolo espediente: da appassionato folle del suo cinema, sento in me la forte voglia di poter raccontare e analizzare ogni sua pellicola ma il risultato sarebbe complesso e confusionario. La carriera di Carlo Verdone è stata costellata non solo da grandi successi ma anche da diverse forme ed espressioni artistiche che tuttavia sembrano avere un unico denominatore comune. Questo denominatore, per me, è rintracciabile nel suo primo film da regista, “Un sacco bello” (1980), che quest’anno raggiunge quota quaranta anni. Doppia ricorrenza dunque; doppia festa e doppi auguri per una carriera artistica che è stata davvero “troppo forte”!

Carlo Verdone con il padre Mario

Sin da piccolo, Carlo Verdone ha respirato aria di cinema, di arte: il padre Mario, esperto conoscitore e critico con la passione per il mondo futurista, stringe relazioni profonde con la maggior parte degli esponenti dell’intellettualità italiana e non, dell’epoca. Ed è proprio suo padre che sin da subito si accorge che qualcosa in quel bambino, si muove: un demone per la teatralità, l’imitazione, la commedia. È lo stesso Carlo che a più riprese ha raccontato di come, le sue prime imitazioni, nascono proprio nell’ambiente familiare: la domestica, lo zio, gli scherzi telefonici a suo padre Mario. Il salotto di casa Verdone è sempre occupato da figure eminenti del panorama artistico, come Federico Fellini: lui, ancora bambino, spia dalle vetrate questi signori austeri e colti non sapendo di respirare già la storia del nostro cinema. Come quella volta in cui andò sull’uscio di casa, per capire chi fosse quel misterioso uomo con gli occhiali da sole scuri che lo aveva spaventato; rivelandosi poi Pier Paolo Pasolini. Aria di cinema e storia: come quando scopre che la finestra della sua stanza si affaccia in via delle Zoccolette, proprio di fronte alla finestra di un’altra camera da letto. Quella del suo idolo per eccellenza: Alberto Sordi. Insomma, nella vita di Carlo Verdone c’è sempre stato il cinema come un marchio identitario, come il tratto imprescindibile di una cometa che indica la via.

Le imitazioni, dunque, sono gli strumenti che permettono al giovane futuro regista di avvicinarsi a quel mondo che gli è sempre stato accanto: imitazioni create per gioco, per far ridere i compagni di classe o i suoi parenti. Ma come spesso accade nelle storie degne di nota, saranno proprio queste imitazioni ad essere decisive per il suo futuro. Un giorno degli anni ‘70, lo spettacolo teatrale del fratello Luca (anch’egli regista) doveva esordire sul palco: nella compagnia c’era anche Carlo, che fu l’unico ad arrivare dietro le quinte. Si, perché in quell’occasione tutti i componenti diedero buca ciascuno utilizzando le scuse più disparate: chi stava male, chi non se la sentiva, chi temeva il pubblico. Il panico era totale, come anche la disperazione. Ad intervenire fu proprio Carlo che, sapendo tutte le battute del copione, impersonò tutti i protagonisti della scena. Il pubblico, dapprima scosso da quanto vedeva, si dimostrò estasiato e divertito e, per Carlo Verdone, si aprì un mondo. In quel momento capì di avere delle buone carte da giocare…il resto è storia.

by The Hotcorn

Gli anni ’70 sono stati per Verdone gli anni della gavetta: le pièce teatrali; l’attenzione della Rai e la partecipazione al programma “Non Stop”; la creazione di tutti quei personaggi rimasti incancellabili nella memoria. Sono gli anni di una prima popolarità, foriera di quelle ansie tremende che accompagneranno Verdone per tanti anni. Troppa riconoscenza e affetto per un ragazzo rimasto sempre timido ed umile. Sono anni fecondi insomma, che culminano nell’incontro esplosivo e fortunato con Sergio Leone. Il re degli “spaghetti-western”, colui che aveva rivoluzionato il cinema divenendo tra i più grandi della sua epoca e del mondo a venire, rimase colpito da quel giovane attore romano che si agitava in tv, tra uno sketches e l’altro: tanto da volerlo conoscere.

Quando la madre lo chiama per passargli Leone dall’altro capo del telefono, Carlo pensa di trovarsi dinanzi ad uno scherzo di pessimo gusto. Possibile che uno dei suoi registi preferiti voglia parlare proprio con lui? È tutto vero. I due si incontrano, comunicano tantissimo; instaurano una forte amicizia e stima reciproca finché Leone non gli propone di girare un film. “Ma io non ne sono capace”, replica Carlo; “Non preoccuparti”, risponde il maestro. Nasce così “Un sacco bello.

La sceneggiatura scorre veloce, il film risulta ai primordi come qualcosa di scoppiettante e diverso; sia Leone che Verdone sono entusiasti e fiduciosi. L’obiettivo è semplice: Verdone deve fare quello per cui è imbattibile, dare un unico volto a tanti personaggi. Al centro ci sono tre figure per tre storie che si sfiorano senza mai confondersi: il bullo Enzo, il timido e tonto Leo e l’hippie Ruggero; e poi Don Alfio, il professore borghese e autoritario, il cugino esaurito e pieno di “tic”. Ma non c’è solo Verdone a dare piglio alla creatività e a creare una pellicola destinata a divenire un “cult” indiscusso: troviamo infatti Renato Scarpa, nei panni dell’amico “complessato” costretto da Enzo ad intraprendere un viaggio in Polonia per Ferragosto. La bellissima Veronica Miriel alias Marisol, indimenticabile croce e delizia del povero Leo; la compagna di Ruggero, Fiorenza (interpretata da Isabella De Bernardi) e il padre incazzoso e burbero che ha il volto del mitico Mario Brega.

Renato Scarpa e Carlo Verdone alias Enzo

Un sacco bello” è un sacco ricco. Ricco di poesia, profondità, spensieratezza e disillusione: le tre storie, seppur diverse nei caratteri non disdegnano l’adesione ad una morale. Enzo, Leo e Ruggero sono sostanzialmente giovani soli, desiderosi di credere in qualcosa o vivere un’avventura per cui ne valga pena. Sono simboli di una generazione “post-Woodstock”, che nel bene o nel male, ha creduto e lottato per determinati ideali: è un po’ la generazione e la giovinezza dello stesso Verdone; di qualcuno che ha paura di crescere o che semplicemente non vuole farlo. Non si tratta di personaggi illusi ma di semplici sognatori: ingenui come Leo, risoluti come Ruggero o inguaribili come Enzo. Aspirazioni e attese che si confondono in una Roma così tanto ricordata dal regista: una Roma totalmente diversa da quella odierna, piena di naturalezza con pochi affanni e tanta magia. Malinconica, leggera, dolcemente cullata dalle note del compianto maestro Ennio Morricone. Si ottiene dunque un film in cui funziona tutto, dove possiamo intravedere tutte quelle componenti basilari che continuano a contraddistinguere la carriera di Carlo Verdone. Imitare la realtà per coglierne la filosofia e la poesia sottesa: i protagonisti che nascono, funzionano e comunicano perché sono veri. Come anche coloro che li accompagnano: Isabella de Bernardi, figlia dello sceneggiatore, si presentò a Verdone masticando avidamente una chewing gum. Mario Brega incrociò il regista a casa di Leone, quando piombò portando cesti di frutta e verdura, investendo Carlo di quella veemenza e fisicità che contribuì a dare un volo al papà di Ruggero. Romanità, naturalezza ed anche rovesciamento delle convenzioni. Le donne nel cinema di Verdone prendono il posto degli uomini: la femminilità viene vista come saggezza e determinazione rispetto all’apatia o all’indolenza maschile. Caratteri che possiamo tranquillamente rintracciare in Marisol o in Fiorenza. Oltre ad una serie di battute ormai scolpite nel tempo; una curiosità: l’alzata di braccia con grido incorporato del padre di Ruggero, “so’ comunista così!”, è stata totalmente improvvisata dallo stesso Brega. La scena è risultata talmente naturale e divertente che sia Verdone che Leone non se la sono sentita di stoppare o tagliare.

by Rolling Stone

40 anni dunque, dall’inizio di tutto. Dopo “Un sacco bello”, ci sarà un altro film da “one man show”, ossia “Bianco Rosso e Verdone”. Poi, la carriera di Verdone subirà un cambio di rotta ancora più decisivo (seppur con il ritorno alle origini nel 1995, con “Viaggi di nozze”): l’abbandono dell’attore sdoppiato in più parti e l’acquisizione di personaggi più statici, con al centro una sola storia. Senza per questo perdere il vigore dell’abilità di riuscire a cogliere ogni aspetto del sentire umano. E soprattutto arriverà il momento di misurarsi con il suo “padre cinematografico”, Alberto Sordi (“In viaggio con papà“-1982; “Troppo forte“-1986). Con Sordi nascerà una vera e propria amicizia, proficua e sincera tanto da spingere molti a ritenere Verdone, il naturale erede di Albertone. Teoria ogni volta respinta con forza, perché “Sordi non può avere eredi“.

by Metropolitan Magazine

Si potrebbero dire tante cose di Carlo Verdone e dei suoi film. Potremmo stare ore ed ore ad ascoltare i suoi aneddoti, i suoi racconti. Ma Verdone non lo si descrive: lo si guarda e basta. Così oggi è tempo di ringraziarlo. Così adesso, nel periodo buio che viviamo parlare dei suoi film o dei suoi personaggi credo sia terapeutico; metta insomma di buon umore. Perché 40 anni di amore e dedizione al proprio pubblico non possono passare inosservati. Perché insomma Carlo, se ci adori, “allora lo vedi che la cosa è reciproca?!”.

“Se mi chiedete qual è il più bel regalo che ho ricevuto, io rispondo il vostro affetto. È stato davvero enorme, un’onda meravigliosa che da diversi giorni mi sta avvolgendo. Grazie a tutti voi per la carità che mi avete dato, per il sostegno. Sappiate che voi volete bene a me ma anche io voglio bene a voi, perché ho dedicato tutta la mia vita al mio pubblico e voi siete il mio pubblico. Quindi grazie, grazie di cuore. Vi voglio bene.”

C. Verdone

di Raffaele Felline

I MONDI NASCOSTI DI RINO: viaggio tra i versi di un “mattatore della musica”

Se questa fosse una favola inizierebbe con “c’era una volta”, invece no. Questa storia inizia in maniera diversa perché anomala, per certi versi; rivoluzionaria, per molti; incomprensibile, per tutti. Questa storia inizia con “c’è ancora”: c’è ancora nell’aria, nelle radio in macchina, nelle cuffie e nelle teste la voce rauca e graffiante di un ragazzo che aveva compreso troppe cose. Un giovane uomo che aveva deciso di fare dell’arte una barzelletta, non minimizzandola. Aveva compreso che le parole possono essere taglienti, in qualsiasi modo le si utilizzi; aveva compreso che dare voce agli ultimi utilizzando il proprio genio come “medium”, sarebbe potuto diventare il modo più genuino di fare una rivoluzione. Una rivoluzione semplice, creata dal basso e individualmente: qualcosa per cui la musica avrebbe avuto un senso. L’ironia come mezzo, il sorriso come risultato, gli occhi aperti al mondo come fine. “C’è ancora” dunque, un ragazzo chiamato Rino.

E c’è una strada lunga e vuota, di notte. Una strada romana, la Via Nomentana che l’artista percorre quotidianamente senza problemi perché è la strada che lo conduce a casa, al suo appartamento. Quella del 2 Giugno 1981, prima che la nazione si svegli festosa per celebrare la ricorrenza repubblicana, è una notte tranquilla: Rino ha lasciato lo studio dove sta registrando il suo prossimo album (un lavoro a quattro mani con Anna Oxa), si è intrattenuto a bere qualcosa con il suo amico fraterno Bruno Franceschelli, il quale ha raccontato più volte che Rino era sobrio e stava bene. I due si salutano, dandosi un appuntamento che non verrà rispettato. “Buonanotte Bruno”- “Ciao Rino, non fare lo stronzo!”. Chissà se l’amico Franceschelli ebbe come un sesto senso. La Volvo del cantautore parte nella notte, e in quella stessa notte naufraga per sempre. Portandosi dietro la giovane vita di Rino Gaetano.

@Corriere

Perché iniziare dalla fine? Perché, come già detto, questa non è una storia come tutte le altre. E perché questo, non vuole essere un articolo banalmente biografico o commemorativo. Quando si parla di Rino Gaetano è vietato essere banali: perché la sua vita e la sua arte sono state completamente estranee a qualsiasi ricamo futile o insensato. Questo articolo vuole essere un percorso tra alcuni dei suoi tanti brani, per raccontare il “dietro le quinte” degli stessi. Alla fine di questa lettura, ciascuno potrà verificare autonomamente la consistenza di quanto scritto: al di là di complottismi e teorie oscure che, ci tengo a sottolineare, in questo lavoro non vogliono trovare spazio; seppur se ne farà menzione. Semplicemente chi vi scrive, lo fa con l’intento (lo stesso di Gaetano) di guardare oltre all’evidenza: ci sono cose, nella storia di Rino, che non possono essere liquidate a priori con l’etichetta “coincidenze”. Come lo stesso evento che causò la sua morte: Rino, in qualche modo, lo aveva previsto. Ma procediamo per gradi.

L’arte di un clown

Innanzitutto partiamo col dire che tutti i testi di Rino Gaetano non sono semplici manifesti al “non-sense”. È vero che il cantautore aveva una passione tutta particolare per le opere di Petrolini e Majakovskij i quali, dietro i componimenti schietti e satirici, a tratti sprezzanti, rintracciavano spunti per riflessioni più profonde e complesse. Ma Rino Gaetano ha fatto di più, formandosi in questo senso: ha utilizzato la canzone, in un’epoca storica difficile, come mezzo per raccontare la verità. E come? Utilizzando l’ilarità. La dissacrazione era il leit motiv che guidava il cantautore: descrivere con leggerezza esorcizzando i demoni di un’Italia, con tanti problemi e tante derive. Così quando nel 1978 esplose al Festival di Sanremo con “Gianna”, Rino Gaetano fece scalpore: frac sgraziato, con medaglie e mostrine e la tuba (datagli da Renato Zero). Per la prima volta venne pronunciata sul palco dell’Ariston, la parola “sesso”; in quel momento, con ukulele e scarpe sportive, il cantautore si presentava al pubblico nazionale come un “mattatore della musica”. Prorompente, diretto, a tratti forse arrogante. E via via che lo si ascolta nei suoi album sempre diversi, ci si accorge di quanto forte sia questo elemento. Un elemento spiegato dal fatto che Rino Gaetano era figlio del suo tempo: non dimentichiamoci, infatti, dell’aria che si respirava negli anni ‘70. Il riferimento al contesto storico è necessario se si vuole comprendere fino in fondo l’ “humus” in cui Rino Gaetano si ritrova a scrivere.

@telemania

Inoltre leggeva tantissimo, era un divoratore dei testi più disparati e soprattutto di quotidiani. “Nunntereggae più” nasce così: è un frullato di titoli e sottotitoli tratti da giornali, periodici eccetera. Con il risultato di creare un brano spensierato e allegro che produce in sequenza questi effetti: al primo ascolto passa senza lasciare traccia, la seconda volta qualcosa colpisce l’attenzione, al terzo ascolto vuoi saperne di più. Ed è così con quasi tutte le canzoni dell’artista, che resistono al tempo rimanendo attuali. Ridere della società ballando e gridando produce esattamente l’effetto contrario: quando Rino Gaetano nel brano canta “mentre vedo tante gente che non c’ha l’acqua corrente, ma chi me sente?!”, oppure, “lotteria 300 milioni, mentre il popolo si gratta”, non sta banalizzando un dato problema sociale ma sta lottando per comunicarlo. Facendolo passare per un circo musicale. Ecco perché l’ho definito un clown: perché come gli artisti circensi, sotto quel trucco divertente e sferzante, nascondeva un volto che metaforicamente era quello di tutti. E continua ad esserlo, ancora oggi. Con la sua passione riusciva ad arrivare a comprendere tanto, forse troppo. Durante un suo concerto (unico live registrato e raccolto in un album), tenutosi nel 1977 a San Cassiano (Lecce), Rino Gaetano parla del suo raccontare storie e figure del nostro mondo ed “anche di altri mondi”. A cosa si riferiva? Ci sono molti che lo vedono come un frequentatore di personaggi (a volte misteriosi), magari massoni, che avrebbero potuto in qualche modo condizionarlo. Che avrebbero potuto raccontargli eventi generali che poi, l’artista, abilmente riusciva a tessere. Capisco che questo può sembrare fantasioso o forzatamente artefatto ma il punto è che poi ci si scontra con le sue opere. Ecco quindi, qualche esempio. Ecco quindi il viaggio attraverso i mondi nascosti di Rino.

Da “Ingresso libero” a “E io ci sto”: le verità di Rino

C’è chi intravede, già nel primo album, un senso di mistero ed ermeneutica: “Ingresso libero” (1974) presenta una copertina semplice ma con la possibilità di rivelare un significato ben preciso, prevalentemente massonico. La porta chiusa ma con l’insegna che recita “Ingresso Libero”; Rino Gaetano che cammina in direzione opposta in un’immagine sfocata che potrebbe raffigurare lui come chiunque altro. Una porta in mezzo ad un muro fatto di tanti mattoncini: per alcuni, un riferimento alla società segreta dei “Liberi Muratori” (giocando col titolo). Un invito ad entrare e un rifiuto a farlo, da parte del cantautore?

@ocanerarock

Nel successivo Lp, “Mio fratello è figlio unico” (1976) si è dinanzi ad un lavoro ancora più criptico ma anche più geniale. Il brano che dà il titolo all’album, apre la tracklist ed è tra i più celebri dell’artista: la disgregazione dell’individuo nell’era del conformismo e consumismo; la perdita dell’identità. Ironia e ossimoro, in pieno stile Gaetano, già nel titolo. Ma c’è un verso in particolare che racconta altro: “mio fratello è figlio unico perché non ha mai viaggiato in seconda classe sul rapido Taranto-Ancona”. Ebbene, tra tutte le parole e le tratte ferroviarie possibili, Rino Gaetano sceglie proprio queste. Apparentemente il verso si mostra diretto, semplice e leggero ma anni dopo la sua pubblicazione la magistratura italiana scoprirà che, negli anni della strategia della tensione, i nuclei armati estremisti erano soliti nascondere e trasportare le armi per mezzo ferroviario. Indovinate, tra i treni utilizzati, su quale rapido precisamente?

Berta filava” porta con sé un altro mondo nascosto: il brano è un gioco altalenante di musica e parole, una filastrocca che mette il buon umore ed entrata di diritto tra le perle del cantautore. Ma se si analizzano nel dettaglio i versi, si colgono molteplici spunti. Ad un certo punto si pronunciano due nomi: Mario e Gino, e non sono nomi a caso.

Si pensa che qui Rino Gaetano abbia fatto implicitamente riferimento ad un fatto di cronaca che sconvolse l’Italia nel 1953: quello di Wilma Montesi. Una ragazza trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica (Roma). Dopo anni di archiviazioni e spiegazioni inverosimili, si scoprì che della morte della giovane ragazza, quasi sicuramente violentata, erano responsabili i figli di due forti esponenti politici della Dc: rispettivamente chiamati, Mario e Gino. È possibile che dietro Berta che fila ci sia il volto di chi manovra le trame del paese, “tessendo” storie cucite ad hoc per scongiurare scandali e insabbiare prove pericolose per gli equilibri nazionali? All’interno dell’album ritroviamo un altro brano abbastanza strano: “Al compleanno della zia Rosina”. Qui, viene descritta una festa in cui l’invitato (Rino Gaetano) vive un qualche tipo di malessere fisico o sociale. Accompagnate da una musica malinconica, le parole risultano incisive e nette e, sono soprattutto questi versi a risultare meno comprensibili: “vedo già la mia salma portata a spalle da gente che bestemmia, che ce l’ha con me”. Chi poteva volere il male del cantautore? I suoi brani, forse, erano tentativi di comunicare un disagio personale e privato? Oppure, sono semplici allusioni poetiche a situazioni surreali? Le speculazioni sui probabili riferimenti massonici non mancano anche qui: la costante riproposizione del termine “rosa” in diverse sue varianti, fa pensare all’ipotesi che venga richiamata la loggia massonica “Rosa dei venti”.

L’album “Aida” (1977) è tra i più incisivi e rivoluzionari lavori dell’artista: vi sono brani densi di significato come lo stesso “Aida”, donna che personifica l’Italia, raccontando la storia di un “paese diviso” che attraversa i secoli per arrivare ai giorni contemporanei all’autore; come “Fontana chiara”, secondo alcuni un riferimento alla strage di Piazza Fontana e in cui si possono sentire sul finire, parole in reverse. L’album è tutto un raccontare le vicende tragiche e oscure della nazione: “Spendi, spandi, effendi” in tal senso è peculiare. Si raccontano le speculazioni e gli affari ingenti del mondo petrolifero, che portano alla crisi mondiale e alla morte di chi non vuole adeguarsi a tale sistema. Per Rino Gaetano, il verso “ti sei fatto il palazzo sul jumbo” potrebbe riferirsi alla morte (voluta?) dell’ingegnere Enrico Mattei e su chi, da tale morte, ne ha tratto i benefici. Subito dopo infatti si dice “soltanto un litro e in cambio ti do Cristina, se vuoi la chiudo pure in monastero”: quel “Cristina” potrebbe essere il boss di Cosa Nostra Giuseppe di Cristina, implicato (si scoprirà anni dopo la pubblicazione del brano) in qualche modo nella strage del jumbo di Mattei. E quindi, chiuderlo in un monastero affinché non parli. In “Standard”, fa ancora di più: all’inizio del brano nomina praticamente quasi tutti i politici (mascherandoli dietro un accento francese) implicati nello scandalo Lockheed, che proprio in quegli anni imperversava sulle pagine italiane.

@genius

Il brano “Ok papà” è un chiaro riferimento all’americanizzazione ed anche un po’ alla standardizzazione della società italiana del tempo: con ipotetici messaggi sui mondi occulti. “Spesso il salmone e il mantecato, più è pagato più valore ha”: verso che mette in relazione l’America (salmone) e la Toscana (mantecato), regione natìa di Licio Gelli, capo della P2; a dimostrazione dello stretto rapporto occulto e potente. E ancora, in un verso tra i più criptici, ritroviamo la ferrovia come mezzo per commettere stragi e destabilizzare l’ordine pubblico: magari avallate dalla stessa America. Il verso in questione recita: “il vero metro è la ferrovia che come la CIA te po’ insegnà che la differenza, sostanziale e profonda, tra prima e seconda ci deve stà”. Versi che devono avere un significato e che non possono non destare curiosità e attenzione.

Il successivo, “Nunntereggae più” (1978), è l’album di “Gianna”: una ragazza che sta per diventare donna e vive un conflitto interiore, difficile da domare. È un album meno criptico, rispetto ai precedenti, con brani discretamente autobiografici e liberatori. Nel 1979, nell’album “Resta vile maschio, dove vai?”, troviamo un brano “Nel letto di Lucia” che per diversi ascoltatori di Rino Gaetano, sembra presentare un riferimento non solo al mondo massonico ma anche e soprattutto al controllo mondiale operato dagli Stati Uniti. “Lu-CIA”, non sarebbe altro che l’organizzazione di sicurezza statunitense, nel cui letto ritroviamo tutti: ministri imbroglioni; ombrellai (l’ombrello è un simbolo massonico); colonelli eccetera. Anche lo stesso cantautore. Il brano “Io scriverò”, ci spiega esattamente quali sono i significati dell’arte per l’autore; quale sia il suo modo di intendere la musica e la scrittura. “Io scriverò se vuoi perché non ho incontrato mai veri mattatori e veri ombrellai”; “io scriverò sul mondo e sulle sue brutture, sulla mia immagine pubblica e sulle camere oscure. Sul mio passato e sulle mie paure”. Al lettore, libera interpretazione.


E io ci sto” (1980) è l’ultimo album di Rino Gaetano: presenta un’evoluzione musicale tendente al rock leggero ma non per questo meno energico. I brani sono rabbiosi e di denuncia: su tutti spicca “Tititi” in cui Rino, quasi solo con la voce e col piano si confessa partecipando alla rabbia dell’ascoltatore per il mondo circostante. La ballata “Scusa Mary” è un altro riferimento (possibile?) all’America, ancora al centro di diverse vicende italiane: il golpe Borghese, la crisi energetica. Troviamo anche qui il Rino Gaetano dissacratore dei salotti privati (“Jet set”), o l’artista che fa un collage di vari titoli giornalistici (“Ping Pong”). Purtroppo questo, come già accennato, resta l’ultimo regalo di Rino; anche se nel corso degli anni sono usciti svariati inediti, demo e testi che continuano a stupirci.

Alla fine c’è una strada lunga e vuota, di notte. Una strada romana, la Via Nomentana: è qui che la vita di Rino si stoppa. Alle 3:55, la sua Volvo invade la carreggiata opposta scontrandosi frontalmente e violentemente contro un camion che procedeva regolarmente. L’autista ha confessato di aver visto l’auto invadere la corsia in maniera inevitabile: il conducente che il camionista non ha riconosciuto sulle prime, ha avuto solo un sussulto nello sguardo; sembrava accasciarsi. Possibile che Rino Gaetano abbia avuto un malore in quel momento? I medici non lo esclusero a priori, anche se poche prove sostenevano questa tesi. Sulla morte del giovane artista, si sono susseguite tante voci nel corso degli anni: non vogliamo qui riprendere teorie troppo complottistiche.

Un dato però resta e va riportato: l’incidente di Rino Gaetano fu oggetto di un’interrogazione parlamentare, proprio in quanto la dinamica e la modalità dei soccorsi non convincevano. Invece di un’ambulanza arrivarono i Vigili del fuoco; l’autista del camion rinvenne dalla botta in testa trovandosi completamente solo e senza aiuto medico: ma soprattutto, la sorte fu ironica paradossalmente con l’uomo che, dell’ironia, aveva fatto un’arma. Proprio nel giorno in cui si festeggia quella Repubblica sempre al centro dei suoi lavori. Anni dopo la morte di Rino, venne ritrovata una cassetta contenente la registrazione casalinga di un brano mai edito dallo stesso autore. Chiunque legga lo può liberamente ricercare: “La ballata di Renzo” racconta la storia di un giovane che viene investito da un’ auto in corsa, di notte. I soccorsi sono lenti per via dell’affollamento ospedaliero e proprio questo, cagionano la morte al giovane: una morte evitabile.

Ebbene, Rino Gaetano quella notte subì terribilmente la stessa sorte dell’uomo di cui aveva narrato gli eventi. Dei cinque ospedali che rifiutarono (molti per motivi inutili) Rino Gaetano, tre erano menzionati nel brano dell’artista. Alla fine, così come Renzo anche Rino vola via “con l’alba, alle prime luci”. Una coincidenza sconvolgente, se vogliamo vederla in questo modo.

@thevision

Questo era Rino Gaetano: in soli sei anni di produzione discografica, è riuscito a creare un mondo nuovo, personale ma comune. È riuscito a veicolare messaggi più o meno nascosti, più o meno conosciuti. Lo ha fatto con semplicità e genio, con amore e dedizione per il suo pubblico. Così, c’è ancora nell’aria quella voce rauca e graffiante; c’è ancora Gianna e Rosita; il cielo è ancora blu anche se Rino non lo vediamo. Ed è un tremendo peccato: perché in questi nostri anni e giorni affannosi e spenti, chissà cosa ci avrebbe detto quell’uomo con la tuba.

Di Rino ce n’è uno solo.

Sento che in futuro le mie canzoni verranno cantate dalle prossime generazioni che grazia alla comunicazione di massa, capiranno quello che voglio dire. Capiranno e apriranno gli occhi anziché averli pieni di sale!” (R. Gaetano- Spiaggia di Capocotta, 1979)

di Raffaele Felline

Un’agenda di colore rosso: nomi, fatti e percorsi di un “furto di Stato”

Via D’Amelio subito dopo l’esplosione @IlGiornale

Questa non è una storia facile: tuttavia, è doveroso raccontarla. Ci si ritrova dinanzi a cronache di orrore, sangue, corpi dilaniati e abitazioni divelte; ci si ritrova con mille domande e altrettanti dubbi; ci si sente quasi senza speranza, vittime inermi di qualcosa di inafferrabile e opaco. Ci sono molti nomi; ci sono testimonianze forti e spesso false; ci sono uomini di mafia e uomini di Stato. Troppe cose, per un giorno solo: quello del 19 Luglio 1992. Troppo peso, per un uomo solo: Paolo Borsellino. Troppi segreti e silenzi auto-indotti o meno: questa è la storia di un’agenda di colore rosso.

Ciao a tutti. Vado a prendere mia madre, devo portarla dal dottore”. Apre lo sportello posteriore della Croma Blindata, e lì posa la sua borsa. Un ultimo saluto. L’auto parte sgommando verso l’autostrada che conduce a Palermo. Comincia il viaggio, l’ultimo viaggio di Paolo Borsellino.[1] Prima di questo però, ve n’è erano stati tanti altri ed in particolare, quelli effettuati nei 57 giorni che separano la strage di Via D’Amelio da quella di Capaci. Riavvolgiamo brevemente il nastro, dunque: perché Borsellino non muore per una vendetta della mafia. Muore perché come mai nessuno aveva fatto prima, ha scoperto quello che non poteva essere rivelato; come l’origine di un patto destinato a dare vita ed a condizionare la Seconda Repubblica.

Paolo Borsellino nel Palazzo di Giustizia di Palermo @Corriere.it

Intorno alla metà di giugno, testimonia la moglie Agnese Piraino Leto (deceduta il 5 Maggio 2013 per un male incurabile), Borsellino giunge a conoscenza del fatto che esiste “un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”. È lui stesso a confessarlo alla moglie, dicendole anche di aver visto la “mafia in diretta”. In quei giorni, antecedenti la strage di Via D’Amelio, succede di tutto: colleghi su cui vacilla la fiducia, come il Procuratore capo Giammanco; informative dei Ros dei Carabinieri sul rischio di un attentato ai suoi danni, mai prese in considerazione o giunte in ritardo alla Procura di Palermo; confessioni di pentiti come Gaspare Mutolo, talmente bollenti e gravi da far addirittura “vomitare” il Giudice. Capisce di essere quanto mai isolato, come già era successo all’amico fraterno Giovanni Falcone; è consapevole che gli resta poco tempo. Le indiscrezioni sull’arrivo del tritolo a Palermo a lui destinato, sono sotto gli occhi di tutti: così come la necessità di isolare, per sicurezza, via D’Amelio. Vi è una richiesta particolare della scorta del giudice, recapitata al capo della Polizia, Parisi; in cui si chiedono maggiori strumenti e appoggio: tutto però, resta invariato. Una strage annunciata insomma, ed è lo stesso Borsellino a rendersene conto. Così, scrive senza sosta quello a cui perviene; le confessioni dei pentiti che incontra così come i nomi e cognomi che gli vengono rivelati. Scrive tanto, e lo fa su un’agenda.

Che cos’è l’agenda rossa?

Agli inizi del 1992, l’Arma dei Carabinieri ha regalato al giudice un’agenda di colore rosso: in quei famosi 57 giorni, Borsellino non se ne separerà mai. Lì dentro c’è tutto il suo lavoro, come abbiamo già detto, e non può rischiare di farla finire in mani diverse dalle sue. Sa, in cuor suo, che in determinate mani può essere un’arma: nelle sue, può essere solo giustizia e verità. Qualsiasi cosa avviene in quei giorni, anche ciò che può sembrare apparentemente banale, viene appuntato. Il tenente Carmelo Canale ricorda di una battuta che rivolse al giudice, a riguardo: “Lo vedo scrivere su quell’agenda rossa e gli chiedo: ma che fa? Vuol diventare pentito pure lei?”. La risposta di Borsellino, è ferma e secca: “Carmelo per me è finito il tempo di parlare. Sono successi troppi fatti in questi mesi, anch’io ho le mie cose da scrivere. E qua dentro ce n’è anche per lei.”[2]:. Quando arriva in Via D’Amelio, quella domenica di ventotto anni fa, l’agenda è nella sua ventiquattrore: adagiata sul sedile posteriore della Croma blindata. A darcene conferma sono i familiari del giudice e l’agente di scorta, unico sopravvissuto, Antonio Vullo. La moglie Agnese, ricorda l’agenda sulla scrivania della casa a Villagrazia di Carini: località di mare, in cui avevano trascorso un momento di relax. Quando il marito va via, ed entra in macchina, l’agenda non è più nello studio. Non avrebbe mai potuto dimenticarla: dobbiamo capire che Borsellino e l’agenda, vanno di pari passo. E potete vederli in questa foto.

@AntimafiaDuemila.com

Le testimonianze: quella “borsa di cuoio” e l “uomo in divisa”

Alle ore 16.58 e 20 secondi, una Fiat 126 imbottita di tritolo esplode colpendo a morte il giudice Paolo Borsellino e i ragazzi della scorta: Emanuela Loi, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Palermo trema: l’esplosione viene registrata dall’Istituto di Sismografia; non si sa che cosa sia successo; non si sa chi è stato colpito. Quello che si vede è un’ alta colonna di fumo nero e denso, alla cui base, fiamme vive pongono fine ai sogni di onestà, libertà e futuro.

A sentire il boato e a vedere la colonna di fumo, è anche Giuseppe Ayala: a quell’epoca deputato della Repubblica ed ex-magistrato. Ayala aveva lavorato a stretto contatto con i giudici del pool, ai tempi del Maxiprocesso e nello stesso, fu pubblico ministero. Si trova in un residence, a circa 100 metri da via D’Amelio e non sa che, in questa via, vive la mamma del Giudice Borsellino. Si dirige in tutta fretta verso quella torre di fumo insieme ai due agenti di scorta, Rosario Farinella e Angelo De Simone e qui, affermerà, di essersi trovato davanti ad una “scena da Beirut”. Non comprende cosa possa essere accaduto finché non vede un’auto blindata con l’antenna sul tettuccio: un particolare delle auto in dotazione alla Procura; si tratta senza dubbio di un collega. Inizia così il resoconto di quanto avvenne nei minuti successivi, in cui, dell’agenda rossa si perse ogni traccia.

Giuseppe Ayala sul luogo della strafe @ilSicilia.it
La Croma blindata di Paolo Borsellino @IlFattoQuotidiano

Durante i processi Borsellino Ter e Quater, gli inquirenti della Procura di Caltanissetta hanno cercato di capire cosa sia potuto succedere quel pomeriggio, subito dopo l’esplosione. Hanno cercato di ricostruire volti e responsabilità, con notevoli difficoltà tuttora insuperabili. Sentito da questi inquirenti, Rosario Farinella ha affermato quanto segue: “Mi trovavo a circa 50-100 metri in linea d’aria, eravamo all’hotel Marbella […] siamo arrivati quasi i primi di tutti, contemporaneamente ai vigili del fuoco e nemmeno potevamo entrare per le fiamme che c’erano. […] Appena arrivati andiamo dove c’è il cratere e, camminando, vediamo i corpi dei colleghi della scorta. Siamo entrati dentro il cortiletto, abbiamo visto il dottore che era lì per terra e l’abbiamo riconosciuto per via dei baffi […] Guardando le macchine il dottore Ayala ha visto che c’era la borsa dentro il sedile posteriore[3]:. Stando alla ricostruzione di Farinella, a questo punto Ayala intima all’agente di aprire lo sportello per prelevare la borsa al suo interno. A fatica (gli sportelli sono bloccati per via dell’onda d’urto), coadiuvato da un vigile del fuoco, apre la portiera ed estrae la ventiquattrore: la porta ad Ayala il quale, si rifiuta di prenderla in quanto non più magistrato. Gli dice di tenerla con sé nell’attesa che qualche ufficiale o funzionario della Polizia o dei Carabinieri, si faccia avanti. Dopo cinque minuti, si avvicina un ufficiale che Farinella non sa riconoscere e a cui consegna la borsa. Attenzione perché, il particolare dell’ufficiale che arriva all’improvviso è una costante in questa storia; come il successivo dettaglio ossia, lo stato della valigia di Borsellino. Farinella ammetterà che la stessa, “era del tutto integra”.

@ilSicilia.it

Giuseppe Ayala, viene sentito come teste in diverse occasioni e fornisce agli inquirenti sei versioni differenti dell’evento. Nelle dichiarazioni tuttavia, permangono due elementi precisi: l’ufficiale in divisa che prende la ventiquattrore e la consegna ad Ayala e il fatto che da lui, la borsa del giudice non viene né presa né ispezionata. Sentito una prima volta, l’8 Aprile 1998, parla di un ufficiale dei carabinieri che preleva la borsa e tenta di consegnargliela; poi Ayala si ravvede affermando di non riuscire a dire con certezza se l’uomo è in divisa o meno. In una terza versione l’uomo che preleva la borsa dall’auto, non è più in divisa ma in abiti borghesi; e nella successiva, arriva addirittura ad affermare di essere stato lui a prelevare la borsa e a consegnarla all’ufficiale. A queste prime due voci che abbiamo richiamato, si aggiunge quella dell’agente Francesco Paolo Maggi: arrivato sul luogo della strage, si accorge che una delle macchine blindate è interessata da un ritorno di fiamma. Chiama un vigile affinché domi l’incendio e in questo modo, nota una borsa di cuoio interessata parzialmente dall’accaduto[4]. È bruciacchiata ma integra, anche pesante. A sua volta, il funzionario Paolo Fassari ordina a Maggi di prelevarla e portarla nell’ufficio del capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera. Ed è qui la prima contraddizione: Maggi asserisce di essere stato lui il primo ad arrivare in Via D’Amelio e a notare la portiera dell’auto del Giudice già aperta. Notiamo dunque, come ciò si pone in netto contrasto con quanto affermato da Farinella e da Ayala: la portiera era chiusa. Un altro fatto smentisce Maggi: il suo arrivo sul luogo. Farinella con Ayala si trovano nelle immediate vicinanze di Via D’Amelio, ci mettono pochissimi minuti; Maggi invece quando apprende la notizia dalla radio si trova a circa 6 km dal luogo della strage. Impossibile, quindi, che sia giunto prima o contemporaneamente ai vigili del fuoco, arrivati nella via, cinque minuti dopo la deflagrazione (17.03)[5].

La borsa del Giudice dopo l’attentato @Corriere.it

Ad ogni modo, della consegna della borsa nell’ufficio di La Barbera, molti testi ascoltati hanno smentito le parole di Maggi: ma la borsa è rimasta lì su un divanetto, e ci è rimasta per quattro mesi. Finché non è stato redatto il verbale d’apertura (5 Novembre 1992), in cui si affermava l’assenza dell’agenda rossa. Mesi, in cui i familiari di Borsellino hanno cercato di ritrovare quel prezioso manoscritto: ad ogni richiesta della moglie Agnese, La Barbera rispondeva che questa agenda non “era altro che una farneticazione”. Per dovere di cronaca Arnaldo La Barbera è stato indicato, dagli inquirenti, come il responsabile del depistaggio nelle indagini sulla strage di Via D’Amelio: ha avuto “un ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni (tra cui quella di Vincenzo Scarantino) ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa[6].

Una foto che riapre il caso

Nonostante le testimonianze vagliate dagli inquirenti, già sul finire degli anni Novanta, la ricerca della verità sull’agenda si arresta. Passano gli anni nel silenzio più comodo, interrotto solo dal grido di giustizia dei familiari e di una parte dell’opinione pubblica. Ma il 27 gennaio 2005, perviene da una fonte riservata alla redazione di Antimafia Duemila, una foto ritraente un carabiniere in borghese che dà le spalle al corpo e all’auto in fiamme del Giudice[7]. Piccolo particolare: ha in mano, quella che è senza dubbio la borsa di Paolo Borsellino. È l’allora capitano dei Carabinieri, di istanza a Palermo, e si chiama Giovanni Arcangioli.

Giovanni Arcangioli con in mano la borsa @AntimafiaDuemila.com

L’1 febbraio 2008 il GIP Ottavio Sferlazza ordina alla DDA di Caltanissetta di iscrivere il suo nome, nel registro degli indagati per il reato di furto aggravato e per il favoreggiamento a Cosa Nostra. Sentito in quegli anni dai magistrati nisseni, Arcangioli fornisce almeno due dichiarazioni facilmente smentibili. Nella prima, rilasciata il 5 maggio 2005, afferma che una volta giunto sul posto incontra il dottor Ayala, a cui fanno seguito il dottor Vittorio Teresi (magistrato) e il dottor Di Pisa. “Non ricordo se il dottor Ayala o il dottor Teresi, ma più probabilmente il primo dei due, mi informarono del fatto che doveva esistere un agenda tenuta dal dottor Borsellino e mi chiesero di controllare […] rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano i magistrati. […] Uno dei due aprì la borsa e constatammo che non vi era all’interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta”. Nella seconda versione fornita, ci dà dei particolari ancora più interessanti: dice infatti che una volta prelevata la borsa, si allontana dal cratere e dall’auto del Giudice per portarsi sul lato opposto. Non ricorda se, nel fare questo, abbia preso la strada che porta in Via Autonomia Siciliana (come appare desumibile dalle foto e dai video) oppure se abbia semplicemente attraversato. Insomma, se una persona decide di portarsi sul lato opposto della strada non fa di certo il giro più lungo, e per di più con un reperto del genere nelle proprie mani. Ricordiamoci sempre che, mentre tutto questo avviene, il corpo di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta giacciono lì ancora fumanti. Cosi come l’auto, interessata da così tante attenzioni quel giorno. Arcangioli quindi, “non sa” e “non ricorda” come spesso hanno fatto tutti i testi sentiti sui punti cruciali: ma ricorda con certezza che fu Ayala ad indicargli la borsa e insieme a questo, la esaminò non trovando alcuna agenda. Questo è un elemento costante nelle dichiarazioni del capitano, unitamente a quella riguardante un crest dell’Arma dei Carabinieri rinvenuto all’interno della ventiquattrore. Quel crest effettivamente c’era e ciò prova che Arcangioli in quella borsa ci ha guardato davvero. Una volta compiute queste operazioni, lo stesso pare abbia rimesso poi all’interno dell’auto, la borsa (che verrà poi prelevata dal Maggi). Il furto e l’occultamento dell’agenda avverrebbero in un arco di tempo compreso, tra le 17.20 e le 17.30. Ma nelle parole di Arcangioli, ci sono diverse contraddizioni: innanzitutto la presenza del dottor Teresi e del Di Pisa. Il primo, arriva un’ora dopo l’esplosione mentre Di Pisa quel giorno non è nemmeno a Palermo. Chi ha visto Arcangioli? Perché mettere due nomi buttati lì, senza un apparente motivo?

@AntimafiaDuemila.com

Per di più, Ayala smentisce categoricamente le dichiarazioni del capitano, avvalendosi della testimonianza del giornalista Felice Cavallaro che dichiara di aver visto un uomo in divisa, riconoscendone il grado come Tenente Colonnello. Intorno alle 17.15/17.20, il Tenente Emilio Borghini giunge in Via D’Amelio: le foto e i video lo riprendono più volte a parlare con Arcangioli. La sua auto di servizio è parcheggiata all’inizio della strada, proprio nella direzione intrapresa da quest’ultimo al momento dello scatto incriminato. Secondo i collaboratori del Movimento delle Agende Rosse, istituito nel 2007 da Salvatore Borsellino, una domanda è lecito porla: è possibile che Arcangioli abbia svuotato il contenuto della borsa all’interno dell’auto di servizio di Borghini? Difficile da dimostrare giuridicamente ma è stato detto in apertura: questa non è una storia facile.

Arrivo del Tenente Borghini @IlFattoQuotidiano

Tutto questo sembra importare poco perché l’1 Aprile 2008 il Giudice per l’udienza preliminare di Caltanissetta Paolo Scotto di Luzio, dichiara il non luogo a procedere nei confronti di Giovanni Arcangioli, per non aver commesso il fatto. Il 17 febbraio 2009 la sentenza di Cassazione proscioglie definitivamente l’uomo dall’accusa di aver sottratto l’agenda rossa[8]. Tutto archiviato, caso chiuso. Ma se questo articolo, che ho cercato di rendere il più celere possibile, ha un obiettivo è proprio questo: il caso è più che mai aperto e la speranza è che alla Procura di Caltanissetta, il lavoro degli inquirenti possa riprendere.

Le domande che restano

Sappiamo che domenica 19 luglio 1992, Paolo Borsellino e la sua scorta muore. Sappiamo che non può essere stata solo la mafia: il Giudice lavorava su carte scottanti ed è lui stesso a dare l’ultimo segnale. Lo fece ancora con sua moglie Agnese, che sembra essere stata per lui come sempre, l’unico faro e il porto sicuro su cui ripiegare in quei maledetti 57 giorni. Il giorno prima della strage, mentre passeggiano da soli sulla spiaggia come non facevano da tempo, Borsellino guarda sua moglie negli occhi e le dice che non sarà la mafia ad ucciderlo, di cui non ha paura. Ma saranno i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò possa accadere[9].

Sappiamo che in Via D’Amelio, Borsellino ha con sé l’agenda riposta nella borsa: lo dicono i numerosi testimoni. Sappiamo che mentre il suo corpo giace inerme, qualcuno o più di uno trafuga la ventiquattrore.

Sappiamo, da verità processuali, che quel giorno sul luogo, un via vai continuo di persone si sussegue. Curiosi, magistrati, forze dell’ordine ed anche servizi segreti. Giuseppe Garofalo, capo di una pattuglia arrivata per prima sul luogo dell’attentato, sentito nel 2005, parla di un uomo che gli disse di appartenere ai Servizi. Come se fosse normale che dopo una strage chiunque possa intervenire ad inquinare le prove.

Quello che non sappiamo è da chi Borsellino viene ucciso. Abbiamo i nomi di quasi tutti gli “uomini d’onore” che progettarono ed eseguirono l’attentato; ma non abbiamo i mandanti occulti. Uomini che erano presenti mentre la Fiat 126 veniva riempita di esplosivo. A chi porta Arcangioli la borsa? Ha ricevuto l’ordine da un superiore? Chi è davvero? Chi mente, nel gioco della palla avvelenata, tra Ayala e Arcangioli? L’agenda è andata distrutta, secondo la fantasiosa ipotesi del giudice Scotto? Che vuole vedere Borsellino, mentre è alla guida a velocità non di certo bassa, girarsi, aprire la borsa ed estrarre l’agenda per poi citofonare alla madre. È possibile che era con lui al momento dell’esplosione? E poi, in ogni caso, l’agenda si disintegra e la borsa resta intatta? Che cosa non ci è stato detto? Che cosa dobbiamo aspettarci?

@ilSussidiario.net

Questa non è una storia facile: tuttavia è doveroso raccontarla. Chi come me, è nato dalle ceneri di quell’anno così nefasto non può pensare ad un futuro giusto, onesto e pulito. Non possiamo fare i conti con i fantasmi del passato, rispolverandoli soltanto una volta all’anno per le commemorazioni. Con Paolo Borsellino, è morto anche il nostro Paese; con i depistaggi e i furti siamo morti tutti. E, se non prendiamo coscienza di questo; se non lottiamo per avere davvero giustizia e fare luce su una delle pagine più oscure della nostra storia recente: sarà sempre Via D’Amelio. L’Italia ha perso una grande occasione con la morte di questi giganti: pensate a come sarebbe stata bella la nostra nazione se il tritolo non li avesse fermati. Come vivemmo, adesso, in una “terra bellissima”.

Chissà, forse un uomo delle istituzioni ha in mano l’agenda rossa di Paolo: sono sicura che esiste ancora. Non è andata dispersa nell’inferno di via D’Amelio, ma era nella borsa di mio marito, borsa che è stata recuperata integra, con diverse altre cose dentro. Sono sicura che qualcuno la conserva ancora l’agenda rossa, per acquisire potere e soldi. Quell’uomo che ha trafugato l’agenda rossa sappia che non gli darò tregua. Nessun italiano deve dargli tregua

  • Agnese Borsellino

“Potrò seppellire Paolo solo quando potrò mettergli fra le mani quell’agenda rossa. Solo allora potremo chiudere quella bara”

  • Salvatore Borsellino
Paolo Borsellino e i ragazzi della scorta @AssociazioneMagistra

di Raffaele Felline


[1] “Paolo Borsellino e l’agenda rossa”- a cura della redazione di 19luglio1992.com

[2] ibidem

[3] Deposizione- Borsellino Quater- 30 Aprile 2013

[4] Verbale di Maggi- 13 ottobre 2005

[5] “Paolo Borsellino e l’agenda rossa”- a cura della redazione di 19luglio1992.com

[6] Sentenza sul processo Borsellino Quater

[7] “Paolo Borsellino e l’agenda rossa”- a cura della redazione di 19luglio1992.com

[8] “Paolo Borsellino e l’agenda rossa”- a cura della redazione di 19luglio1992.com

[9] “Paolo Borsellino e l’agenda rossa”- a cura della redazione di 19luglio1992.com

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