Storie di ordinaria corruzione: il “capo del condominio” sanitario

Antonino Candela, ex manager dell’ Asp 6 (Aziende pubbliche di servizi alle persone) di Palermo ed attuale coordinatore per l’emergenza coronavirus in Sicilia, è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione.
Gli inquirenti gli contestano di aver intascato, a più riprese, una mazzetta da 260 mila euro pagate dai partecipanti a precise gare d’appalto. L’operazione, condotta dalla Guardia di Finanza ha visto interessate dieci persone, tra cui il deputato regionale Carmelo Pullara. Si evince, da quanto appreso, come nell’ambito della sanità siciliana vi sia “una corruzione sistemica“.

Questo sistema di mazzette ruota intorno a quattro gare d’appalto medico-sanitarie. Gare per una cifra totale di 600 milioni di euro, aggiudicate dal 2016 in poi dalla ” Centrale unica di committenza della Regione ” e dall’Asp 6. Come riporta La Repubblica, “al centro dell’indagine, due appalti banditi dall’Asp: “Gestione e manutenzione di apparati elettomedicali” (17 milioni 635 mila euro) e “Fornitura vettori energetici, conduzione e manutenzione impianti tecnologici” (126 milioni 490 mila euro); altri due appalti banditi dal “Cuc”, “Servizi integrati manutenzione apparecchi elettromedicali” (202 milioni 400 mila euro) e “Servizi di pulizia per gli enti del servizio sanitario regionale” (227 milioni 686 mila euro)”. Le mazzette intascate sarebbero state mimetizzate, naturalmente, in diverse operazioni contabili attuate dalle imprese aggiudicatarie e da numerose aziende riconducibili ai manager incriminati.

Il Generale della Guardia di Finanza Cecere, ha affermato che “le spregiudicate condotte illecite garantivano l’applicazione di un tariffario che si aggirava intorno al 5 per cento del valore della commessa aggiudicata“. Un fatto gravissimo che rivela una rete affaristico-corruttiva nel senso più classico. Le imprese che gareggiavano, forti e consce del modus operandi in atto, contattavano i faccendieri che tramite i manager responsabili delle diverse gare, raccoglievano le richieste di mazzette da soddisfare per poter vincere i bandi. Inoltre, si è dimostrato come per apportare i dovuti benefici e “organizzare”  le gare si gonfiavano i punteggi delle imprese coinvolte; rivelando segreti di ufficio con leggerezza e celerità.

Emergono almeno due punti circa la gravità di tutto questo: il primo, riguardo proprio Antonino Candela. Dopo una vita passata a denunciare corruzioni e tangenti, usufruendo anche della scorta personale, Candela si è dimostrato soggetto attivo di quello stesso mondo che denunciava. Attraverso le intercettazioni, gli inquirenti hanno dimostrato come, mentre si “elevava a paladino della giustizia“, l’ex manager diceva: “Ricordati che la sanità è un condominio ed io, sempre capo condominio rimango.

Il secondo punto riguarda ancora una volta il contesto corruttivo della sanità italiana e nello specifico di quella meridionale. Ricordiamo che con simile curriculum alle spalle, Candela era stato nominato coordinatore dell’emergenza coronavirus in Sicilia. Figuriamoci, che cosa sarebbe successo con gli investimenti europei e nazionali in arrivo.

Le accuse e gli arresti, nel dettaglio

Come riporta la redazione di Palermo. Repubblica, secondo l’accusa, ci troviamo di fronte ad almeno due centri di potere: uno legato a Candela e all’imprenditore Giuseppe Taibbi, (anche lui ai domiciliari) “per aver fatto da tramite con gli imprenditori per la consegna del denaro; l’altro, gestito da Fabio Damiani, ex responsabile della Centrale unica di committenza della Regione, oggi dirigente generale dell’Asp 9 di Trapani, che è invece finito in carcere, come il suo faccendiere di riferimento, l’imprenditore Salvatore Manganaro“.

Indagato a piede libero il deputato regionale Carmelo Pullara, eletto nella lista “Idea Sicilia popolari e autonomisti Musumeci presidente“, e ad oggi componente, tra l’altro, della Commissione regionale antimafia e vice presidente della Commissione sanità. L’accusa nei suoi riguardi è di turbativa d’asta, in quanto avrebbe sollecitato Damiani ad aiutare una ditta. “In cambio il manager gli avrebbe chiesto aiuto per la sua nomina”.

L’inchiesta dei sostituti procuratori Giacomo Brandini e Giovanni Antoci, riguarda in generale accuse di: “corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità, istigazione alla corruzione, rivelazione di segreto di ufficio e turbata libertà degli incanti“.

“Ai domiciliari sono andati invece Francesco Zanzi, amministratore delegato di “Tecnologie sanitarie Spa”Roberto Satta, responsabile operativo della società; Angelo Montisanti, responsabile operativo per la Sicilia di “Siram Spa”; Crescenzo De Stasio, direttore Unità business Centro-Sud di Siram; poi Salvatore Navarra, presidente del consiglio di amministrazione di “Pfe Spa”; e il faccendiere Ivan Turola“.
In più il divieto di svolgere attività professionali- imprenditoriali a diversi soggetti. Non si rintraccia ancora, e per ora, la presenza di individui legati ad ambienti mafiosi.

Un sistema corrotto in cui ritroviamo numerose imprese, di importanza anche nazionale. Insomma, il “magna magna” continua e non si ferma.


di Raffale Felline

I riferimenti giudiziari e di inchiesta sono stati acquisiti sulla pagine de “La Repubblica”. Articolo di Salvo Palazzolo (21 Maggio 2020)

Foto di Antonino Candela @BlogSicilia

Il coraggio di una “bambina” che si ribella: Silvia Curione

Oggi voglio parlarvi di Silvia Curione, una magistrata coraggiosa. Dedita al dovere, all’impegno assunto per il raggiungimento di una giustizia vera ed equa. Perché per un principio costituzionale che cade, in questa storia, ve n’è un altro che viene difeso e garantito. Il pm di cui parliamo, attraverso una denuncia che ha condotto all’arresto di due magistrati, un poliziotto e tre imprenditori, ha assolto per intero il compito che deve essere insito in ciascun magistrato: la pretesa della verità e la difesa delle libertà individuali. Così, nella giornata di ieri, all’odierno procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo sono stati notificati gli arresti domiciliari. Vediamo nel dettaglio quanto è avvenuto.

I fatti risalgono al periodo in cui Capristo era procuratore capo a Trani. Qui, attraverso un legame perverso e proficuo per tutti gli attori in gioco, era diventato “amico intimo” di tre imprenditori, attivi nella provincia di Bari: i fratelli Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo. Come riportano le diverse testate giornalistiche, i tre avrebbero denunciato falsamente un imprenditore per usura proprio alla giovane pm Silvia Curione. In questo modo, avrebbero beneficiato delle diverse misure rivolte alle vittime di usura. E qui c’è, il primo fatto grave: come si può pensare di togliere la possibilità di ottenere i benefici, agli imprenditori seriamente passivi di ricatto usuraio?

Ad ogni modo la magistrata, non subì solo le pressioni degli imprenditori ma anche dell’ ispettore Michele Scivitarro. Questo, si presentava nell’ufficio della Curione per conto dello stesso Capristo, con il tentativo di spingere l’attenzione della giovane verso altri processi e, con l’intento di indirizzare l’indagine contro la persona, falsamente accusata, dai tre fratelli. Emerge dall’inchiesta, un rapporto diretto e continuo tra gli imprenditori, Scivitarro e Capristo: il procuratore, infatti, avrebbe lavorato alacremente per “aggiustare” i processi degli amici Mancazzo. Facendo a sua volta pressioni sulla magistrata.

Quest’ultima, venuta a conoscenza dell’ infondatezza di quanto dichiarato dai tre fratelli denunciò tutto al suo diretto superiore: l’attuale procuratore di Trani, Antonino Di Maio, anch’egli indagato. Si perché, secondo gli inquirenti, avrebbe favorito i comportamenti suddetti, non tenendo minimamente conto della relazione di denuncia presentata dalla pm. Favoreggiamento e abuso d’ufficio dunque. Emerge come il rapporto tra magistrato (Capristo) e imprenditori, fosse coeso e unito da comuni intenti. Ed è qui che c’è un secondo fatto grave: il comportamento accondiscendente di Capristo, scevro da qualsivoglia risentimento o dedizione al dovere.

Un comportamento spinto dalla reiterazione, se consideriamo il coinvolgimento di Capristo anche nell’inchiesta “sistema Siracusa”: un’organizzazione nata con l’obiettivo di aggiustare le sentenze del Consiglio di Stato e assolvere a particolari richieste di magistrati e politici. Una domanda, allora, sorge spontanea: come si può permettere ad un magistrato, per giunta procuratore capo, coinvolto in simili e antecedenti processi, di continuare a svolgere ruoli di rilievo? Ad ogni modo, le denunce di Silvia Curione hanno fatto il loro percorso, contribuendo alla nascita dell’inchiesta e agli odierni risultati.
Le accuse, per Capristo e Scivitarro sono inoltre di truffa aggravata per falsa documentazione: il procuratore avrebbe attestato la falsa presenza lavorativa con lo svolgimento di straordinari, eseguiti dall’ispettore a Taranto.

Un terzo elemento grave e serio, è rappresentato dall’ epiteto che Carlo Maria Capristo rivolgeva alla Curione: “bambina mia”. Un modo come un altro per sottolineare la presunta prepotenza e convinzione di avere in pugno la giovane magistrata. Termini che derivano da un sistema lavorativo (di Capristo), sicuramente impostato su ancestrali basi patriarcali e sessiste. Forse, per il procuratore (si spera per sempre “ex”), un fatto importante è venuto alla luce. E cioè, che è stata proprio la ” sua bambina ” a dimostrargli cosa vuol dire giustizia e libertà. Che cosa vuol dire, servire lo Stato e il popolo, e che non basta solo una toga o una targa. Silvia Curione ci ha ricordato che essere magistrati, è tutta un’altra cosa.

di Raffaele Felline

Foto Sivlia Curione @GioiaNews

Foto Carlo Maria Capristo @Il Messaggero

Foto Procura di Trani @Trani Viva

Melissa è sempre qui: il ricordo, oggi, della città di Brindisi.

Erano quasi le 8 di mattino di un Sabato. Era il 19 Maggio 2012 e Melissa Bassi si accingeva ad entrare a scuola, con le sue amiche e compagne. Un giorno come tutti gli altri: sveglia presto, un bus da prendere, sogni e speranze in uno zaino ancora troppo vuoto di ricordi ed esperienze, da riempire e da vivere. Era pronta per affrontare un altro giorno di scuola, con le ansie da studio e l’euforia di un altro fine settimana spensierato e gioioso, in arrivo. Si, perché nel ricordo di quanti hanno conosciuto Melissa, resta il suo sorriso, la sua voglia di scherzare e quella di vivere. Ha solo 15 anni e non sa ancora, fino in fondo, cosa vuol dire “odiare” e quanto può essere infimo e malefico, il cuore di un uomo. L’uomo, Giovanni Vantaggiato di sessantotto anni, è appostato sotto il chioschetto di un’edicola dinanzi all’Istituto professionale “Francesca Morvillo Falcone” di Brindisi. È stato vittima di una truffa e vuole vendicarsi mettendo in atto un’ azione tanto spregiudicata quanto vigliacca. Decide di posizionare un ordigno artigianale, dentro un cassonetto della spazzatura proprio lì dove Melissa e tutti gli studenti stanno per passare. Impossibile non notare l’avanzare dei giovani, impossibile non notare tutte quelle vite; ma Vantaggiato non prova pietà né risentimento e preme il pulsante. La deflagrazione colpisce indistintamente chi si trova nelle vicinanze. Il bilancio è di 10 feriti e una vittima: la piccola Melissa. Agli inquirenti dirà che le sue intenzioni erano quelle di colpire il Tribunale, come segno di sfida e rivalsa. Ma il Tribunale è alle spalle dell’Istituto: Giovanni Vantaggiato viene condannato all’ergastolo per attentato terroristico, con sentenza di primo e secondo grado; passata in giudicato il 6 Novembre 2014.

Sono passati 8 anni dall’infame gesto ed oggi, dinanzi a quella scuola si sono riuniti i genitori di Melissa (Massimo e Rita), l’assessore ai Servizi Sociali del comune di Mesagne, Annamaria Scaleria, e il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi; insieme all’attuale Preside dell’Istituto, la Dott.ssa Irene Esposito. Intorno a loro, stretti in un unico abbraccio, un discreto gruppo di giornalisti, amici e amiche di Melissa, gente comune. Tutti insieme per unire il proprio dolore e la propria rabbia, dando vita ad un momento di ricordo intenso e sincero. Ci sono ferite che non si possono rimarginare, eventi incomprensibili e brutali che non si possono cancellare.

Nonostante la situazione di emergenza sanitaria, oggi siamo qui tutti insieme per omaggiare il ricordo di Melissa” ha iniziato così la cerimonia, il sindaco Rossi. “La memoria è importante anche a distanza di anni. È necessario dare decoro a questo luogo. Un luogo simbolico per il suo rapporto con la Giustizia e con l’universo-scuola […] Questo atto ha scatenato ricordi indelebili: ricordare significa avere i giusti anticorpi per fare in modo che certe situazioni non si ripetano“. Diverse le corone floreali, deposte dinanzi alla targa in memoria della giovane studentessa. Tra queste, quella donata dal presidio Libera di Brindisi.

Ho notato negli occhi di tutti, la commozione per un dolore mai sopito. Emozioni forti che si sono amplificate, una volta che la Preside dell’Istituto ci ha invitato all’interno del plesso per visionare un collage di vari video. Personalissime memorie degli studenti e dei compagni di classe di Melissa, molti dei quali, a causa del virus non hanno potuto partecipare fisicamente. “La violenza è rimasta impressa nella memoria di tutti“, ha detto la Preside Esposito.

Finito il momento di commemorazione, ci siamo riuniti intorno al piccolo parco adiacente alla scuola, intitolato ” Il giardino di Melissa“. Qui, papà Massimo ha rinnovato il suo desiderio di vedere preservato questo spazio pubblico.
Dopo otto anni, il dolore è devastante e sempre vivo. Più passano gli anni e più bisogna rinnovare l’impegno di non devastare niente. Il parco è di tutti, deve essere preservato e aggiustato. È necessario sistemarlo e non può essere soltanto colpa o responsabilità delle istituzioni, ma anche dei cittadini. Chi è testimone deve denunciare“. L’appello è stato accolto dal Sindaco e dai suoi collaboratori. Inoltre, la Preside ha spiegato come in passato diverse iniziative, erano state pensate insieme agli studenti del “Morvillo Falcone”. Principalmente per restituire decoro al Giardino.

Proprio qui, un floricoltore di Brindisi ha dedicato una varietà originale di rose a Melissa. “Ho ricevuto tantissime richieste da parte di tutta Italia. La rosa “Melissa” (questo il nome) piace a tutti“.

Una giornata speciale e particolare in cui si rinsalda il pensiero che chi è vittima della brutalità umana, gratuita e insensata, deve ricevere memoria e rispetto: in tutte le forme, anche le più piccole. Melissa non ha potuto continuare a sorridere e a scherzare, non ha potuto vivere la propria vita realizzando le sue speranze. Ognuno di noi, ricorda il momento in cui questa piccola vita fu spezzata. E guardando i suoi genitori, che “sopravvivono” al dolore e al ricordo, non si resta indifferenti ma ci si sente spinti a voler prendere un pó della loro sofferenza. Così, per farli sentire più leggeri.

di Raffaele Felline

Continuavano a chiamarla corruzione: arresti domiciliari per il senatore Cesaro e il deputato Pentangelo di Forza Italia. Quando si dice “in buona fede”…

Sono nove le misure cautelari, di queste: sette eseguite, la maggior parte con la forma degli arresti domiciliari. Come riportato oggi da Il Fatto, l’inchiesta antimafia “Olimpo” raggiunge il senatore Luigi Cesaro e il deputato Luigi Pentangelo. Stesso nome, stessa garanzia: è sempre, dietro, lo stesso partito. La suddetta inchiesta si snoda sui casi di corruzione nell’ambito della riqualificazione in area residenziale di housing sociale (tipologia di interventi immobiliari). Il contesto è l’ ex area Cirio di Castellammare di Stabia. La parola adesso, spetta ai due rami del Parlamento chiamati a firmare l’autorizzazione a procedere contro i rispettivi esponenti. I fatti si riferiscono al periodo in cui, Cesaro e Pentangelo, hanno ricoperto la carica di Presidente della Provincia di Napoli. Ad essi si contesta la nomina di un commissario ad acta che autorizzò diversi progetti, presentati dall’imprenditore Adolfo Greco. Quest’ultimo, arrestato nel 2018 con l’accusa di collusione con la camorra stabiese. Oltre a ciò, per i due politici si parla di corruzione, falso ideologico in atto pubblico e rivelazione di segreto di ufficio.

I fatti

Da questo arresto, l’inchiesta ha continuato il suo percorso negli anni, ed oggi bussa alla porta dei politici. Non solo: le misure hanno raggiunto anche tale Antonio Elefante, tecnico di fiducia di Greco, che intrattenne proficui contatti con Maurizio Biondi (il commisario ad acta). Insomma, una “premiata ditta” piuttosto organizzata.

“Secondo la nota diffusa dalla Procura di Torre Annunziata – riporta il FattoGreco ottenne la nomina pilotata di Biondi, un commissario ad acta ‘amico’, attraverso un Rolex e 10mila euro in contanti a Pentangelo e Cesaro. Sarebbe stato complice della corruzione anche Tobia Polese, proprietario dell’hotel La Sonrisa di Sant’Antonio Abate, il ‘boss delle cerimonie’ dell’omonimo programma televisivo, scomparso qualche anno fa. Greco e Polese all’epoca erano i titolari della Polgre Europa 2000 srl, società proprietaria dell’ex area industriale Cirio di Castellammare di Stabia. Dopo il fallimento dell’iniziale strategia che prevedeva la modifica del Put (Piano Urbano del Traffico) della costiera sorrentino-amalfitana, attraverso un accordo con il capogruppo Pd in Consiglio regionale della Campania Mario Casillo, Greco e Polese avrebbero “mutato referente politico” e, d’intesa con il tecnico di fiducia, l’ingegnere Antonio Elefante, avrebbero puntato a intervenire sull’assetto normativo vincolistico vigente nell’area ex Cirio, ottenendo la modifica della legge regionale 19/2009 ad opera del collegato alla legge di stabilità finanziaria del 2014″.

Grazie a queste modifiche, una volta ottenuta la benevolenza di Pentangelo, Greco riuscì a far nominare commisario, Biondi. Quest’ultimo, in stretti rapporti con Luigi Cesaro, facilitò l’affitto della sede per il coordinamento regionale di Forza Italia, abbassando il prezzo da 5000 a 3000 euro. Inoltre, sostenne la candidatura del figlio di Cesaro (Armando) all’interno dello stesso  partito. Come consigliere regionale campano nel 2015. “Attualmente, Armando Cesaro è capogruppo di Forza Italia nel Consiglio regionale della Campania. Favori e contro-favori in pieno stile nostrano.

Come possiamo vedere, si tratta di un’operetta in salsa italiana. In cui c’è tutto: politica, clientelismo, affari e criminalità organizzata. Ma la cosa più affascinante è che (S)Forza Italia, con siffatte prerogative ad esempio, tenta di sfiduciare sulla base del nulla, Bonafede. Per questo, a rischio di sembrare anti-democratici non possiamo non considerare un fatto. Finché, partiti e fazioni di questo calibro, continueranno a procrastinare tale essenza primordiale, non potranno mai arrogarsi il diritto di parlare di antimafia e legalità. Sono solo nani che cercano di emulare, pateticamente, i giganti.

di Raffaele Felline

Arrestate Silvia!

Silvia Romano è un pericolo per tutti. L’abbiamo vista scendere da quell’aereo, vestita con indumenti tipici del mondo arabo; che si copriva la pancia perché incinta; che sorrideva spensierata; senza lividi sul volto; perfino in carne. Non era quello che ci aspettavamo. Noi volevamo scorgere, sul manto d’asfalto della pista di Ciampino, una ragazza di 25 anni sulla sedia a rotelle, ricoperta di botte, emaciata. Volevamo vedere il viso provato; non desideravamo vedere in lacrime la sua famiglia; non volevamo abbracci e sentimentalismi. Inconcepibile la sua stretta di mano a Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Volevamo questo e invece niente: Silvia Romano ci ha tradito, prendendosi gioco della nostra bontà e della nostra carità cristiana. Ecco: lei ci odia perché si è convertita all’Islam. Ha detto che è stata una scelta spontanea ma non ci crediamo. Sicuramente sarà stata costretta a farlo, avrà sposato qualcuno… Oh no! È una spia. È senz’altro qui per organizzare un attentato o creare una cellula terroristica. Che Governo di pagliacci! Hanno speso 4 milioni di euro per liberare una bimba viziata e annoiata dalla vita. Una comunista che, se avesse voluto aiutare davvero, avrebbe partecipato alla mensa dei poveri italiani. Invece ha preferito andare via ed aiutarli “a casa loro”, salvo poi rinnegare la sua cultura e depredare delle risorse economiche necessarie, tutti noi. No, non ci sto. Silvia Romano deve essere arrestata per terrorismo internazionale, fondamentalismo islamico e minaccia a corpo politico dello Stato.

Ecco, noi siamo questo. Il popolo italiano. Ipocrisia, contraddizione, perfidia, invidia e ignoranza, troppa. Siamo sazi di tutto questo odio ed intolleranza; siamo sfiniti dalla “voce” di gente abominevole che ha trovato nei social network una valvola di sfogo per le proprie frustrazioni e paranoie. Le fake news stanno assumendo ruoli sempre più allarmanti. Testate giornalistiche che andrebbero chiuse, restano ancora aperte: vomitando titoli orribili che, in un qualsiasi Paese democratico, sarebbero solo un lontano ricordo. Un ricordo di un’epoca perduta, in cui la libertà dei sogni di una giovane ragazza sarebbe stata difesa e premiata, al di là di ogni sovrastruttura ideologica. Ma noi viviamo in un altro secolo. Non sono qui per difendere Silvia Romano da scelte personali, liberamente criticabili. Sono qui per difendere la sua giovinezza e il suo coraggio. Scrivo ciò perché, se solo ne avessi la possibilità, l’ abbraccerei come è giusto fare con una coetanea, ringraziandola per essere ciò che è. Per darci prova che ognuno di noi, nel nostro piccolo, può essere cambiamento. E la ringrazierei per non essere come loro: gli odiatori seriali, il gradino più basso che uno Stato di diritto possa rappresentare ed accettare. Come sempre, è la mancanza di cultura, informazione e conoscenza che ci condanna.

I sogni di Silvia

Silvia Romano si è laureata poco tempo prima di essere sequestrata, nel 2018, in mediazione linguistica. Il suo interesse è sempre stato rivolto ai temi della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari. Così era partita in Africa, dirigendosi precisamente in Kenya, insieme all’associazione “Africa Milele” (Africa per sempre), dove si era arruolata volontaria. Questa era la sua seconda missione nello stesso villaggio. Come fai a staccarti dagli occhi degli innumerevoli bambini orfani a cui hai donato il tuo tempo e il tuo impegno?. Qui, Silvia aveva dato il via ad una raccolta fondi online per Orphan’s Dream: il sogno per tutti i bambini africani di crescere liberi e sani. È stata rapita il 20 Novembre dalla contea di Kilifi (Kenya). Sono stati mesi duri ed intensi: il viaggio verso la Somalia, dove poi è stata “ceduta” ai gruppi terroristici di Al Shabaad, lo spostamento repentino da un covo all’altro. Mesi in cui, come lei stessa afferma, non ha subìto maltrattamenti o violenza. Ha imparato l’arabo, ha conosciuto la loro cultura e si è convertita all’Islam, cambiando nome in Aisha. Non sappiamo i motivi che hanno spinto la ragazza a questa scelta: quello che sappiamo, è che lei ha rappresentato un cambiamento per il mondo dei tanti orfani di una realtà che noi non potremmo nemmeno immaginare. È stata un faro e una speranza anche per gran parte dei suoi connazionali. Ieri è tornata a casa, scatenando le polemiche più becere e infime: addirittura, “esponenti illustri” hanno lanciato l’idea di una possibile sindrome di Stoccolma. Visioni da fantascienza che solo in Italia possono verificarsi. In cui la risata viene facile ma è solo palliativa: giusto per non piangere.

Non voglio dilungarmi sul nulla, ho accennato all’opera e alle idee di Silvia, e questo è di gran lunga molto più degno di nota. Tenetevi i vostri Sgarbi, Gasparri, Salvini…. I vostri giornali come Libero. Continuate a naufragare nelle vostre vite, evidentemente, molto tristi. Il mondo, per fortuna, gira lo stesso; e la direzione giusta gli viene data proprio dalle persone come Silvia.

Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona“… Grazie Silvia!

di Raffaele Felline

Coronavirus: a proposito di plasma. Parliamone

Nelle ultime settimane si dibatte molto sulla questione della terapia al plasma, come antidoto e cura contro il virus Covid-19. Si susseguono diverse voci: esperti, meno esperti, politici, fake news, studi scientifici e complottismi facili. Vediamo di fare un pò di chiarezza. Non sono né un virologo né un medico, perciò baso quanto segue alla luce delle dichiarazioni di chi ne sa più di me.

DI COSA SI TRATTA?

Questo modello di contrasto all’espansione del virus e alla limitazione della sua pericolosità, vede la luce intorno al 1982. Dove? Proprio al Policlinico San Matteo di Pavia. Un centro che insieme a quello di Mantova si è reso pioniere, oggi, nell’utilizzo di questa tecnica contro il nuovo Coronavirus.

Dunque la plasmoterapia, “aferesi produttiva” è il suo nome, venne sperimentata proprio lì. Il suo utilizzo è stato fondamentale anche in passate emergenze di EBOLA e SARS ed è stata impiegata proprio a Wuhan: dove, il 17 febbraio scorso,  il primo paziente grazie al plasma dei guariti venne dimesso. In Italia, come riportato sulla nostra pagina Facebook, fu l’ospedale di Mantova a guarire la prima donna positiva che, tra l’altro incinta, riuscì a guarire senza complicanze per il feto. Nel nostro Paese, la sperimentazione è partita proprio da Pavia insieme ai centri immunologi di Mantova e Lodi e all’Azienda universitaria ospedaliera di Padova e Novara. I test sono stati effettuati su circa 52 pazienti e i prossimi, ne coinvolgeranno altri 150. Lo strumento si rivela efficace e diversi ospedali in tutta Italia, a partire dallo Spallanzani di Roma, stanno iniziando la fase di sperimentazione. Anche il Governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha annunciato il via delle operazioni.

COME FUNZIONA?

La terapia al plasma è molto semplice. Tramite donazione spontanea, si preleva il plasma dai soggetti guariti per instillarlo nel corpo dei soggetti malati. Tale prelievo può essere effettuato anche da  coloro i quali, hanno sviluppato un anticorpo neutralizzante contro il virus. Condizione necessaria è che suddetti individui siano in buona salute e non presentino ulteriori patologie: infatti, ogni singola donazione deve essere monitorata e studiata accuratamente. Come ha riportato il Fatto, “da quel prelievo si ricavano due dosi da 300 millilitri. Il protocollo, messo a punto al San Matteo, prevede tre somministrazioni. I medici monitorano il o la paziente e, nel caso di mancata risposta all’infusione, si passa alla seconda somministrazione e così di seguito. A distanza di due giorni l’una dall’altra. La compatibilità per il plasma viene fatta sul gruppo sanguigno come avviene normalmente secondo il protocollo per le donazioni di sangue“.

QUANTI SONO, AD OGGI, I GUARITI?

Con la plasmoterapia i guariti ad oggi sono stati numerosi ma non tutti sono idonei. Dei 400 che si sono offerti come donatori, solo 125 lo sono diventati. A loro volta, un donatore può aiutare sino a due pazienti: per ora la somministrazione è rivolta ai pazienti più gravi o che comunque non si trovano ancora in terapia intensiva. Il processo di miglioramento delle condizioni avviene, di norma, in due/tre giorni. Sempre il Fatto, a riguardo, riporta le dichiarazioni di Cesare Perotti, primario del Policlinico di Pavia, il quale afferma che “il trattamento al plasma iperimmune, è l’unico metodo razionale che abbiamo al momento contro il Coronavirus “. In attesa, in ogni caso, del vaccino. Si, perché la terapia di cui abbiamo parlato non va confusa con il vaccino, in quanto quest’ultimo serve a coprire in maniera generale la popolazione colpita. A differenza della plasmoterapia che, stando agli esperti, delinea più un discorso individuale, mirato alla cura del paziente affetto.

QUALE COMPLOTTO?

Bisognerebbe, infine, sforzarsi di comprendere che non sempre, abbandonarsi a sofisticate dietrologie, è utile. Sul web e quindi sui social, circolano da giorni “notizie” che rintracciano presenze oscure, segreti inconfessabili che hanno il solo obiettivo di eludere il ricorso a questa terapia. Andiamoci piano. Non credo che un entità invisibile a noi umani stia godendo nel vedere così tante persone soffrire e morire. Come ogni tecnica medica che si rispetti, anche quella inerente al plasma necessita di continue osservazioni e conferme. La cosa positiva è che i nostri centri ospedalieri sembrano, sempre più, orientati ad imboccare il percorso sin qui descritto. Inoltre, bisogna staccarsi dalla teoria secondo cui tutto questo è gratuito e non comporta grosse cifre da mobilitare. Vogliamo ignorare che il prelievo e i successivi processi di analisi, siano esenti da costi più o meno cospicui? Dobbiamo concentrarci su un dato: nonostante tutti i freni creati alla ricerca scientifica in questo Paese, possiamo essere fieri dello sforzo e della tenacia di tutti coloro che, giorno dopo giorno, lavorano per restituirci dignità (di vita) e normalità.

di Raffaele Felline

Di Matteo vs Bonafede: è davvero uno scontro?

Come era prevedibile, il botta e risposta avvenuto a distanza telefonica tra il magistrato, ex pm nel processo shock sulla Trattativa Stato-Mafia, e Alfonso Bonafede, Ministro di Grazia e Giustizia, sta dando i suoi frutti. Detrattori, simpatizzanti, figure eminenti dei diversi settori in campo danno, ora ad uno ora all’altro, il proprio appoggio. E sta portando risultati, a livello politico, anche alle opposizioni che, come sempre, sposano in pieno il loro totem animalesco “par exellence”: l’avvoltoio. E non sono i soli. Ma procediamo per gradi e riavvolgiamo il nastro.

Domenica 3 Maggio, a “Non è l’arena” il padrone di casa Massimo Giletti ritorna sul tema delle scarcerazioni dei boss mafiosi e sulle presunte corresponsabilità dei vertici Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria). Sul tema si è scritto ed esposto a lungo su questo blog (vedi l’articolo “Perché i boss tornano a casa?”), quindi non ce ne occuperemo ora. Ad ogni modo, all’interno del dibattito andato in onda, Nino Di Matteo interviene telefonicamente, su richiesta evidentemente del conduttore, per poter dire la sua sulla faccenda: lasciandosi andare ad una confessione che ha spiazzato tutti. O almeno credo. Nell’ambito delle dimissioni di Basentini a guida del Dap, il magistrato antimafia e membro del Csm, ricorda un fatto accaduto nel 2018, quando il neo-Ministro della Giustizia lo convoca perché vuole formare una task force di collaboratori, all’indomani del primo governo Conte.

Il Ministro Bonafede ha rifiutato la mia scelta, da lui offertami, di dirigere il Dap“- così Di Matteo- “non chiesi il motivo di questo cambiamento e comunque il Ministro non mi diede spiegazioni“. A questo punto, tra lo stupore dei presenti in studio, Giletti ne approfitta per chiedere ulteriori chiarimenti al magistrato che è monolitico nel suo racconto. All’origine del comportamento di Bonafede ci sarebbe un’intercettazione registrata in carcere in cui diversi esponenti mafiosi, esprimono la loro perplessità e preoccupazione nell’eventuale nomina a capo del Dap di Di Matteo. In studio è presente Claudio Martelli, ex Ministro della Giustizia al tempo delle stragi, ed in collegamento video l’ex capo del Crimor dei Carabinieri, Sergio De Caprio (il capitano Ultimo). La risposta di Bonafede non si fa attendere: il Ministro 5stelle, telefona a Giletti e si difende; “non accetto notizie false e che mi si dica di non aver dimostrato interesse nella lotta alla mafia“- “so chi è Di Matteo e non sono uno stupido […] bisogna distinguere i fatti dalle percezioni“. Il comportamento del conduttore però, mentre il Ministro ribatte, è assai sbrigativo: “dobbiamo passare ad un altro servizio“; “c’è la pubblicità“. E così, per “Non è l’arena” la vicenda si chiude dando per buona la tesi di un timore (quello di Bonafede), nato dalla suddetta intercettazione. Niente di più sbagliato. Almeno stando ai fatti.

Cosa è accaduto?

Come riporta oggi Il Fatto Quotidiano, testata responsabile della pubblicazione dell’intercettazione, i fatti sono andati in questo modo:

  • il 3 Giugno 2018, il Gom (Corpo speciale della polizia penitenziaria) registra le voci di alcuni mafiosi, insofferenti verso l’attenzione dei Cinque Stelle a Di Matteo, e verso una sua possibile elezione a direzione del Dap;
  • il 9 Giugno questa intercettazione viene registra e trasmessa al Guardasigilli, quindi al Ministero della Giustizia e quindi a Bonafede. Sarebbe impensabile che quest’ultimo non ne fosse a conoscenza o non l’avesse ascoltata;
  • il 18 Giugno, Bonafede convoca Di Matteo: lo vuole accanto nella lotta alla criminalità organizzata e come collaboratore per le riforme che ha in mente (voto di scambio politico-mafioso, legge Spazzacorrotti). Propone al magistrato due opzioni: o la direzione del Dap o quella degli Affari penali (ruolo che fu di Falcone al tempo di Martelli). Sembra ci sia consenso sugli Affari penali, anche se Di Matteo afferma di averne soltanto parlato. Sicuro di questo, Bonafede offre la direzione delle carceri a Basentini;
  • il 20 Giugno però, Di Matteo ritorna nuovamente dal ministro per comunicargli la propria adesione a capo del Dap forse, come sostiene Marco Travaglio, perché anche Di Matteo è a conoscenza delle parole dei boss. Tuttavia, l’incarico è già di Basentini e non se ne fa nulla nemmeno per la direzione degli Affari Penali.

Questi i fatti; ed è ragionevolmente plausibile credere a tale ricostruzione in quanto essa, è totalmente aderente alla versione raccontata da Bonafede e non ancora smentita da Di Matteo.

Le reazioni

Per l’opinione pubblica è subito scontro; il Ministro Bonafede ha sbagliato, ha agito per conto di ombre oscure, deve dimettersi. Io ritengo che gli unici a non sentirsi nemici sono proprio i due protagonisti: sicuramente i rapporti dall’accaduto si sono raffreddati e cambiati, e sicuramente entrambi hanno le loro colpe. In primis, Di Matteo ha sbagliato non la denuncia in sé, ma il modo in cui ha esternato le sue dichiarazioni: poteva farle in separata sede e direttamente al mittente o comunque in altri termini, perché così facendo ha prestato il fianco a chi non aspetta altro di delegittimare l’esecutivo e ai suoi stessi detrattori. Come Martelli che in passato ha criticato aspramente l’operato del magistrato soprattutto sul processo Trattativa, definendolo a più riprese “uno stupido”. Come Ultimo, destinatario di forti critiche da parte dello stesso Di Matteo, colpevole della mancata perquisizione del covo di Riina. Inoltre si evidenzia come, l’accusa rivolta a Bonafede circa la sua ritrosia a causa dell’intercettazione, cada presto. A che pro, Bonafede, spaventato, chiama a sè proprio l’uomo artefice indiretto dei suoi timori? Se vuole fare un favore ai mafiosi, come mai si è dimostrato attivo in diverse riforme che vanno a delegittimare direttamente quel mondo? Tutto può essere, certo, ma voglio credere che sia così. D’altro canto, il ministro ha commesso il grave errore di dare per scontata la scelta del magistrato, perché come lui stesso ha affermato: “ritenevo la direzione degli Affari penali più consona all’operato e alla carriera di Di Matteo“. Perché convochi qualcuno, per offrirgli due scelte, senza assicurarti di raggiungere un consenso certo su almeno una di esse?

Può esserci stato un malinteso? Tutto questo polverone si è sollevato, a mio parere, inutilmente. Buttandola, come avviene spesso in Italia, “in caciara”. Esponenti politici che non hanno mai dimostrato il minimo interesse per il lavoro e il rischio vitale di Di Matteo, si presentano oggi al cospetto della giustizia cittadina chiedendo la testa di Bonafede. Pronti a santificare la figura del magistrato che loro stessi hanno sempre vilipeso. La “iena de noiantri” Giorgia Meloni, che chiede le dimissioni del Ministro è come colui che guarda la pagliuzza nell’occhio dell’altro, dimenticandosi della trave che ha nel proprio. E’ come ET che telefonando a casa, si sente rispondere che ha sbagliato numero. Misteri nazionali. Forse chi oggi santifica si dimentica di essere nato da quel partito (Forza Italia), finanziato da “mammasantissima” e mirato proprio a soddisfare gli interessi di quelli che, Di Matteo, combatte. Come sempre un libro di storia, una volta tanto, non farebbe male!

di Raffaele Felline

@immagine by HuffingtonPost.it

Sono stato al Club Silencio. E non era un sogno…

“Non vado mai dove non sono stato invitato”…disse l’Uomo misterioso di Lost Highway (Strade perdute) al protagonista, Fred Madison alias Bill Pullman. Così io, nei giorni bui e solitari della quarantena, ho invitato il maestro David Lynch nella mia stanza perché volevo conoscerlo, scoprire i suoi lavori per curiosare nella mente di uno dei registi più innovatori e geniali del nostro secolo, ed anche di quello passato. Con il risultato di trovarmi spiazzato, a fluttuare in un limbo di emozioni e sensazioni raramente provate davanti allo schermo. Un’immersione totale all’interno delle sue pellicole, dei suoi personaggi, delle manie, delle visioni, delle paure: un viaggio che parte dal 1977 e termina nel 2006, un lungo arco temporale che abbraccia l’intera opera lynchiana cinematografica. Senza contare i numerosi corti (che continuano ancora oggi); le collaborazioni a diverse pellicole; interpretazioni attoriali; la serie cult “I segreti di Twin Peaks“; l’attività artistica come pittore. Sì, perché questo regista incarna al meglio ciò che vuol dire arte e, quello che significa “trasmetterla”. Tuttavia, non sono un critico cinematografico bensì un cinefilo: racconterò di ciò che ho visto perché è così che si fa con le esperienze. Ed ogni singola pellicola di cui parlerò brevemente, è un’esperienza a sé; ho scoperto, infatti, che non si può mai guardare un film di David Lynch, lo si deve vivere. Una premessa biografica è, però, obbligatoria.

David Keith Lynch nacque a Missoula, nel Montana, il 20 Gennaio 1946 e, nella sua vita, l’arte è sempre stata al centro di ogni cosa. Egli nasce come pittore, il cinema arriverà in seguito: nel 1966 si trasferisce a Philadelphia, città che odia, per frequentare la Pennsylvania Academy of Fine Arts e in questi anni matura il proprio interesse per la macchina da presa, realizzando diversi cortometraggi. Le immagini sullo schermo nascono dalle sue tele, Lynch osserva, interiorizza, viaggia e riporta sulla pellicola: del resto, come lui stesso ha ammesso, “l’ispirazione arriva soltanto se si hanno gli occhi aperti“. Questo connubio tra pittura e cortometraggi porta alla nascita dell’interesse verso il cinema (viva Dio), ed è lo stesso regista a raccontarci come ciò avvenne: “è stato uno dei miei quadri. Non ricordo quale ma si trattava di un dipinto quasi completamente nero. C’era una figura che occupava il centro della tela. Quindi mentre stavo osservando la figura nel quadro ho avvertito un leggero spostamento d’aria e ho colto un piccolo movimento. E ho desiderato che il quadro fosse realmente in grado di muoversi, almeno per un po’“. I suoi film, dieci in tutto, sono viaggi onirici alla scoperta dell’abisso dell’inconscio; conflitti freudiani e reminiscenze, lotte interiori che sfociano nell’odio interpersonale. Sogni ed incubi, niente di più. D’altronde siamo fatti di questo, e mentre si naviga nei desideri irrequieti dei personaggi ci si riflette nelle stesse ansie, ci poniamo gli stessi interrogativi: scoprendoci, entrando in una relazione empatica con quello che vediamo. Gli uomini e le donne protagonisti dei film di Lynch sono deboli, come tutti gli esseri umani; vivono la loro vita tra realtà ed inconscio, lasciando spesso prevalere i propri lati nascosti. Questi chiaroscuri, le dissonanze armoniche della mente umana, si riflettono poi nella natura: bene e male metaforizzati nel cielo limpido e in una lotta tra blatte (incipit di Velluto Blu); casolari abbandonati e palazzi fatiscenti (Eraserhead); luoghi ameni e soleggiati contrapposti ad appartamenti grigi e solitari (Mulholland Drive). Questo e molto altro, nelle opere di Lynch.

Riguardo al suo contributo artistico, sono state inaugurate nel corso degli anni diverse mostre e gallerie: ad oggi, i suoi lavori, sono conservati in luoghi come il Museum Modern Art di New York. Nel corso della sua carriera ha ricevuto tre nomination all’Oscar (The Elephant Man, Velluto Blu e Mulholland Drive); la Palma d’Oro nel 1980 per Cuore Selvaggio; il Prix de la mise en scène nel 2001 per Mulholland Drive, il Leone d’Oro alla carriera nel 2006 alla Mostra internazionale del cinema di Venezia.

Da “Eraserhead” a “Inland Empire”: la filmografia lynchiana

Correva l’anno 1977 e con molta fatica, dopo cinque anni di realizzazione, il mondo conosce il primo progetto cinematografico di David Lynch: Eraserhead- La mente che cancella. Titolo difficile da tradurre, in quanto il termine “eraserhead” nella lingua anglofona, si riferisce alle matite composte, al loro apice, dalla gomma per cancellare. La genesi di questo film è stata un’odissea: dopo solo un anno dall’inizio delle riprese, Lynch termina il proprio budget ed è costretto a ripiegare sui lavori più disparati pur di vedere terminata la sua opera. Una volta compiuta, si pose il problema della sua distribuzione in quanto, si riteneva improponibile la presentazione di un film del genere; dopo diversi tira e molla si riuscì a distribuire il lungometraggio nelle sale all’interno delle programmazioni di mezzanotte. Eraserhead può essere considerato il film-chiave della mente di Lynch, il più autobiografico ma non il più criptico: l’opera prima in cui possiamo già scorgere in maniera chiara, le idee e le convinzioni che in seguito saranno sviluppate dal regista. Il protagonista, Henry Spencer (interpretato da Jack Nance, attore impiegato poi in diverse altre pellicole), è un tipografo che vive in un appartamento squallido, piccolo e polveroso; in una città altrettanto squallida e degradata ( nella mente del regista, Philadelphia). L’uomo si ritrova a vivere il più antico dei dilemmi: diventare padre e fare i conti con l’accettazione di un altro essere generato dal proprio corpo, con la conseguenza di lasciar stravolgere la propria vita. Accettare la realtà o rifugiarsi nei sogni e nei desideri inconsci? Farsi inghiottire dalla paura di un corpo estraneo, di un figlio non voluto come un Saturno (quello di Goya) che invece di divorare, viene divorato.

Sembra questa l’unica via percorribile per Spencer: un figlio mostruoso, rappresentato dal feto imbalsamato di un agnello che il regista, non ha mai rivelato come fosse capace di muoversi. La pellicola si sviluppa attorno a questi concetti, portando lo spettatore all’interno di una mente “a forma di matita cancellabile”, in cui Io ed Es (di natura freudiana) si toccano fino a confondersi. La scena della donna cantante, dall’interno di un termosifone, che intona “In paradiso ogni cosa è a posto”, appartiene già al cult.

Il 1980 è l’anno di “The Elephant man“, film biografico sulla vita di Joseph Merrick condannato dalle deformazioni congenite più assurde e terribili della storia della medicina. Un’esistenza circoscritta nell’indifferenza, nel disprezzo per tutto ciò che è “anormale”, diverso da noi e dal precostituito: l’interesse scientifico del dottor Frederick Treves, interpretato da un grandissimo Anthony Hopkins, porterà il giovane Merrick a riconsiderare sé stesso acquisendo più fiducia, anche nel genere umano. Una storia di abbandono ed amicizia, di speranze ed illusioni, tutta racchiusa in queste parole pronunciate dal protagonista: “vede, la gente ha paura di quello che non riesce a capire. Ed è difficile anche per me capire, perché, vede, mia madre era bellissima“.

Dopo il flop rappresentato da “Dune” del 1984, Lynch si dedica alla lavorazione di un film destinato a fare da apripista alle successive opere del regista: Velluto Blu. In questa storia ritroviamo quei temi e quelle forme espressive, già sperimentate in Eraserhead, seppur in una fase embrionale. Un ragazzo, Jeffrey Beaumont alias Kyle MacLachlan che ritroveremo negli anni Novanta come protagonista della serie Twin Peaks, trova l’orecchio mozzato di un uomo in mezzo ad un prato. Da qui, si origina una vicenda (reale?) fatta di violenze, trasgressioni e perversioni che porteranno il giovane Jeffrey all’interno di un vortice di paura e tentazioni. Insieme ad una ragazza, con le fattezze della bravissima Laura Dern, si incontreranno figure malate e dannate, come quelle di Dennis Hopper e Isabella Rossellini (vedi foto). Interpretazioni maiuscole, entrate a buon diritto nella storia. Laura Dern che ritroviamo nel successivo Cuore Selvaggio, questa volta affiancata da Nicolas Cage in un road movie adrenalinico, anche qui perverso, in cui la debolezza e la fanciullezza dei protagonisti decidono l’intero intreccio narrativo. Un omaggio al Mago di Oz e al male umano, impersonato da un inquietante Willem Dafoe (Bobby Peru).

Il film simbolo degli anni Novanta di David Lynch, è senza dubbio Strade Perdute (Lost Highway). Si tratta di un monumento all’ermeneutica, a quell’universo criptico che ritroveremo nel capolavoro Mulholland Drive: la vita di un sassofonista di successo, Fred Madison (Bill Pullman) viene sconvolta da una voce al citofono che gli confessa la morte di un uomo chiamato Dick Laurent. Parallela a ciò, si snoda l’ossessione gelosa di Fred, convinto dell’infedeltà di sua moglie (Patricia Arquette), e la conoscenza inaspettata di un uomo misterioso (Robert Blake) che “non va mai dove non è stato invitato”. Per Fred Madison si tratterà di un viaggio senza ritorno nel profondo della sua mente: incubi, azioni, sdoppiamenti di personalità fanno di un film “illogico”, la logica perfetta. Con Una storia vera (1999), il regista ci dona un film diverso dai precedenti: un uomo Alvin Straight percorre quasi 400 km a bordo di un tosaerba, per raggiungere il fratello nel Wisconsin, reduce da un infarto. Un fatto realmente accaduto che ci fa capire quanto, forse, il tempo sa essere galantuomo e per rimediare agli errori, spesso, non è mai troppo tardi. L’interpretazione dell’attore Richard Farnsworth, malato di cancro alle ossa durante le riprese e che morirà un anno dopo l’uscita del film, contribuisce a dare quel tocco in più di realismo e tenerezza.

Arriviamo così al 2001, l’anno del capolavoro lynchiano per eccellenza: Mulholland Drive. Il film, entrato nell’Olimpo dei migliori del XI secolo, è un omaggio al sogno e alle trame del subconscio. Niente, come questa pellicola, riassume al meglio la poetica del regista e della lotta tra Io, Es e Super-io di Freud. Uno spettacolo puro dall’inizio alla fine: visionario, rivoluzionario, crudele, diretto. Un intreccio, come sempre apparentemente illogico, nudo e puro che ci ricollega ai nostri desideri più remoti; connettendoci col brodo primordiale da cui proveniamo. La pellicola racconta la storia di Betty Elms, interpretata da una fantastica Naomi Watts (ruolo che l’ha vista consacrare come diva di Hollywood), aspirante attrice che si trasferisce a Los Angeles per realizzare il suo sogno. Arrivata nella città degli angeli, si stabilisce nella casa della zia (anch’essa attrice) e qui incontra una ragazza, la quale ha perso la memoria a causa di un incidente automobilistico e che dice di chiamarsi Rita (Laura Harring). Tra le due nasce una profonda amicizia: Betty aiuta la smemorata a ricomporre il puzzle della sua vita ma niente è come sembra! La vita delle due donne si intreccia con quella di un regista di nome Adam Kesher (Justin Theroux), alle prese con un film di difficile realizzazione a causa di raccomandazioni continue, per scritturare una prorompente giovane attrice: si noti qui, la forte critica di Lynch al mondo dello spettacolo e del sistema hollywoodiano.

Tutti e tre si ritroveranno a far parte di un viaggio dai confini leggerissimi, in cui nulla sembra reale e tutto sospeso su un sottile equilibrio. Ma non basterebbe un articolo intero per parlare di questo film e di tutto quello che possiede al suo interno: posso solo scrivere che è una pura esperienza da vivere, tutta d’un fiato. Difficile scegliere una scena ad emblema del genio: sicuramente il teatro “Club Silencio“. Un posto in cui ci si va apparentemente da svegli; dove si acquista qualcosa e se ne perde un’altra. Un luogo dove tutto è registrato e dove ognuno di noi, ritrova il proprio passato ed il proprio presente. Per Mulholland Drive, a dispetto dei pochi incassi registrati, David Lynch ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il premio per il miglior regista al Festival di Cannes ed una nomination all’Oscar. Infine, Inland Empire del 2006, riaffronta i temi del precedente lavoro ma in una storia del tutto diversa: un’attrice di successo, questa volta con il volto di Laura Dern, si ritrova a recitare sul set di un film su cui aleggia un velo di mistero e maledizione. Il film è un sismografo impazzito: non dà riferimenti; cambi repentini di soggetti e situazioni; riprese ricche di tensione; visioni paradossali ed inquietanti.

Questo e molto altro è David Lynch, e se anche voi volete visitare il suo mondo, allora non vi resta che sedervi comodi, sulle poltrone in velluto del Club Silencio. Anche se so, per certo, che ci siete già stati…

Filmografia:

  • Eraserhead- La mente che cancella (1977)
  • The Elephant Man (1980)
  • Dune (1984)
  • Velluto Blu (1986)
  • Cuore Selvaggio (1990)
  • Fuoco cammina con me (1992)
  • Strade Perdute (1997)
  • Una storia vera (1999)
  • Mulholland Drive (2001)
  • Inland Empire (2006)

di Raffaele Felline

Perché i boss tornano a casa?

Una domanda difficile da soddisfare ma che tuttavia non ci dispensa dall’analisi e dalle dovute considerazioni su un fenomeno che, negli ultimi giorni, sta interessando diverse carceri italiane. Sempre più condannati, in primis per associazione mafiosa, collusi, complici e boss rivedono la luce oltre i cancelli delle strutture di detenzione: ottenendo, da parte delle autorità giudiziarie, un attenuamento (se non in certi casi, una vera e propria sospensione) dell’esecuzione della pena sotto forma della reclusione domiciliare. Ritornano a casa dunque, nelle loro città conquistate con duro lavoro, ai loro salotti e alle loro abitudini si direbbe. Perché dico questo, con una sottile punta di ironia? Perché tutta questa situazione mi suscita un forte senso di farsa. Una farsa tipica italiana. Ma procediamo per gradi.

Il 41bis e le dichiarazioni del Dap

Il campanello d’allarme per alcuni magistrati da anni in lotta contro la mafia, come Antonino Di Matteo e Nicola Gratteri, e per diversi esponenti politici è scaturito dalla scarcerazione di Francesco Bonura. Punto di riferimento della mafia palermitana di Bernardo Provenzano; condannato in via definitiva nel 2012 per associazione mafiosa ed estorsione a 18 anni e 8 mesi di carcere, scontava la propria pena al “regime duro” nel carcere di Opera a Milano. Almeno fino a qualche giorno fa: si, perché il giudice che si occupa del caso, motivando la propria azione con l’espressione “è anziano e malato“, ha permesso la concessione degli arresti domiciliari per il soggetto suddetto. Tutto questo per scongiurare un possibile contagio da Covid: in effetti la motivazione per cui i boss stanno uscendo, è relativa all’emergenza sanitaria in atto. Per carità, il grido di Ninni Cassarà* “noi non siamo come loro”, è sempre attuale: se un detenuto, qualunque sia il suo nome o la sua colpa, necessita di assistenza sanitaria e di cure, lo Stato ha il dovere costituzionale di adempiere ai suoi compiti. Tuttavia, non capisco (e non sono il solo) perché tutto questo non può avvenire all’interno delle stesse strutture di detenzione? Possibile che, in una condizione di “carcere duro”, con contatti e libertà estremamente limitate si possa correre il rischio di un contagio generalizzato? Perché qui non parliamo di pazienti risultati positivi ma dell’eventualità che lo siano. Quindi, per evitare la possibilità di un contagio si mandano a casa i boss mafiosi? Mistero della fede.

Marco Travaglio, nel consueto editoriale de Il Fatto Quotidiano, ha scritto che i casi di contagio per chi si trova al regime del 41bis sono pochissimi; dubitando dunque delle misure messe in atto dalle autorità giudiziarie e penitenziarie. La redazione di Antimafia 2000, in data 21 Aprile, ha pubblicato una nota del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) in cui si afferma di “non aver diramato alcuna disposizione a proposito dei detenuti appartenenti al circuito di alta sicurezza o, addirittura, sottoposti al regime previsto dall’ art. 41-bis dell’Ordinamento penitenziario“. Ed inoltre sostiene che tutto ciò “si tratta di un semplice monitoraggio” circa le età e gli stati di salute dei detenuti, da comunicare ai magistrati: un’azione meccanica del Dipartimento, svolta da sempre “in totale autonomia e indipendenza“. Le dichiarazioni chiariscono però pochi dubbi e lasciano aperte tutte quelle domande sovrascritte: a maggior ragione nel momento in cui, il Garante nazionale per i diritti dei detenuti afferma “che il quadro aggiornato al 21 Aprile, sulle positività in carcere, sia per quanto riguarda la popolazione detenuta (con una lieve diminuzione), sia per quanto riguarda il personale, è stazionario“. Sulle note del Dap è intervenuto anche il Presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, che ha parlato di “una confusione normale in conseguenza di quanto affermato“. Nonostante questo, la situazione che si presenta è ben diversa con la lista di boss pronti a richiedere o sperare nel “differimento” della pena: Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Pippo Calò, Nitto Santapaola, Raffaele Cutolo, giusto per citare i più conosciuti. Senza considerare chi già è a casa: oltre a Bonura, Rocco Santo Filippone (indagato nel processo sulla ‘Ndrangheta stragista) e Pino Sansone (vicino a Totò Riina). Questi i nomi, per ora. Personcine a modo.

Le prese di posizione

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede assicura che sono in atto delle verifiche per capire a chi siano, effettivamente, rivolte tali misure e se siano necessarie. Ma c’è da dire che il danno è stato fatto: lo Stato ne esce di nuovo penalizzato, acquisendo sempre meno credibilità nella lotta alla mafia. Perché se è vero che il decreto Cura Italia affronta anche il tema del sovraffollamento delle carceri, c’è da dire anche che il tutto non si risolve con lo svuotamento delle celle (utilizzando l’emergenza). Si possono costruire nuove strutture di detenzione, come ha sottolineato più volte Roberto Scarpinato: dal momento che l’indulto, ad esempio, ha soltanto assolto all’obbligo di trarre in salvo “gli amici degli amici” e i criminali di lungo corso. Ma non ha prodotto nessun risultato sul tema del sovraffollamento e delle condizioni di vita dei detenuti. Si potrebbero, nel contesto di emergenza che viviamo, “istituire dei poli sanitari minuscoli dentro le carceri, per tentare di prevenire il rischio contagio“, come ha suggerito Vittorio Teresi. Perché queste ed altre alternative, non vengono prese in considerazione? Forse perché questo Paese deve, per natura, sottostare ai continui ricatti della mafia?

Il pm Nino Di Matteo in una foto di archivio ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Lo Stato– ha detto Di Matteosta dando l’impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte. Sembra aver dimenticato e archiviato per sempre la stagione delle stragi e della Trattativa Stato-mafia“. Parlando in questo senso di “una grave offesa alla memoria delle vittime e all’impegno quotidiano di tanti umili servitori dello Stato“. “La scarcerazione di capi mafia importanti […] rischia di apparire come un cedimento dello Stato di fronte al ricatto delle organizzazioni criminali“.

Non dimentichiamoci che tra le richieste contenute nel “papello” consegnato da Riina allo Stato, momento di nascita del patto scellerato, vi erano proprio gli arresti domiciliari per i boss mafiosi. Spesso a pensar male si fa peccato ma a volte…

Allora oso di più. Conosco troppo bene la mafia e le sue dinamiche, un pò per passione personale e un pò per studi universitari, e sono convinto che le rivolte a cui abbiamo assistito all’inizio della quarantena non erano altro che forme ricattatorie, messe in atto (magari) da quegli stessi boss che sognano la libertà e che in parte, l’hanno ottenuta.

Benvenuti nel Paese di Pulcinella: la farsa è servita. E tanti saluti a chi è saltato in aria!

*Ninni Cassarà: poliziotto, vice-questore aggiunto e vice-capo della Squadra Mobile di Palermo. Stretto collaboratore di Giovanni Falcone e uomo di rilevanza fondamentale nell’ambito delle indagini del pool antimafia. Assassinato da Cosa Nostra il 6 Agosto del 1985.

Foto di Antonino Di Matteo by GDS.it

di Raffaele Felline

Vittorio Feltri e dintorni: a proposito di nulla cosmico

Ho atteso, volontariamente, prima di scrivere queste poche righe su quanto accaduto nella trasmissione “Fuori dal coro” di Mario Giordano, in onda su Rete4. E i motivi sono molteplici: innanzitutto non volevo rischiare considerazioni a caldo, sempre controproducenti, poi volevo formarmi un’idea (semmai fosse necessario) ascoltando i pareri di giornalisti, politici e scrutare le eventuali decisioni adottate dall’Ordine dei giornalisti. Devo dire che un grosso freno al mio pensiero è stato caratterizzato dalla forte voglia di non perdere tempo con le cose frivole, e concentrarmi piuttosto su notizie serie, sulla lettura di un buon libro, sulla cultura in generale. Non volevo (e comunque non voglio) occuparmi del nulla: perché quando si nomina o si discute di e con Vittorio Feltri, si parla del nulla. E il nulla, vuoi o non vuoi, affascina: e così mi sono chiesto perché ad un uomo del genere venga data tanta visibilità. Perché, cosa più grave, le sue affermazioni non destano vergogna nella popolazione e nelle istituzioni?

Vittorio Feltri è un caso sociologico che, per deformazione accademica, mi stimola. No, non mi stimola in quel senso (lo so che lo state pensando): la vista di un vecchietto stempiato, con gli occhialetti da intellettuale borghese, con la carnagione triste e anemica si, mi colpisce. Che poi se non fosse per quella bocca che esterna follie, Vittorio Feltri arriverebbe pure a farti provare tenerezza: invece parlando, ti suscita solo pena. Un pò come quell’altro Vittorio (Sgarbi) che se non fosse per il cognome, diresti perfino che sono gemelli: più passa il tempo, più perdono colpi. Che vuoi? Sarà la vecchiaia. E guardandoli, spero nel Fato di non invecchiare mai come loro. Carcasse di un’epoca perduta, individui “scoreggioni” (per usare Carmelo Bene) che nel loro decadimento mentale e fisico, avrebbero ispirato tranquillamente Francisco Goya. “Il sonno della ragione genera mostri“….il problema di questo Paese è che i mostri si vedono da svegli.

“I meridionali sono inferiori”…

Il nostro Vittorio è un caso sociologico (oltre che patologico) perché incarna tutte le contraddizioni del suo tempo. Nel momento in cui la società è ferma, nel momento in cui le energie di tutti sono concentrate su questioni fondamentali, c’è chi (come il vecchietto) preferisce ruttare frasi sconnesse, intermittenti e odiose. Nel momento in cui le debolezze di una società devono essere eliminate, in nome di una ripartenza più pura anche dal punto di vista etico e morale, essere razzisti, maschilisti e omofobi sembra essere l’unica via. Ma è una via che non porta a niente, serve solo a rinchiudersi in sé stessi per diventare giorno dopo giorno anacronistici. Tuttavia, la sociologia arriva qui: dire che “i meridionali sono inferiori”, più che essere mero anacronismo, è uno slogan che crea appeal e francamente, ha anche stancato. Esternare (e non è la prima volta) frasi di questo tipo vuol dire non aver capito nulla della storia di questo Paese, vuol dire essere succubi di un’ignoranza abissale, privi di qualsiasi aderenza con la realtà. Ultimamente, proprio mentre si dovrebbe dimostrare unità, diversi esponenti politici anche in prima linea, come Giulio Gallera, si lasciano andare a frasi a dir poco allusive. “Il Sud si è salvato grazie alle scelte della Lombardia“, così l’assessore alla sanità della Regione. E ancora Pietro Senaldi (chi?), il 18 Aprile a Stasera Italia (guarda caso sempre Rete4): “ripartire il Sud? Al Sud stanno comodamente a casa magari con il reddito di cittadinanza, mentre al Nord produttivo, c’è il vero paese che deve reagire“. Pietro Senaldi, regista dell’ovvietà: vedi i giochi del destino, militante di lunga data della testata “Libero” del nostro Feltri. Già, il reddito di cittadinanza: ricordate le fake news sui centri per l’impiego meridionali, intasati dalle richieste? Tutto, ovviamente, condito dalla complicità mediatica di giornalisti, opinionisti e salotti inguardabili.

Questa narrativa sul Sud fannullone, dipendente, servile, mafioso ed inferiore potrebbe essere tranquillamente superata dalla lettura di qualche libro. Antonio Gramsci, Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, giusto per citare qualche autore. Che ne dici Vittorio? Forse è arrivata l’ora di studiare un pò di più e di abbandonare da una parte il moschetto e dall’altra il fazzoletto verde.

…inferiori a questo Nord?

Caro Pietro Senaldi, che il Settentrione traini il resto della penisola non è un mistero. Forse per alcuni, capire perché i meridionali, dall’Unità di Italia in poi siano stati costretti ad emigrare prima esternamente e poi internamente, rappresenta il vero mistero. Comprendere la dipendenza del Sud dall’assistenzialismo statale, dalle sovvenzioni e dalle promesse è impresa ardua per gli storici come Vittorio Feltri. Come riconoscere tutte le potenzialità del Meridione, che aspettano di essere utilizzate. Chi vive al Sud, con le dovute eccezioni, non passa la vita a piangere ma solo a sperare in una seria considerazione di tutto quello che questa grande fetta d’Italia può essere. Facile parlare di un Nord che traina, quando si è sempre lavorato alacremente perché ciò diventasse realtà. In primis con il settore sanitario, come possiamo vedere di questi tempi. Quindi, caro Gallera, semmai il Sud si è salvato nonostante le scelte della Lombardia: una sanità che ha dimostrato evidenti limiti nella gestione e nelle reazioni all’avanzata del virus, creando un’emergenza senza precedenti. Un’emergenza in cui, è dura da accettare, il Sud ha dimostrato maggiore compattezza ed unione di intenti: come rivela la discrepanza di denunce effettuate nelle rispettive aree d’Italia. Se ragioniamo in questi termini, da un punto di vista economico e geografico, allora i meridionali sono davvero inferiori.

Quando si parla di Vittorio Feltri è così, ci si scontra con il nulla. Anche se il nulla, filosoficamente, presuppone un’esistenza all’origine. Ma è funzionale scontrarsi con questa dura realtà, ogni tanto. Se non altro per renderci conto di quanto, nel nostro Paese, sia necessario difendersi da tanti altri tipi di virus: per i quali, sembra non esserci vaccino. E pensare che poteva andarci pure peggio, se solo il vecchietto fosse riuscito a diventare nel 2015, Presidente della Repubblica su proposta degli amici: Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Ma in ogni caso, lasciamolo fare, abbandoniamolo ai suoi sproloqui: “un panino glielo vogliamo pur dare! “, come disse sempre il Maestro Bene.

Concludo confermando il mio disgusto verso l’Ordine dei giornalisti e l’Agcom che nonostante la reiterazione di siffatti comportamenti, faticano a prendere seri provvedimenti disciplinari. E’ giunto il momento di passare dai comunicati ai fatti: è scandaloso che tutto avvenga con una certa frequenza e con la complicità di programmi televisivi osceni. Oltre che demagoghi, intrisi da un ridicolo populismo, a tratti letale. Lodo, infine, l’iniziativa del giornalista e senatore Sandro Ruotolo perché ancora una volta, dai banchi istituzionali, fa sentire la propria voce ed attua consistenti azioni di difesa dei più basilari e fondamentali princípi costituzionali. Princípi che, in linea di massima, dovrebbero essere già assodati.

di Raffaele Felline

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