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ANDATA E RITORNO AL “CINEMA”: UNA CONVERSAZIONE CON MASSIMILIANO BRUNO

Il ritratto e i pensieri di uno dei registi più originali della commedia italiana. Dal 29 Ottobre nelle sale con “Ritorno al crimine”: un “action-comedy”, tra il fantasy e il poliziesco

@gentedellanotte.it

Spesso capita di imbattersi in persone che non avresti mai pensato di conoscere. Spesso sono proprio quelle che ti colpiscono e, direttamente o meno, ti insegnano qualcosa. Succede così, che ti ritrovi a Roma in un tiepido martedì di Ottobre: sveglia presto e tanta curiosità. E permettetemi di dire, anche un po’ di orgoglio nel riuscire a soddisfare, un piccolo desiderio. Orgoglio nel poter liberamente conversare di qualsiasi argomento, senza il giogo di un retaggio o di un vincolo “editoriale”: in estrema sintesi, libertà. Libertà di chiedere e ricevere risposte mai asettiche o fisse; bensì creatrici di ulteriori digressioni, di altri mille punti interrogativi.  

Con Massimiliano “Max” Bruno è andata così: disponibilità e gentilezza. E anche un messaggio inviatomi come promemoria, a dimostrazione di quanto siano atipiche in un certo modo, la figura e l’umanità del regista romano. Insomma, se Bruno chiama devi rispondere. Ne varrà sicuramente la pena. Da “Nessuno mi può giudicare” a “Beata ignoranza”, passando per “Viva l’Italia”; nelle vesti di attore in fortunate serie tv come “Boris” e “L’ispettore Coliandro”: da un lato e dall’altro della macchina da presa, Massimiliano Bruno riesce tuttora a stupirci e a farci riflettere.

Ci ritroviamo nel suo appartamento: Max mi ha accolto sorridente come al solito, con Kobe Bryant sulla t-shirt, mascherina alzata e porgendomi il gomito (visti i tempi). Lo ringrazio per avermi concesso il suo tempo, soprattutto di mattina presto. Mi dice che va bene, in quanto si sveglia sempre di buona lena: c’è molto da fare e da lavorare. E soprattutto, c’è un film che scalpita da Marzo scorso per uscire nelle sale: parliamo ovviamente, di “Ritorno al crimine”. Mi sento del tutto impacciato perché è la prima volta che intervisto, di persona, qualcuno. Gli spiego quello che ho in mente: un viaggio attraverso alcuni dei suoi lavori più noti, soffermandomi tra passato e presente. Con lo sguardo teso ad un domani, per tutti noi, difficile da delineare. Una volta fatto questo, accendo il registratore e passo la parola al mio interlocutore.

Questo, è ciò che mi ha detto. Buona lettura!

-Che cosa ti ha spinto ad intraprendere la strada del teatro e del cinema? Da dove è nato tutto e come riesci a rinnovare questa passione, giorno dopo giorno?

Io sono cresciuto nella Roma degli anni ’70 e ’80: una Roma politicizzata dove c’erano i fascisti e i comunisti, i compagni e i camerati. L’impianto culturale te lo dovevi realizzare da solo perché c’era solo la televisione, a proporti qualcosa. Ricordo che c’era un piccolo teatro di quartiere (il Teatro delle Muse) e un paio di cinema che adesso non esistono più. Un giorno il mio professore di storia e filosofia, al liceo, ci incoraggiò ad andare al cinema e a teatro. Andai così all’allora teatro “Giulio Cesare” (adesso è un cinema) dove c’era un attore, si chiamava Bosetti, che proponeva gli spettacoli di Beckett; Shakespeare; i “sei personaggi in cerca di autore”: andai a vedere le pomeridiane. In questo modo mi son fatto un po’ di cultura personale e da qui è nata la passione. Ho pensato fosse un bellissimo lavoro, anche se il mio imprinting familiare era più serio: mio padre era un avvocato e mia madre un insegnante, i miei fratelli sono diventati avvocati o notai. Ci si aspettava un dottore ma io non mi sono laureato e ho dedicato anima e corpo allo studio della scrittura teatrale e cinematografica, la regia e la recitazione. È stato un percorso lungo e faticoso perché io ho incominciato a raccogliere i frutti del mio lavoro verso i 35 anni, ho investito la mia vita in questo. La passione te la rinnovano gli altri, con le loro vite: ci appassioniamo ad una storia perché la si legge sui giornali, perché ce la raccontano. I personaggi di un film devono sempre essere reali e veri; così ti identifichi nella vita degli altri a partire dalla tua: io ho scritto un libro in cui racconto fondamentalmente la mia storia attraverso gli occhi di un altro. La passione si rinnova andando al cinema, al teatro, leggendo libri, parlando con tutti. Io faccio amicizia con persone di vent’anni come con quelle di settanta! Con un signore anziano, in palestra, mi intrattenevo a parlare di politica e parallelamente con un allievo della mia scuola mi intrattengo ad ascoltare le sue problematiche. Sono un uomo empatico e questo aiuta molto, in questo tipo di lavoro.

In occasione di “Nessuno mi può giudicare”: P.Cortellesi; M. Bruno; R. Bova; R. Papaleo. @indieeye

-Il tuo percorso cinematografico, come regista, parte nel 2011. Dopo diversi anni trascorsi nei teatri, approdi nelle sale italiane con la tua opera prima: “Nessuno mi può giudicare”. Il film è subito un successo (candidato a cinque David di Donatello e vincitore del Nastro d’Argento come Miglior film). Che cosa ha rappresentato per te tutto questo?

È stato un punto di arrivo: di solito i punti di arrivo sono contemporaneamente dei punti di partenza. Il punto di arrivo di quella stella che ho visto cadere a 16 anni, la notte di San Lorenzo; quando espressi il desiderio di diventare regista cinematografico e poi, a 40 anni si è realizzato. Da lì son partiti altri sogni che non dico altrimenti non si avverano. Un sogno molto bello, una commedia che fa molto ridere ma che ha anche una profondità: è difficile che attori vincano per una commedia. Quando Paola ha vinto quel premio (Miglior attrice) dinanzi a tante attrici impegnate in ruoli drammatici è stata una grande realizzazione. Vincere come miglior commedia i Nastri d’argento, i Golden Globe dalla stampa internazionale, è stata una soddisfazione. Però, al di là del riconoscimento dei premi che è relativo, c’è stato un riconoscimento del pubblico (più importante per me). Il riconoscimento di un film che è diventato un piccolo cult, un evergreen che fa sempre tanti ascolti quando viene mandato in onda. Come anche “Notte prima degli esami” (scritto da Massimiliano Bruno insieme a Fausto Brizzi), che è diventato un po’ il portafortuna per chi è alla maturità. È stato il coronamento di un lavoro durato vent’anni: ho iniziato dapprima in parrocchia; nei teatri off romani, poi nei teatri più grandi; ho scritto per trasmissioni, per film di altri; scritto per serie tv. Ho fatto tutte le tappe che secondo me si devono fare; se ci avessi messo dieci anni di meno sarebbe stato meglio! (ride). In un altro paese ci avrei messo di meno ma va bene così, in Italia si arriva spesso un po’ tardi a realizzare certi sogni.

Dopo “Nessuno mi può giudicare” arriva “Viva l’Italia”: un ritratto spietato, amaro e ironico sulle contraddizioni, le debolezze ed anche le potenzialità di questo nostro Paese. Secondo te cosa succederebbe se domani, un politico influente come Michele Spagnolo (alias Michele Placido nel film), si svegliasse con l’incapacità di mentire e il desiderio di dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”? Dovremmo preoccuparci?

Dopo aver realizzato questo film, sono usciti un paio di leader che ricordano molto Michele Spagnolo. Se tu pensi a Trump…gli escono delle cose dalla bocca “come scoregge”: certe volte dice delle cose che un capo di Stato non può dire; delle cose a tratti naziste. La differenza è che Michele, nella sua malattia, diceva la verità sottolineando i fatti reali (quello ruba, mia nuora è una “poco di buono”). I politici come Trump o Kim Jong-un, hanno un pensiero dietro che è distruttivo. In Italia oggi non saprei…magari sarebbe stato più grave se fosse successo negli anni ’70. Se Andreotti, Craxi, Fanfani, avessero detto tutte le malefatte della P2 o i segreti di Ustica. Se avessero parlato di Gladio, della strage di Bologna. Adesso succede ben poco, vi è una tale pochezza di contenuti ed è arrivata una classe politica che non ha studiato per fare il politico. Quindi c’è un po’ di qualunquismo, di uomo qualunque: poi certe volte a questi la verità gli scappa, nel bene e nel male. Ad ogni modo, il periodo peggiore sarebbe stato quello degli anni ‘70-‘80-’90 o se fosse capitato a Berlusconi: sarebbe finito politicamente molto prima.

@IlSussidiario.net

-Parlando di “Viva l’Italia”, penso a ciò che mi sovviene ogni volta che ho la possibilità di vedere un tuo lavoro: viene data molta importanza all’uomo, puro e semplice. Non mostri nessuna remora a mettere in scena le ansie, le paure e le vigliaccherie; così come la tenacia. Il coraggio di affrontare la vita per te, dove si acquista? Come si accettano i pro e i contro del quotidiano?

Il coraggio di affrontare la vita lo devi prendere da te stesso, dalla tua curiosità. Penso che la vita sia un grande puzzle che tu devi avere il coraggio di non finire mai; io spero che quando morirò, morirò con la curiosità di conoscere qualcosa che non ho fatto in tempo a conoscere. Un puzzle in cui si strutturano immagini che continuano all’infinito: questo me lo ha insegnato l’arte, la mia eredità è quella della commedia italiana. Mi ha insegnato la vita ne “Il sorpasso” (D. Risi), dove Vittorio Gassman dà il passaggio a questo giovane studente: gli fa vedere un tipo di vita ma per colpa della sua arroganza nel guidare, il giovane muore. Mi ha fatto vedere la vigliaccheria e il coraggio prima della morte ne “La grande guerra” (M. Monicelli) con Alberto Sordi. Un film in particolare di Ettore Scola, “C’eravamo tanto amati”, mi ha insegnato quanto sia difficile crescere e quanto, pur di affermarsi, si modificano i propri ideali: appoggiandosi a dei pensieri che non ci appartengono. La malinconia e l’amarezza sta proprio nel fatto che poi, un bel giorno ci si risveglia più grandi, ci si guarda indietro e si capisce di aver tradito se stessi. La vita è bella perché ti permette di sbagliare moltissimo. Sbagliare ti dà la possibilità di affrontare gli errori e riparare ai danni, che è un gran bel modo di vivere alternato al fatto che ogni tanto devi azzeccare qualcosa. Non si può fare tutto bene, però credo che la vita bisogna avere il coraggio di prenderla così com’è. Un mio caro amico mi ha raccontato che lui vede la morte come qualcosa che sta affianco a noi, come una persona a cui far vedere quanto valga la pena vivere. E quindi non la vive come un nemico; quando non avrà più niente da far vedere comincerà questo “amico” a fargli vedere i motivi per cui vale la pena morire.

Agganciandomi al coraggio, ne “Gli ultimi saranno gli ultimi”, ci hai donato una splendida Paola Cortellesi nei panni di una donna audace e lottatrice. Una donna che non si piega dinanzi a niente e a nessuno; disposta a qualsiasi azione pur di salvaguardare la propria dignità e il proprio futuro. Cosa pensi si possa fare oggi in Italia, per restituire dignità ai lavoratori? Il ruolo di una donna come quella dipinta nel tuo film, come può essere rivendicato e difeso?

Son due argomenti diversi: i lavoratori stanno attraversando un momento difficile perché la tecnologia e l’avanzamento dell’essere umano ci insegnano che i tipi di lavori cambiano; non esiste più il maniscalco ma il programmatore di pc. Il tipo di cultura che c’è nel mondo mi suggerisce che bisognerebbe insegnare ai ragazzi, fin da piccoli, ad essere autosufficienti, combattivi e competitivi nel mondo del lavoro. Se uno ne sa molto di una determinata materia certamente troverà lavoro, il problema è che: per mille persone che ci sono per cento posti di lavoro, la giustizia sociale ti dice che passano i 100 migliori, diciamo 99 perché c’è sempre qualcuno aiutato. Un mondo molto competitivo, nell’ordine delle cose e del capitalismo: chi funziona va avanti, altrimenti rimane al palo. È spietata la vita e poco assistenzialista per quanto riguarda il mondo del lavoro. Il discorso della donna è differente: tartassata dalla cultura degli ultimi tremila anni, dalle religioni. Nessuna religione conferisce alla donna una dignità pari all’uomo e la religione in questi anni ha fatto cultura: compresa quella nel nostro Paese. Si parte dalla distruzione della sessualità femminile: Gesù Cristo, purtroppo, non nasce da un rapporto sessuale ma per opera dello Spirito Santo. Questo è un messaggio terribile: le donne non sono mucche e gli uomini non sono animali. No, l’animale non può scegliere ha solo l’istinto: noi possiamo scegliere se uccidere o meno, se mangiare il panino cancerogeno oppure no.

P. Cortellesi in “Gli ultimi saranno gli ultimi”@Tvzap

La religione alla donna non ha dato scelta, per colpa delle religioni vediamo donne costrette a stare in casa, a cucinare; altre costrette a mettersi un velo in faccia ed altre ancora che devono piegarsi a meccanismi come l’infibulazione, perché è peccato provare piacere. Un impianto culturale che se ci ha messo tremila anni ad attecchire, bisogna iniziare a destrutturarlo in modo che tra duemila anni la donna non abbia tutti sti problemi. Di conseguenza tutto quello che succede è a catena: ecco perché sono meno pagate sul lavoro o un uomo che guadagna meno della moglie va in crisi. Ma non siamo più scimmioni: ci siamo evoluti, abbiamo un cervello. Questo è quello che spero avvenga in futuro sia per le donne che per gli uomini: le prime, perché potranno avere finalmente la libertà di essere diverse ma uguali. Diverse nell’accezione fisica di uomo e donna e uguali perché avranno davvero pari diritti. E l’uomo perché smetterebbe di avere questo pensiero annullante nei confronti delle donne, che crea frustrazione. La donna per me è l’immagine a cui tendere, l’uomo ha un immagine femminile che non riesce a raggiungere se in quell’ immagine c’è la religione. Per me l’immagine migliore di una donna è una puttana: la puttana è un’immagine migliore della suora: sceglierei tutta la vita una puttana invece che una suora. Traslato, vuol dire una donna che vive la propria sessualità, che se si rompe i coglioni di star con un uomo gli dice addio. Rispetto ad una donna che è una brava ragazza di famiglia; che sta a casa e cucina; che si fa i fatti suoi…che palle. Con il risultato che l’uomo cede al tradimento e nessuno dei due è felice. Meglio una coppia felicemente divorziata che una coppia che rimane insieme senza volersi. Quindi anche la convenzione del “fare i figli”, di sistemarsi: io non ci sto. Ad un figlio devi sapere cosa dire, cosa insegnare. In giro è pieno di stronzetti figli di stronzoni (sia maschi che femmine): meglio non fare figli che fare figli matti. Purtroppo de stronzi che si accoppiano è pieno.

Penso al caso del povero Willy Duarte: sicuramente gli assassini erano stronzetti figli di stronzoni…

Beh abbiamo visto, il padre e il fratello sono andati a dire che non fa nulla perché tanto va bene ammazzare di botte un negro: non può essere un reato. Ecco, tu padre hai un figlio che è uscito così gelido perché i genitori erano gelidi: alcuni riescono a reagire, altri no. Non è il caso di quei due imbecilli. Siamo circondati da queste persone che purtroppo si tatuano sulla pancia “famiglia… se un familiare è uno stronzo diventa un nemico. La famiglia e il sangue sono concetti atavici, sangue del mio sangue un cazzo…chi conosco da sei mesi può essere più amico di un genitore o fratello che si comporta male. Chi si comporta in determinati modi va allontanato anche se porta il tuo stesso cognome. È gente che ha un pensiero distruttivo: loro hanno sposato una mentalità e un pensiero freddo. La responsabilità è di quei ragazzi e basta: anaffettivi che non hanno sentito nemmeno il bisogno di fermarsi, perché gli saltavano addosso.

Il frutto di una disaffezione sociale dunque. Viviamo nell’epoca della frivolezza insita nei rapporti interpersonali: la società liquida teorizzata da Bauman, è qui. Penso alla coppia massacrata a Lecce o ai “no mask” e “no vax” vari, che non hanno un vero interesse collettivo.

A tutto questo viene data una grossa attenzione mediatica: 200 anni fa se fosse successo un fatto analogo a quello accaduto al povero Willy, non si sarebbe saputo. È conseguenza di una cultura, del sopraffare l’altro…ti insegnano quello. In tempo di guerra i soldati di qualsiasi nazione entrando in uno Stato, stupravano le donne. Vuol dire che tu dentro hai, come diceva Buffon, una pattumiera.

-In relazione al messaggio che lanci attraverso le tue opere, il fulcro di questa nostra intervista vuole essere proprio il cinema. Inteso come luogo e mezzo per infondere speranza, rivoluzionare e appassionare: almeno per come lo intendo io. Adesso si risveglia a passi timidi ma l’emergenza sanitaria e il lockdown ci ha lasciato orfani, per un po’, di questo mezzo. Tuttavia, la crisi del cinema ha radici profonde: cosa pensi del fatto che chi lavora nel mondo dello spettacolo, si ritrova senza “istruzioni”? Ritieni che il cinema, cosi inteso ad inizio domanda, sia un’emergenza sociale prima che sanitaria?

Credo che il problema, come hai detto tu nella domanda, proviene da lontano. Nel momento in cui ha preso piede più il cinema di intrattenimento che quello d’ autore. C’è stata un’inversione di tendenza negli anni Novanta che comincia a segnalare una crisi reale: se un film fa ridere oppure è un filmone americano pieno di effetti speciali (come quelli sui supereroi), funziona e incassa. Mediamente invece se un film è introspettivo e ti fa fare delle domande e quindi prova a metterti in discussione, non incassa. Vi è un’avversione generale nei confronti dell’arte: l’arte viene mistificata e annacquata con qualcosa che ha a che fare molto con la televisione. Lo schermo, con i talent ad esempio, ha portato alla ribalta l’uomo qualunque, l’uomo senza qualità. Che non sa fare nulla ma che però è diventato divo: l’ immagine diventa ammirata, si hanno i fans eccetera. Una volta l’arte e il cinema, non a caso i registi venivano chiamati maestri, erano un modo per imparare qualcosa sia dell’animo umano che della cultura generale: sia che raccontassero la storia di un uomo o di una donna forti, sia che parlassero dello sviluppo culturale del Paese. Il Neorealismo ha raccontato l’Italia del dopoguerra meglio di un libro di storia: “Sciuscià” o “Ladri di bicicletta” (V. De Sica) sono meglio di un libro. Lo stesso vale per l’America, con i film sulla guerra del Vietnam: “Platoon” (O. Stone) o “Apocalypse now” (F.F. Coppola); ne potrei citare tantissimi. “The help” (T. Taylor) ti serve a comprendere che cosa era la segregazione negli Stati Uniti degli anni ‘50-‘60.

@ProgettareinEuropa.com

Il cinema aveva ed ha ancora questo compito: comprendere l’animo umano, accrescendolo anche. Quindi non è cambiato il cinema è cambiato il pubblico: il pubblico del 2020 è diverso da quello che ci poteva essere fino a 15/20 anni fa. L’istruzione scolastica è insufficiente rispetto a quella che c’era venti anni fa, prova ne è che i ragazzi escono da scuola senza avere delle conoscenze storiche e geografiche. Come fai a comprendere il mondo se non hai in mente una cartina geografica dello stesso? Come fai a capire quanto è urgente un problema se non capisci che la Libia è ad un’ora di aereo da Roma? Maggiore cultura c’è, secondo me, più armi hanno le persone per dire i propri no rispetto a delle scelte sbagliate di una lobby di potere. Mi chiedo ciò, a volte, rispetto al problema della plastica: non hanno capito che tra 150 anni crolla il pianeta? Che quell’isola di plastica che sta nel Pacifico, tra poco sarà una cosa che ti farà attraversare l’oceano, dal Portogallo fino a New York? Eppure continuiamo a bere nelle bottiglie di plastica. È come se chi governa il mondo, pensasse che siamo dei grandi peccatori e che quindi prima o poi dobbiamo morire. E siccome siamo anche vigliacchi, invece di spararci un colpo di pistola ci ammazziamo da soli, uccidendo il pianeta. Un modo di ragionare che abbiamo visto anche in occasione di questa pandemia.

Avendo avuto la possibilità di conoscerti, ho potuto assodare quanto il tuo modo di relazionarti al prossimo in modo fraterno e cordiale condizioni in qualche modo il tuo lavoro. Un approccio comico e sincero. Chiunque segua i tuoi profili social oppure veda una tua intervista, capisce subito la consistenza di questo fatto. Hai dei bellissimi rapporti con quasi tutti gli addetti del settore (attori, attrici, registi e non). Tutto questo è un pregio o un difetto? Cosa odi e cosa ami?

Nel bene e nel male, essere sinceri e provare ad essere collaborativi ti espone ad una reazione. Ovvio che se io dico che va tutto bene, ho buoni rapporti con tutti. Se magari mi permetto di sollevare qualche critica, perché c’è qualcosa che non mi torna, è ovvio che ci sarà una situazione diversa. Il mio è un carattere gioviale: sono una persona che cerca di dare fiducia. Una persona che quando presta dei soldi pensa che te li restituiranno e invece non è mai successo. Infatti quando me li chiedono decido se darli o meno: ma penso semplicemente che li sto regalando. Questo carattere ha fatto in modo che me lo mettessero nel…., ma io capisco sempre quando questo avviene. Cerco di capire se mi conviene perché spesso si può avere un tornaconto (il gioco vale la candela): 9 volte su 10 faccio finta di niente, le volte in cui non mi conviene mi batto per imporre il mio volere. Ad esempio in occasione di “Non ci resta che il crimine”, pur di farlo più velocemente possibile, mi hanno proposto un cast che secondo me avrebbe decretato l’insuccesso del film. Quindi ho detto no, chiedendo gli attori che volevo. Per questo sono stato fermo un anno; ma poi l’ho fatto.

Il lockdown ha travolto anche il tuo nuovo film, “Ritorno al crimine”. L’uscita era prevista per il 12 Marzo scorso e dopo tanta attesa, debutterà nei cinema il 29 ottobre. Quanto è stata pesante questa attesa per te? Che cosa ci aspetta con questo nuovo capitolo?

Cast “Ritorno al crimine”. G. Bevilacqua; E. Leo; M. Giallini; M. Bruno; C. Buccirosso; A. Gassman; G. Tognazzi

All’inizio non tanto: adesso però, dopo otto mesi che doveva uscire e non è uscito, ho la smania. Preferisco che esca il film, pur sapendo che c’è la prospettiva di incassare un quinto di quello che poteva fare. Il film aveva un tiro per poter fare 6 milioni, adesso l’obiettivo è farne uno/ uno e mezzo. Perché nonostante i cinema siano controllati (temperature, distanziamento etc.), il pubblico non ci va. Il cinema è cento volte più sicuro di un ristorante o di un bar, eppure questi sono pieni. E’ un discorso culturale: se la gente ha 30 euro preferisce prendere supplì e coca cola, invece che andarsi a vedere un’ opera d’arte. Il cinema non è cancerogeno rispetto a quello che spesso mangiamo. Io quest’anno ho visto tutti i film usciti nelle sale: quelli presentati al Festival di Venezia, “Tenet” (C. Nolan). Le persone mediamente non hanno un pensiero positivo sulla cultura, non scatta il sillogismo: “se conosco meglio e ho cultura, me fregano de meno”. Sta cosa no! Non ce l’hanno, perché appena hanno due lire scatta la ricarica telefonica rispetto ad un’altra stronzata, come può essere un’app. Siamo tutti rincoglioniti sul cellulare mentre nel frattempo chi ci manipola, studia. Sta a noi decidere.

Ritorno al crimine” è il secondo capitolo della saga de “Non ci resta che il crimine”. Anche qui c’è un viaggio nel tempo: nel primo film i nemici erano quelli della Banda della Magliana, adesso sono i camorristi. Il film è ambientato a Napoli: vi è sia la camorra degli anni ’80, di Raffaele Cutolo; sia la camorra di “Gomorra”, dei giorni nostri. Renatino (interpretato da Edoardo Leo) stavolta ha attraversato il buco spazio-temporale, ritrovandosi nel presente e appurando che è una follia. Si chiede “come cazzo siete diventati”: il sushi, i cellulari, Instagram, internet. È un mondo che non gli piace e cerca di adeguarsi. Secondo me è molto più avvincente e divertente rispetto al primo: un action-comedy ma anche fantasy. È un po’ un “Ritorno al futuro” mescolato con un poliziesco italiano anni ’80. Quest’anno oltre a Marco Giallini, Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi, Edoardo Leo e me, ci sono in squadra: Carlo Buccirosso, Giulia Bevilacqua e Loretta Goggi. Ci sono anche Antonio Gargiulo, Marco Esposito e Marianna Dimaso, che sono tre allievi bravissimi del mio Laboratorio di arti sceniche. Insomma è stato molto divertente girarlo e non vedo l’ora che esca sia al cinema che in televisione. Credo che il film uscirà dai primi di Febbraio su Sky Primafila, per poi approdare in primavera direttamente su Sky: il fatto è che in tv lo vedono più persone che al cinema. Il percorso dei film è molto cambiato rispetto ad anni fa: vi è il pubblico del cinema, quello delle piattaforme, e il grande pubblico di Rai Uno (nel mio caso perché faccio film in collaborazione con Rai Cinema). Il 3 novembre, infatti, è prevista una messa in onda in prima visione di “Non ci resta che il crimine”, su Rai Uno. Sarà un mese in cui mi vedrò molto sia al cinema che in televisione. Sono molto fiducioso: io ascolto ancora i vinili; il cinema un giorno diventerà qualcosa di più elitario. I film usciranno per pochi giorni come evento e poi in tv, come già è stato fatto. Non lo so…di sicuro a qualcosa bisogna pensare per fronteggiare il calo del pubblico con il Covid. Bisogna capire se il “dopo Covid” decreterà la fine di alcune sale cinematografiche o se tutto riprenderà come gli anni precedenti. Fino a Febbraio la stagione stava andando bene, è un peccato. Io ho voglia di andare al cinema!

Da diversi anni, esiste una gran bella realtà a Roma: la tua scuola. Il “Laboratorio di Arti sceniche di Massimiliano Bruno”, dove si tengono corsi di recitazione, sceneggiatura, recitazione e regia, per chiunque voglia anche solo avvicinarsi a questi temi. Vi sono soprattutto giovani: che cosa ti trasmettono i loro sforzi per tramutare in carriera, una passione? Ti fanno ben sperare per il nostro domani “culturale”?

Io li amo molto, devo dire che sono particolarmente fortunato. Quando arrivano questi ragazzi, la prima cosa che diciamo è che non è una scuola con cui entrerete nel mondo dello spettacolo. Tra tutti gli allievi uno ce la farà; trenta/quaranta tra le varie classi faticheranno tutta la vita e la maggior parte faranno altri lavori. Perché non c’è lavoro: su 60 mila persone che dicono di fare gli attori, i posti sono 2/3 mila. Quindi, innanzitutto non illudere gli allievi e insegnarli che i migliori ce la fanno: bisogna cercare di essere il migliore. Devo saper muovermi in scena, essere bello o brutto quando mi viene richiesto, devo saper parlare il dialetto altoatesino, romano e siciliano. Affrontare qualsiasi problematica, perché nell’occasione in cui il regista ti chiede qualcosa devi essere in grado di tirare fuori dal cilindro il personaggio giusto. Come il medico chirurgo prima di operare un malleolo rotto deve fare anni e anni di studio e specializzazione, lo stesso deve fare l’attore. L’attore diviene tale dopo i 30 anni, prima è istintivo: non si può pretendere a vent’anni di essere pronto. Molti hanno fretta perché vedono i film con giovani attori e vorrebbero essere al loro posto. Ma che fine hanno fatto la maggior parte degli attori nati con film in cui recitavano da adolescenti? Quanti di loro sono diventati grandi? L’uno o il due per cento, gli altri hanno smesso. Se becchi un film a 22 anni non fai la svolta; fai la svolta se andando a fare il provino sei più bravo dell’altro. Bisogna studiare e studiare tanto.

@Marin

Uno con la mia fisicità non può fare certo Raoul Bova; bisogna essere sinceri con i ragazzi. Io ho fatto sempre il caratterista, l’amico simpatico eccetera. In Italia e nel mondo il ruolo da protagonisti è per uomini e donne con una certa fisicità, tranne nei casi di comici o comiche oppure attori che hanno “illuminato” un regista. Silvio Orlando, ad esempio, scelto da Nanni Moretti come suo alter ego: in questo modo, il regista ha regalato ad un uomo con una fisicità da caratterista, una carriera da protagonista. Ma non è la norma. Non si tratta di bellezza ma di avere una caratura da protagonista; riuscire ad aumentare il carisma, saper fare quel lavoro. Toni Servillo a vent’anni non è quello di sessanta: premesso che è un uomo che è arrivato al cinema tardi, come Marco Giallini e tanti altri. Con Giallini ho lavorato quando era ragazzo, e non aveva l’esperienza che ha adesso. La bellezza di questo lavoro è che man mano che cresci migliori, se studi. Studiare, per un attore, è soprattutto farlo con se stesso. In Accademia la maggior parte del lavoro lo si fa a casa, con il tuo monologo da imparare davanti allo specchio. A scuola ti danno le nozioni e se le segui, arrivi a trent’anni che di sicuro non sarai una pippa.

Cosa vorresti vedere nel domani? Quali sono i tuoi progetti? Cambieresti qualcosa del tuo percorso oppure, come diceva Fabrizio De Andrè, “meglio trecentomila rimorsi e nessun rimpianto”?

Non mi va di dire che il futuro lo vedo nero. Non voglio essere il classico cinquantenne che parla male delle nuove generazioni: perché come in tutte le generazioni, anche in queste ci sono i geni e le teste di cazzo come c’erano negli anni ‘80 e ‘90. Quindi spero che i ragazzi facciano tesoro del patrimonio culturale che questo pianeta porta in sé; che sappiano leggere tra le righe dei libri di testo che studiano; che sappiano capire la differenza, andare alle radici per capire chi scrive cosa, in quest’epoca di fake news. Una cosa scritta non vale in assoluto: bisogna evitare di essere manipolati. Altrimenti ci ritroviamo tra dieci anni, sui libri di storia, che i fascisti erano dei benefattori e Hitler, un comico tedesco. La nostra cultura proviene dalla cultura di chi ce la tramanda, bisogna quindi essere molto severi e controllare chi la tramanda. Detto questo, il futuro è nelle nostre mani. Abbiamo tutte le carte in regola per fermare le problematiche climatiche e il declino della cultura, siamo in tempo per fare tutto: io penso che l’istinto di sopravvivenza dell’uomo possa fare la differenza. Io vedo un futuro mio in cui continuare a fare cinema e teatro, se la salute me lo permetterà. E vorrei far fiorire il Laboratorio di arti sceniche perché mi piacerebbe che diventasse una società: un punto di riferimento per i giovani. E quindi riuscire ad avere dei fondi per produrre i loro corti, i loro film e spettacoli teatrali; ho questo piccolo sogno. Non lo so, sulla frase di De Andrè: io non sono stato molto spietato con me stesso, anche se avrei dovuto esserlo di più. Ho fatto delle scelte nella mia vita personale e lavorativa, di cui la metà non rifarei. Se tornassi indietro cancellerei da Wikipedia (ringrazio tra l’altro chi mi ha creato la pagina, che non so chi sia, in cui ci sono alcune imprecisioni che correggerò), alcune cose. Certe volte le ho fatte perché avevo bisogno di lavorare, non sapendo come arrivare a fine mese all’inizio della mia carriera. Purtroppo questa è l’epoca in cui se tu fai qualcosa a venticinque anni, poi rimane per sempre; rimangono le immagini, quello che hai scritto. Ogni tanto vedo “Techetechete” e penso: “questa cazzata l’ho scritta io, menomale che non lo sa nessuno”. Sono un po’ severo con me stesso in questo momento: rifarei le cose migliori che ho fatto. Nella prossima vita vorrei avere la lucidità di dire più no: non ne ho detti a sufficienza. Magari d’ora in poi sarà diverso, adesso ho capito che devo dire i no per tutelarmi di più.

Finiamo così la nostra chiacchierata. Giusto in tempo per conciliare il nostro saluto con l’arrivo dello sceneggiatore: la giornata di Max continua. È stato tagliato molto di ciò che mi è stato raccontato, per motivi stilistici. Posso tuttavia assicurare che quanto riportato in questo articolo è fedele al nocciolo di ogni questione trattata. Quello che resta, alla fine, è la schiettezza e la trasparenza di un animo gentile e aperto; e resta anche il tempo per un’ultima considerazione sul lavoro di Massimiliano Bruno. Spesso i suoi film sono micce lanciate in aria con l’intento di svegliarci dal torpore che nasce da ciò che non vogliamo o non riusciamo a vedere, nelle nostre vite. Non hanno la pretesa di insegnarci nulla ma ci descrivono non di rado, al posto nostro. Così, tra un sorriso e una lacrima.

Buon ritorno al cinema!

di Raffaele Felline

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“IO HO PAURA MA NON SONO UN VIGLIACCO”

Il messaggio di Antonio Montinaro e le parole di suo figlio Giovanni: un’intervista “a distanza”

Antonio Montinaro non è un eroe. Antonio Montinaro è un simbolo. Ed essendo un simbolo, si porta con sé tutto un caleidoscopio di immagini e significati ben precisi; in cui rientrano a pieno titolo parole come: amore, passione, giustizia, senso dello Stato e del dovere. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che, prima di essere un simbolo è stato un uomo: un giovane uomo. L’idea di conoscere a fondo, la vita e il sacrificio di Antonio Montinaro, deriva per me da un’attrazione forte verso tutti quegli uomini che si sono impegnati fino alla fine (ciascuno nel proprio ambito), nel tentativo di rendere “questa terra bellissima”: per usare le parole di Paolo Borsellino. Una terra che non è solo la Sicilia e Palermo, ma ogni singola città fino al più piccolo paese italiano. Un’attrazione, dicevo, ma anche un interesse dettato da un sentimento di puro campanilismo: Antonio Montinaro era un ragazzo pugliese, come me.

Questo fatto, se da una parte mi porta a provare orgoglio e maggiore riconoscenza; dall’altra mi spinge a far tesoro dell’esempio portato in alto da questo uomo. Diviene un obbligo per me, aggravato dalle comuni radici territoriali condivise, ricordare e veicolare il nome di Antonio Montinaro: senza per questo, “isolarlo” da quella lunga lista di vittime innocenti di tutte le mafie. Vite spezzate dalla furia cieca e scellerata dettata dall’ansia del potere, del dominio: tante vite volate via, anche, dalla mia terra. Ho deciso così, di assolvere al compito suddetto, raccontandovi brevemente la sua storia. Per farlo, ho fatto ricorso a due elementi: le parole di Antonio registrate nell’incontro con un giornalista; e l’intervista, realizzata da me, a suo figlio Giovanni.

La vita, le idee e il sacrificio

E’ l’8 Settembre del 1962 e a Calimera, piccolo paesino del basso Salento, nasce Antonio Montinaro. Nel ricordo dei conoscenti e familiari, che continuano ininterrottamente l’opera di memoria, Antonio è un ragazzo semplice. Felice, vivace nell’infanzia come tutti e con una particolarità dimostrata sin da subito: il disprezzo per ogni tipo di ingiustizia. Non sono parole vuote o banali, soprattutto se guardiamo alle scelte compiute da Antonio, durante tutto l’arco della sua vita. Il suo obiettivo primario è quello di mettersi al servizio di tutti, al servizio di uno Stato in cui credeva: per salvaguardare la libertà e tutelare la giustizia più vera. Decide così di entrare nella Polizia di Stato, iniziando a prestare servizio nella città di Bergamo. Poi, negli anni ’80, poco più che ventenne, avviene per Antonio un incontro destinato a cambiare il corso della propria vita, conferendogli quel cambio di rotta che forse, in cuor suo, da sempre cercava. Siamo negli anni del Maxiprocesso e a Palermo, occorrono poliziotti da porre a tutori dell’ordine e come difesa alla persona dei magistrati impegnati. E’ qui che Antonio, incrocia lo sguardo di Giovanni Falcone e in quell’istante capisce di trovarsi di fronte ad un uomo diverso, fuori dal comune. Diviene per quel periodo il suo agente di scorta poi, quando arriva il momento di tornare a Bergamo, Antonio si confida con il fratello Brizio: “ho deciso di restare a Palermo. C’è questo giudice (Falcone) che è in grado di cambiare le cose”. Un atto volontario, nato dal desiderio di proteggere a tutti i costi quel grande magistrato.

@L’EcodiBergamo

Mi piace pensare che Antonio Montinaro, abbia visto negli occhi di Falcone quel faro che per lui gli era stato da guida, portandolo ad indossare la divisa da poliziotto. Un faro che avrebbe illuminato la speranza di un futuro pulito e onesto, per tutti. In poco tempo, Antonio diventa un elemento imprescindibile nella tutela del giudice Falcone, divenendone il capo-scorta. Inevitabilmente, la sua vita cambia: con i colleghi si ritrova ad affrontare i mille pericoli visibili e invisibili. Pur nella paura, nei giorni di servizio, il volto di Antonio è sempre sicuro e mai turbato. Diceva: “Se si decide di ammazzare un uomo scortato, lo si farà senza dubbio. A prescindere da quanti agenti ha al suo fianco. Ma io pecco di presunzione: se arriva un’autobomba, lì siamo sconfitti. Ma, attualmente, possediamo strumenti di sicurezza molto forti”. La consapevolezza del rischio che non ha mai scalfito o sovrastato, il senso del dovere. Anche quel 23 Maggio 1992, quando al posto di Montinaro ci sarebbe dovuto essere il suo collega Luciano Tirindelli. Quando invece che trovarsi nell’auto che chiudeva il corteo, sedeva nella prima: quel giorno la mafia colpì in pieno la Quarto Savona Quindici e con essa Antonio, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Tre giovani “grandi” uomini, tutti sotto i 30 anni. E tra di loro, due figli della mia terra: oltre a Montinaro, vi era Rocco proveniente da Triggiano, in provincia di Bari.

Come sarebbe potuto essere altrimenti? Antonio Montinaro e Giovanni Falcone procedevano di pari passo, come tutti gli altri agenti della scorta. Il loro sacrificio, che per me è un martirio, ci dimostra quanto un uomo possa essere davvero degno di definirsi tale. Quanto sia importante impegnarsi nei propri ideali e nei propri impieghi. Paolo Borsellino, nel ricordare Montinaro dopo la strage di Capaci, disse: “Il giorno prima di morire, era stato temporaneamente nella mia scorta. Mi parlò dell’orgoglio e della cura di essere la scorta di un giudice che amava”. Quanto può essere importante tutto questo; quando si concilia la speranza di un futuro migliore col senso del dovere e con gli affetti personali.

Tina e Antonio @Libera.it

Si, perché Antonio a Palermo, aveva conosciuto sua moglie Tina, che dopo Capaci ha portato e continua a portare avanti il ricordo e il messaggio di suo marito. Tina aveva sposato “tutto il pacchetto”, come ha più volte detto: era conscia del lavoro e dei grandi rischi che correva il suo uomo. Antonio questo lo sapeva benissimo e il pensiero, le ansie come le paure erano sempre rivolte alla sua famiglia. “Per uno scapolo è diverso. Per chi è sposato si ha paura di lasciare le mogli, i bambini…lasciarli soli. Si gestisce la paura in virtù della propria famiglia. Si ha paura di non avere la capacità di morire per una causa valida”. Ed è proprio il concetto di paura che Antonio ha dovuto interiorizzare e, con il quale doveva convivere. Considero queste parole, il suo testamento migliore.

“Chiunque fa questa attività, ha la possibilità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualcosa che tutti abbiamo: chi ha paura, sogna; chi ha paura, ama; chi ha paura, piange. È un sentimento umano. È la vigliaccheria che non si capisce, che non deve rientrare nell’ottica umana. Io come tutti gli uomini ho paura, indubbiamente, ma non sono un vigliacco. Me ne sarei già andato”.

La mia intervista a Giovanni

Con questo pensiero chiudo il mio discorso; passando idealmente la parola a Giovanni Montinaro che, insieme a suo fratello Gaetano è cresciuto con la stessa tenacia e gli stessi ideali: tramandati a loro dalla madre, Tina. Il 23 Maggio 1992, aveva poco più di un anno: oggi, ha la stessa età che aveva suo padre in quel giorno terribile. Gli ho rivolto domande tra passato, presente e futuro e queste, sono le sue risposte.

Giovanni, iniziamo dal tuo nome. Tuo padre rivolgeva un’attenzione e una devozione tutta personale, oserei dire viscerale, verso il giudice Falcone a cui era molto legato non solo da rapporti professionali. E così, decise di chiamarti come l’uomo che scortava: cosa si prova a portare un nome e un cognome così importanti?

Giovanni Montinaro @Tp24

Provo un grande orgoglio a essere un Montinaro, un grande orgoglio a essere il figlio di Antonio: mio padre era devoto all’antimafia prima che la stessa esistesse, la sua devozione nei confronti del Dott. Falcone era unicamente motivata da interessi professionali. Sicuramente quando si vive così a stretto contatto, nasce un rispetto reciproco ma non posso permettermi di definire questo rapporto un “amicizia”: forse proprio per questo decise di darmi questo nome. Non era il nome di un suo amico, era il nome di un italiano illustre. Cosa si prova a provare questo nome? Quasi nulla a confronto di essere un Montinaro. Alla fine se non fossi Montinaro, non mi chiamerei come il Dott. Falcone: diciamo che è un’ovvia conseguenza.

Hai conosciuto la figura di tuo padre purtroppo, in maniera indiretta. Attraverso i racconti e le memorie di quanti hanno avuto la fortuna di frequentarlo. Immagino, attraverso le parole di tua madre, dei tuoi zii o dei tuoi nonni. Che idea ti sei fatto su di lui? Che immagine ti sei costruito?

Ho sempre saputo chi era mio padre, grazie a mia madre; grazie agli amici di famiglia; sicuramente grazie alla Polizia di Stato che è sempre stata presente nella mia vita. Mio padre è un grande uomo, un grande italiano: una di quelle persone fuori dal normale; un coraggioso; un esempio per molti e sicuramente un esempio per me. Noi figli siamo la sua eredità, siamo ciò che ha lasciato su questa terra: a noi toccano unicamente gli onori. Un giorno mi complimenterò con lui per le scelte fatte e lo ringrazierò per la vita che mi ha donato.

Tua madre Tina, in varie occasioni, ha detto: “quella bomba è entrata a casa mia. La mafia è entrata e noi abbiamo ancora le schegge addosso”. Ti ritrovi in queste parole? Cosa vuol dire vivere e crescere con questa consapevolezza? Qual è il tuo atteggiamento nei confronti della vita?

Non tutti i giorni sono semplici, ma a dir la verità, crescendo mi accorgo sempre di più che non cambierei nulla della mia vita. Alla fine mio padre non cambierebbe nulla della sua: se qualche giorno è più pesante mi ripeto “che ogni persona porta il peso che può sopportare”. Alla fine siamo i figli di Antonio, abbiamo sangue forte.

In questi anni, immagino pieni di rabbia e incomprensione per te, che idea ti sei fatto su quanto avvenuto a Capaci? Così come per Paolo Borsellino, anche per Giovanni Falcone non fu solo la mano della mafia a premere il pulsante. E questo, è un pensiero diventato assai comune.

Sicuramente non è tutto come sembra, sicuramente la verità che scopriremo non sarà bella. Ma non si cerca la verità per trovare qualcosa di “bello”: si cerca la verità perché è giusto.

In una bellissima intervista ad Antonio Montinaro, tuo padre ad un certo punto dice: “se muori in Italia perché sei un poliziotto, non so fino a che punto valga la pena. In molti casi ci si dimentica delle famiglie dei poliziotti”. Secondo te, quanto c’è di vero in queste parole? Ti sei mai sentito, in qualche modo, abbandonato dallo Stato? Ritieni che tuo padre avesse perso fiducia nelle istituzioni e, in chi avrebbe dovuto proteggerlo?

@WildItaly

Mio padre era unicamente preoccupato per noi: se avesse avuto dubbi avrebbe cambiato reparto. La sua paura da bravo padre e da bravo marito, era cosa ne sarebbe stato di noi, ma a dir la verità in quel caso si sbagliava. Non siamo stati dimenticati e quelle poche volte che qualcuno ha solo provato a farlo, gli abbiamo ricordato chi siamo: l’intero popolo italiano è in debito con noi.

Tu vivi a Palermo: tua madre è rimasta lì per orgoglio, resistenza e voglia di rivalsa. Che rapporto hai con questa città e con la Sicilia? 

Sono orgoglioso di essere Siciliano e palermitano. Mi ha rovinato la vita ma ne sono orgoglioso: era nel mio destino. Ho accettato la mia terra con tutte le sue contraddizioni e siamo rimasti perché questa è casa nostra. Siamo rimasti per rendere migliore questo posto: alla fine nel nostro piccolo seguiamo le orme di mio padre, niente di più. Lui ne sarebbe orgoglioso.

Nel corso della puntata di “Atlantide”, in onda su La7, riguardo ai “retroscena” sulla strage di Capaci, tua madre Tina è intervenuta sulla questione delle scarcerazioni; definendo gli uomini di mafia, dei simboli. Affermando con forza che, in quanto tali, non possono ritornare nella città di Palermo. Anche tu, hai avuto modo di esprimerti con fermezza e chiarezza sul tema. La mia domanda è: che sensazione provi e cosa pensi riguardo al fatto che nel 2022, Giovanni Brusca tornerà ad essere un uomo libero?

Nessuna sensazione. Se dipendesse da me, butterei via la chiave ma per sua fortuna non tocca a me prendere certe decisioni. Mi auguro solo che si vada a chiudere in un “buco” molto lontano dalla Sicilia. Questa terra non si merita questi “tumori”: ormai, questa meravigliosa terra appartiene a noi.

Ho seguito la diretta che ti ha visto protagonista, sulle pagine social di WikiMafia, in occasione dell’anniversario del 23 Maggio 1992. In tale occasione, mi è piaciuta molto una tua frase, che peraltro condivido: “il Paese deve fare i conti con sé stesso”. Con cosa deve fare i conti, oggi, l’Italia?

Con tante, forse troppe, vicende. Ma per fare i conti con sé stessi si deve avere una “verità”, che io posso illudermi di sapere ma non funziona così. Solo quando avremo una verità processuale definita, potremo fare i conti con noi stessi.

Da qualche anno, esiste un’associazione che vede protagonista la tua famiglia (il presidente è Tina Montinaro), e che porta lo stesso nome del gruppo di scorta del giudice Falcone: Quarto Savona Quindici. Questa associazione, tra l’altro, ha organizzato in giro per la penisola, una mostra di ciò che resta dell’auto su cui viaggiavano i tre colleghi quel maledetto giorno di ventotto anni fa. Quali sono gli obiettivi e gli impegni di questa associazione?

È molto semplice. Il nostro obiettivo è quello di fare in modo che la nostra memoria personale diventi una memoria collettiva: perché solo tutti insieme, metteremo fine al fenomeno criminale mafioso. L’auto è uno strumento che vale più di mille parole: non è semplice per noi, dal punto di vista emotivo. Ma serve per la causa e la causa ha la priorità su tutto.

Quel che resta dell’auto su cui viaggiavano Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo @RepubblicaRoma

Tra le altre cose, io credo che Antonio Montinaro, con il suo impegno e la sua passione, abbia lasciato a tutti un importante insegnamento. Ovvero, essere in grado di distinguere tra coraggio e vigliaccheria. Cos’è per te il coraggio?

Per me il coraggio è mio padre.

Ti rivolgo una domanda che a noi giovani viene posta sempre, come un obbligo: cosa fai nella vita e cosa vuoi fare da grande? Cogliendo l’occasione, infine, di ringraziarti per la disponibilità e la gentilezza. Rivolgendoti la mia gratitudine per l’impegno con cui, voi familiari, portate in alto le vostre battaglie.

Nella vita svolgo varie attività: avendo 29 anni penso di essere già grande. Sicuramente non più un ragazzo ma magari mi sbaglio. Perciò ti dico che da grande voglio essere semplicemente felice.

Quanto mi è stato detto da Giovanni, mi conduce ad un pensiero personale che ho espresso in apertura. Antonio Montinaro, e in generale chiunque sia caduto sotto il fuoco della potenza più o meno mafiosa, non è un eroe. Non lo è perché, in questo modo, corriamo il rischio di cadere nella facile illusione letteraria che descrive personaggi con chissà quali superpoteri. Noi qui parliamo di uomini, molti dei quali giovani che hanno fatto una precisa scelta di vita che, in molti non farebbero. Quindi, per questo, sicuramente parliamo di persone straordinarie e rare ma pur sempre uomini e donne. Non eroi ma simboli e guide per la nostra vita. Perché ognuno di noi, nel proprio quotidiano, può rappresentare un cambiamento per tutti. Il maxiprocesso, ad esempio, nacque da un minuscolo ufficio per poi fare breccia nel cuore di tutti gli onesti, smuovendo le coscienze e le menti. Perché non può nascere dal nostro interno, la rivoluzione?

È necessario comprendere che ognuno di noi, in questo modo, può essere o diventare Antonio Montinaro.

di Raffaele Felline; in collaborazione con Giovanni Montinaro

@riproduzione riservata

foto di Antonio Montinaro in copertina @Libera.it

“Le dimensioni” di un genio chiamato Caparezza

Pochi artisti, di sicuro in Italia e forse nel mondo, riesco ad esprimere al meglio il concetto di genialità in musica.

Tra questi, vi è senza dubbio Michele Salvemini alias Caparezza. Esplosivo, rivoltoso, dissacrante, sottile, maestro… E troppi sarebbero gli aggettivi per descriverlo: tuttavia vacui.

L’artista pugliese, originario di Molfetta, ci ha abituato ad ogni suo lavoro, alla meraviglia: sorprendendoci, divertendoci e facendoci riflettere.
A me piace definirlo come quel tizio che si presenta ad una festa sterile e cambia il volto a tutto. Caparezza è come la voce della coscienza che ti fa aprire gli occhi su un’infinità di cose e di mondi.

Le dimensioni del caos“,  pubblicato l’11 Aprile del 2008, forse potrebbe essere considerato un emblema di ciò che la sua arte e le sue opere significhino.

Questo album, vincitore di un Disco d’Oro e uno di Platino, è unito da un unico filo logico: si racconta di un viaggio psichedelico, allucinato e sorprendente.
Ogni brano e testo racconta una propria storia ma che solo apparentemente sembra slegata dalle altre.
Le dimensioni del caos” è una sola grande storia.

Inizia con la voce in un Tg che annuncia il concerto dell’artista in copertina, durante il quale lo sfascio di una chitarra apre un varco spazio-temporale che, fa arrivare direttamente dal 1968 una ragazza hippie di nome Ilaria (La rivoluzione del sessintutto).
Ilaria è naturalmente confusa e disorientata e una volta accortasi di trovarsi nel futuro, fa un errore che una ribelle come lei non può fare: si adegua, come viene cantato in “Ilaria condizionata“.

Così, perde quel fascino che la legava ad un passato fatto di vere rivoluzioni e si adatta ad un contesto completamente diverso: in cui l’individuo è svuotato di dignità e certezze.

Il viaggio dunque prosegue nell’Italia contemporanea: con i suoi difetti e problemi; uniti a momenti di resistenza e stasi.
Il personaggio Caparezza è intrappolato in questa condizione e, tradito da Ilaria e dai suoi simili, capisce che l’unica cosa da fare è schierarsi e fare la propria rivoluzione.

Una critica che parte proprio dalla sua terra (“Vieni a ballare in Puglia“), per poi allargare l’orizzonte (“La grande opera“, che denuncia le speculazioni edilizie e il malaffare).
Manifesto di quanto detto è il brano, a mio parere tra i più belli della storia della musica, “Eroe (storia di Luigi delle Bicocche)“: un testo già presente in alcuni libri di didattica scolastica.

Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti ” e “Io diventerò qualcuno“, rivelano desideri di veder porre fine all’era del maschilismo e patriarcato, e a quella della “vetrina”: ovvero, una società basata sulla predominanza dell’immagine a scapito della cultura. L’attenzione malata e spasmodica del contenitore, invece che del contenuto.
A distanza di oltre 10 anni, possiamo dire che queste speranze restano tali.

Speranze che vengono riposte a corollario della storia narrata; l’album si chiude infatti con “Bonobo Power“: l’umanità così com’è, è destinata al fallimento.
Un altro varco spazio-tempo catapulta l’uomo al suo antenato: la scimmia.
I Bonobo, infatti, rappresentano quello che l’uomo non è ancora in grado di essere: individuo puro, libero e capace di autogestirsi.

Ancora molto si potrebbe dire, ma è meglio mettere le cuffie e gustarsi questo capolavoro.

Curiosità

– I brani “La grande opera” e “Cacca nello spazio“, profetizzano un evento che tuttora spiega i suoi effetti: nei testi si fa infatti riferimento alla costruzione di un grande spazio-porto, proprio al Sud Italia. Simbolo di un progresso finto, in antitesi con il contesto in cui si inserisce.

Ebbene, a Grottaglie (Taranto), questo spazio-porto è realtà con i lavori ancora in corso.

di Raffaele Felline

“Reservoir Dogs”: la nascita di un cinema bellisimo.

Non credo nelle mance

Il 23 ottobre 1992, potrebbe essere una data come tutte le altre: sicuramente qualcuno sarà nato e un altro morto. Qualche coppia si sarà unita e qualcun’altra divisa.

Invece no. Perché questa data segna un punto ben preciso: prima c’era un certo cinema, poi n’è arrivato un altro.
Il cinema di Quentin Tarantino.

E devo stare attento, devo essere cauto perché per me quando si parla di Quentin Tarantino, si parla di bellezza e genialità. Si parla di impatto emotivo e catarsi bastarda; si parla di un cinema sporco, anzi proprio “pulp”. Si parla dell’immenso e potente mondo dell’immagine, unito a suoni (le colonne sonore) indimenticabili.

Volutamente, sul mio blog, sebbene abbia affrontato diverse volte il tema cinematografico, non ho mai parlato di lui o di un suo film: peccherei di scarsa obiettività.

Reservoir Dogs” (Le Iene) è questo il titolo del film che debutta in quella data. È questa la rivoluzione.
L’intreccio, ricco di flashback e sovrapposizioni, dipinge sostanzialmente tre episodi che confluiscono poi in unico momento alto di tensione.
Al centro c’è una banda criminale, improvvisata e anarchica, capeggiata da Joe Cabot (Lawrence Tierney) che organizza una grossa rapina. Una rapina che andrà a finire tragicamente.

Ad ognuno dei “partecipanti”, viene affidato uno pseudonimo colorato ed è così che abbiamo: Mr. Orange, White, Pink, Blue, Brown. Tra di loro, uno è un poliziotto infiltrato.

Il film ruota, avanti e indietro, in una giostra impazzita fatta di gag, battute ormai cult, sadismo e momenti splatter.
Una grossa fetta della pellicola si svolge tutta all’interno di un garage, dove alcuni dei criminali si riuniscono per indagare sulla talpa.
La sceneggiatura è frenetica ed anche un pò bizzarra (per l’epoca), ma del resto il cinema di Tarantino è così: “Le Iene” anticipa quei temi che saranno presenti nei successivi “Pulp Fiction” (1994) e “Jackie Brown” (1997).

In questa prima opera filmica, è già presente tutto: le riprese in auto; i dialoghi stravaganti e folli; la violenza e la riflessione. Ma soprattutto c’è la musica: bellissima e senza tempo.

Difficilmente, con un cast diverso, il risultato sarebbe stato analogo: Michael Madsen, Tim Roth, Steve Buscemi; Chris Penn; Harvey Keitel e lo stesso Tarantino.
Questi, alcuni dei nomi dei fantastici e odiosi volti che vediamo.

Madsen, Keitel e Buscemi, in una scena del film

Le Iene“, non solo presenta con sé gli embrioni della concezione cinematografica del suo autore, ma prepara il terreno anche alle critiche di plagio e di un cinema incomprensibile. Accuse che durano ancora oggi e che si ripresentano ad ogni nuovo film.
È vero, molti sono gli elementi ripresi da Sergio Leone o Dario Argento; dal cinema orientale e da quello statunitense. Tuttavia il cinema di Quentin Tarantino non si limita ad un collage: parte da elementi storici, già testati, per attuare la sua storia. La sua rivoluzione e la propria visione delle cose.

Del resto, come disse lo stesso regista in risposta alle accuse a questa pellicola: “i bravi artisti copiano. I grandi rubano“:. Come una vera e propria “iena” che parte dal cinema per fare cinema. In fondo Tarantino, non ha mai smesso di essere spettatore attonito.

Tra le scene memorabili: la colazione al diner, ad inizio film; la tortura del poliziotto; il triello finale.

Curiosità

Harvey Keitel, il futuro ” Mr. Wolf”, fu il primo addetto al settore che credette in questo film e in Tarantino.Il produttore, Lawrence Bender che nel frattempo frequentava un corso di recitazione, consegnò la sceneggiatura alla moglie del suo insegnante che trovò il modo di farla arrivare a Keitel. L’attore, dopo aver letto, volle diventare co-produttore e arricchì il budget: si arrivò ad un milione e duecentomila dollari, a fronte dei trecentomila iniziali.

Un giovane Tarantino durante una scena

– La parola “fuck” viene pronunciata 252 volte.

Il titolo “Reservoir Dogs” nasce da un problema di dislessia dello stesso Tarantino che non riusciva a pronunciare correttamente il titolo “Au revoir, les enfants” di Louis Malle. Così si riferiva a questa pellicola chiamandola “The reservoir film”.

– Il personaggio sadico e senza scrupoli, interpretato da Michael Madsen, si chiama Vic Vega. Questi, è proprio il fratello di Vincent Vega (John Travolta in “Pulp Fiction”): sulla storia dei due, Tarantino avrebbe pensato di realizzare un film.

Steve Buscemi è stato l’unico ad aver vinto il premio come miglior attore non protagonista (l’ Independent Spirit Awards). Unico bottino del film, a livello di riconoscimenti.

di Raffaele Felline

“Strange Days”: quando una tribù aprì “le porte”

People are strange. When you’re a stranger… “

Le persone sono strane, quando tu sei un estraneo. Un verso, semplice e schietto, quello di “People are strange“, che restituisce il senso profondo e logico del secondo lavoro dei ” The Doors”: “Strange Days“, di cui oggi vi parlerò brevemente.

Brevemente perché, il parlare di questa pietra miliare nella storia musicale dell’uomo, sarebbe foriero di digressioni quasi eterne.
Basta evidenziare qui che, “Strange Days” non si ascolta semplicemente.

Siamo di fronte ad un’esperienza musicale, mistica ed evocativa: in bilico tra l’estasi e l’incomunicabilità.
Questo album è un viaggio dove, Jim Morrison e compagni, ti prendono per mano e ti fanno volare su melodie irripetibili e magnifiche.

È il 25 settembre 1967, quando il gruppo/tribù (come mi piace definirlo) , da meno di un anno sulla ribalta (il precedente Lp ” The Doors “, era stato pubblicato a gennaio dello stesso anno), rilascia ” Strange Days”.

Il titolo ci porta immediatamente alla concezione dello stesso: le tematiche affrontate, sono quelle inerenti alla solitudine; al “diverso”; al desiderio di ribellione ad un sistema fisso. A partire dalla copertina, raffigurante un gruppo di artisti circensi (emblema di stranezza e alienazione), fino a passare da ogni singola traccia; tutto ci suggerisce cosa Morrison vuole comunicare.

La sua voce a tratti morbida e suadente, a tratti tagliente e fulminante; ha lo scopo di rivelare. Cosa? Le verità di cui siamo fatti.
I nostri peccati, il nostro essere “strani”, l’invivibilità di un’esistenza grottesca. A cui solo l’amore, la libertà e la musica, sembrano porre rimedio.
Del resto, se Jim Morrison ha camminato sul nostro pianeta, lo ha fatto con questo scopo: come un oracolo, con una presenza scenica e una voce quasi trascendentale.

Uno sciamano, medium di mondi interiori e disagi collettivi. Artista e rockstar dannata e immensa, persa troppo precocemente. Proprio come una cometa.

Così, la chitarra di Robby Krieger e la poesia racchiusa nei tasti di Ray Manzarek, accompagnano le parole di Morrison: il quale, come farà sempre, non copre le note.
Tutt’altro: ci si appoggia su; ondeggiando e navigandoci attraverso.

Il viaggio parte dalla title-track “Strange Days”: un brano onirico, in cui la voce si perde tra i propri echi. Come qualcosa che arriva da lontano: una cassa di risonanza dell’inconscio. Il tutto poi, scivola su nove brani densi di poesia e magia. Tra questi: “Love me two times“, tra i più famosi della band, sembra sia il grido disperato di un soldato pronto a partire: per questo, vuole essere amato forte dalla propria donna.
Unhappy girl“, parla di una ragazza triste per qualcuno che non vuole chiamarla: così, resta attaccata al telefono, dimenticandosi di essere nel fiore degli anni. Una profezia dei tempi moderni?

Horse latitudes ” è la traccia più criptica: prelude a “People are strange“. Morrison parla di animali orrendi generati da onde misteriose: sembra fare riferimento, forse, alle condizioni umane? Uomini sospinti magari, da forze “altre” e inconcepibili. Resta il fatto che, le urla e quelli che sembrano colpi di frusta, ci consegnano quasi un monologo inquieto e inquietante.

L’album si conclude con un brano, degno di essere il simbolo dei Doors: “When the music it’s over. Fantastico, allucinante e allucinogeno: un viaggio a sé, con undici minuti di delirio poetico, di catarsi e vette altissime di espressività.
Non è più musica. Non siamo più dinanzi ad un cantautore: qui c’è Jim Morrison che fa coming-out. C’è il suo disagio; il grido liberatorio del “Re Lucertola”.

La musica è la tua sola amica. Fino alla fine“.

Curiosità

– Il brano “Moonlight Drive“, sembra sia stato il primo che Morrison fece ascoltare a Manzarek sulla spiaggia di Venice Beach. Ascoltati i versi, il tastierista, volle fondare la band.

– I negozianti di dischi, per ovviare all’assenza del titolo o del nome del gruppo, utilizzarono adesivi auto-prodotti: per renderlo riconoscibile ai propri clienti.

“Strange Days” ha ottenuto tre dischi d’oro e due di platino. Si trova al 407esimo posto dei 500 album migliori di sempre.

di Raffaele Felline

Nato “Sotto il segno dei pesci”: tanti auguri ad Antonello Venditti!

Ti ricordi quella strada?
   Eravamo io e te…

Lo scorso 8 marzo Antonello Venditti ha spento 72 candeline: nessuno come lui è riuscito e riesce a toccare le corde più profonde, di un sentire che riscopriamo “comune” quando ascoltiamo un suo brano.

Venditti rientra inoltre, tra i pochissimi, che riescono a raccontare e descrivere Roma alla perfezione: cogliendone la poesia, l’incanto; così come l’inganno e il vizio.

Per una di quelle strane ironie della sorte, nacque in un giorno, divenuto poi, simbolo della lotta di emancipazione e uguaglianza. Il giorno dedicato alla grandezza del genere femminile.

Così, come un comandamento obbligatorio, Antonello Venditti ha scritto e cantato delle donne: in tutte le loro sfumature più piccole e sottili. “Marta“, “Giulia“, “Sara“, “Eleonora“…ognuna con un proprio destino e una propria croce. Un rapporto che spesso, il cantautore, ha definito dannato e viscerale: scoprendosi, come forse solo Vasco Rossi, un ottimo psicanalista dell’universo femminile.

Ma l’ 8 Marzo è l’anniversario anche de “Sotto il segno dei pesci“, un album che si dimentica difficilmente: dolce, ironico, critico, amaro; bellissimo.

Un racconto che si snoda in otto tracce che, singolarmente, sono viaggi individuali e intimi che disegnano la realtà di un contesto sociale ed ambientale, non tanto diverso da quello odierno.

Sotto il segno dei pesci” arriva nel 1978, un anno nefasto per la politica italiana sempre più suddita di un’ America quanto mai lontana. Di questo aspetto ne risentono tutti, anche Venditti: la gente vive momenti di sconforto e incertezza e, parallelamente come un paradosso, vive anche momenti di ribellione e avanguardia.

Il movimento femminista prende sempre più piede: nuove consapevolezze e nuovi sogni, da parte di tutti.
Anche per Antonello Venditti è tempo di cambiare e infatti, questo sarà il suo primo album ad essere prodotto dopo la fine del rapporto professionale con la RCA: rea, a detta dello stesso artista, di non essere particolarmente aperta alle innovazioni che la musica di Venditti voleva portare. Soprattutto nei testi.

E i testi sono l’anima di questo album: piccole perle che funzionano da collante per le diverse anime di Venditti. Versi che hanno poi dato vita a frasi di uso corrente, incastonate in una “spina dorsale” musicale indimenticabile.

Per questo, ogni traccia, meriterebbe un articolo a sé. La title track (Sotto il segno dei pesci) è un viaggio attraverso la giovinezza dell’artista che, nonostante adulto, riscopre in sé stesso e nei volti che descrive, il bisogno costante e impellente di amore.

Due giovani De Gregori e Venditti

Francesco” è il brano che spiega il cambio di rotta artistico di Venditti: è quasi una lettera di scuse all’amico e collega fraterno, Francesco De Gregori. Il quale, ne risentì indirettamente dell’addio di Venditti alla RCA: “scusa Francesco se ti ho rubato, rubini puri dalle tue tasche“.

E poi, da ” Bomba o non bomba” (successo intramontabile) a “Chen il cinese“; passando per l’ironica, in stile Rino Gaetano, ” Il telegiornale ” che insieme a “L’uomo falco” rappresenta la critica e la denuncia sociale di un Paese più che mai contraddittorio.

L’uomo falco in fondo “è un bravo ragazzo” ma anche “un figlio di puttana“.
E poi… E poi c’è “Sara“, la ragazza che deve svegliarsi perché è primavera: c’è un futuro da cogliere e una vita a cui dar vita. Spesso, in questa donna/bambina, Venditti ha rintracciato il seme del femminismo: una donna che lotta contro le convenzioni e le convinzioni. Scegliendo sé stessa ogni giorno.

Giulia” è un brano per certi versi autobiografico: si vuole vedere nella donna forte che trascina con sé tutto, il vero volto di un amante dell’artista. “Giulia ci sa fare. Giulia è intelligente. Giulia è qualcosa di più“.
Una donna matura e ribelle che trova, nelle proprie idee, la forza per affrontare il quotidiano. Ed anche insegnarlo.

Sotto il segno dei pesci” è un gioiello da scoprire, per chi non lo conosce. Una dimostrazione rara di una musica che parla alla mente e al cuore: riuscendo a farlo insieme.

Curiosità

Nel brano “Bomba o non bomba“, gli uomini che “partirono in due ed erano abbastanza“, sono proprio Antonello Venditti e Francesco De Gregori. Un viaggio che parte da Bologna, dove scoppia “la prima bomba” ( quasi a profetizzare la successiva strage del 1980), e arriva a Roma.

In occasione dei quarant’anni dell’album, nel 2018 è stata pubblicata una ristampa dello stesso con l’aggiunta di un inedito (“Sfiga”) e di alcune versioni live dei brani contenuti. A ciò, ha fatto seguito nello stesso anno e nel 2019, uno dei tour più belli e memorabili del cantautore romano. Più di tre ore di musica, impreziosite dall’esecuzione dell’intero album con la formazione originale che lavorò alla sua registrazione.

di Raffaele Felline

“Dog Day Afternoon”: la maestria di Al Pacino e John Cazale

Nel 1975 uscì nelle sale d’America e poi del resto del mondo, un film a suo modo dirompente.

Quel pomeriggio di un giorno da cani” (Dog Day Afternoon), diretto da Sydney Lumet con Al Pacino e John Cazale. Quest’ultimo nome, forse vi dirà poco, ma per associarlo subito a un volto, vi basti pensare a Fredo Corleone: il figlio di Don Vito (Marlon Brando ne “Il padrino“).

Cazale, in questa pellicola affiancato ancora al mitico Al Pacino, ci regala un’interpretazione formidabile. La storia ruota intorno ad un vero fatto di cronaca avvenuto nel 1972 a New York: qui, due rapinatori tentarono di trafugare una banca tenendo in ostaggio i dipendenti.

I personaggi (romanzati) del film, Sonny Wortzik (Al Pacino) e Salvatore Naturale (John Cazale), si presentano subito come un duo poco organizzato e improvvisato. Con  tutta l’aria di chi è teso a voler dare vita più ad un’azione sociale che ad una rapina.

E in effetti, la continua ripetizione di Al Pacino, “sono un veterano del Vietnam“, sembra portare lo spettatore nella direzione suddetta.

Dog Day Afternoon” è un film che lascia incollati al divano: scoppiettante, imprevedibile e ricco di suspense. Una sceneggiatura all’apparenza povera e minimal ma che tuttavia funziona enormemente: impreziosita da due immensi attori.

Con una tecnica di ripresa ricca di primi piani e campi larghi: una telecamera che segue in ogni azione i protagonisti. Spesso, con l’apparente intento di voler indagare l’inconscio degli stessi.

Per questo film, sia Pacino che Cazale ricevettero diverse nomination: il primo vinse un premio BAFTA e ottenne una candidatura agli Oscar.

Alla fine, la pellicola si aggiudicò l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, a Frank Pierson.

Purtroppo questo, fu anche il penultimo film dei pochi realizzati in carriera da John Cazale: infatti, l’attore originario del Massachusetts, morì tre anni dopo in giovane età, a causa di un male incurabile.

Curiosità

Il titolo originale del film, come detto, è “Dog Day Afternoon”. La locuzione “Dog Days”, si riferisce ai giorni di canicola estiva: è così che, in questo periodo caldo dell’anno, è possibile vedere la costellazione del Cane Maggiore. 

Se facciamo affidamento alla corretta declinazione italiana, allora la traduzione giusta sarebbe “Pomeriggio di canicola”.

di Raffaele Felline

“Vendere l’anima” al Dio del Rock: i “17 re” dei Litfiba!

Si può vincere una guerra in due
E forse anche da solo.
E si può estrarre il cuore anche al più nero assassino
Ma è più difficile cambiare un’idea

Questi, alcuni versi di “Apapaia“: brano visionario e anarchico, di straordinario effetto. Un inno alla libertà, ad essere autentici con il proprio Io: un testo in linea con l’onda energica di ” 17 re“.

Un album storico, fondamentale se vogliamo capire chi erano i Litfiba. Ricco di luci ed ombre: misterioso, allucinante, rivelatore.

Mi piace pensare che non a caso, venne rilasciato il 13 Dicembre 1986: il giorno di Santa Lucia, protettrice della vista.

E in effetti, il successivo album (live) della band fiorentina, si chiamerà “Aprite i vostri occhi“. Piccola nota: quest’ultimo, vero esempio di cosa voglia significare un concerto rock.
Ma ritorniamo al disco.

Che cos’è ” 17 re”?
In una parola: ribellione. È il secondo lavoro dei Litfiba e, insieme al precedente “Desaperecido” (1985) e il successivo “Litfiba 3” (1988), va a formare la cosiddetta “trilogia del potere” del gruppo.

I primi tre album dei Litfiba sono infatti impreziositi da veri gioielli musicali in cui, denuncia sociale e introspezione, vanno di pari passo.

17 re” dà vita, nelle sue 16 tracce, ad un sound irrequieto e tagliente. Pura espressione di quella new wave in salsa italiana che, nei Litfiba, trovò massima se non efficace espressione.

Ascoltandolo, ci si sente sospinti da sensazioni contrastanti. Si passa dal rock a tinte hard (Resta; Cane; Ferito), ad atmosfere dark (Gira nel mio cerchio). Dalle sonorità ipnotiche e orientali (Ballata) ; alle sperimentazioni (Univers).

Un viaggio sostanziale e totale, tutto teso a trovare un equilibrio irrisolvibile tra mente e corpo. Da questo conflitto, emerge l’anima che (a seconda di chi ascolta) si colora a suo modo.

La voce di Piero Pelù, serve proprio a questo: una voce graffiante, dolce, melodica e sciamanica. A cui, fa da contrappunto, la chitarra magica di Ghigo Renzulli; il basso corposo di Gianni Maroccolo; la cassa di Ringo De Palma e i suoni evocativi delle tastiere di Antonio Aiazzi.

17 reè il mio consiglio per chiunque voglia avvicinarsi alla storia dei Litfiba e alla loro idea di musica. Il punto di partenza di una carriera, coi suoi alti e bassi, fantastica e degna di nota nel nostro risibile panorama rock.

Curiosità

– La copertina raffigura il cuore di Cristo (re dei re), “macchiata” e sbiadita attraverso l’utilizzo della trielina (una sostanza chimica).

– Il nome “Litfiba”, ha un’origine ben precisa: per anni, con intenti razzisti, si è pensato di riferirsi al nome come un acronimo di un fantomatico “L’Italia finisce a Bari”.

In realtà, Litfiba, è una serie di abbreviazioni utilizzate nel lavoro svolto, all’epoca, dal fondatore (Ghigo Renzulli): sono infatti degli indirizzi/prefissi, in uso alla SIP del tempo. In ordine, si riferiscono: Lit (Italia), Fi (Firenze), Ba (Via de’ Bardi).
La Via de’ Bardi, nel capoluogo toscano, è il punto da cui la band a mosso i primi passi, nei primi anni ’80. In una cantina, ancora oggi, tappa obbligata per tutti i fan.

di Raffaele Felline

I 40 anni di “Bianco, rosso e Verdone”

Il 20 Febbraio del 1981 usciva, nelle sale italiane, “Bianco, rosso e Verdone“.

Un film cult, generazionale ed eterno. Il film dell’ingenuo e sempliciotto Mimmo; del tedioso e soffocante Furio; del disgraziato e tartassato Pasquale Amitrano.

Descrivere questa pellicola è semplice ma allo stesso tempo, può sembrare riduttivo. Non è solo un film comico: possiamo dire che c’è tutto. Il dramma, la riflessione, il realismo di un’Italia completamente lontana da quella odierna.

Bianco, rosso e Verdone” arriva dopo il successo di “Un sacco bello”. Anche qui vediamo la produzione di Sergio Leone, che come in precedenza, credeva fortemente nel talento di quel giovane attore e nella sua capacità di fotografare la realtà.
Il secondo film del comico romano, sostanzialmente, riprende nella trama l’intreccio già collaudato: troviamo infatti qui, tre personaggi per tre storie.

Se vogliamo trovare un filo conduttore che leghi questo film con il primo, o i personaggi tra di loro; possiamo parlare di poesia.

In queste storie, nelle caratteristiche dei volti interpretati e nelle situazioni, c’è tanta poesia. C’è romanticismo a tratti malato (Furio e Pasquale) , insicurezza e sogno (Mimmo). Troviamo malinconia e leggerezza.

Proprio la leggerezza ha caratterizzato per molti aspetti, la carriera cinematografica di Carlo Verdone. Come pochi, è riuscito attraverso le sue pellicole a raccontare gli italiani con i loro vizi e virtù: senza giudicare, distaccandosi da pregiudizi. Restituendo al pubblico un’immagine vera e autentica, anche se spesso “gonfiata” dalle esigenze comiche.

Carlo Verdone è riuscito e riesce a dirci chi siamo, quando torniamo a casa e ci spogliamo delle nostre vesti “sociali”. Un pò come Paolo Villaggio e il suo Fantozzi.

Indimenticabile qui, come spesso ricordiamo quando parliamo di film cult, sono le interpretazioni “altre”: quella della Sora Lella (intramontabile nonna di Mimmo) ; di Angelo Infanti (corteggiatore di Magda) ; di Mario Brega (il camionista con la ” mano de fero e de piuma”) ; di Milena Vukotic e Irina Sanpiter (Magda).

Sullo sfondo, a corollario e cornice di un quadro filmico bellissimo c’è la musica del maestro Ennio Morricone.

Bianco, rosso e Verdone” ottenne quattro nomination ai David di Donatello ma a trionfare fu una sola: Elena Fabrizi, la Sora Lella, che per la sua interpretazione ottenne il Nastro D’Argento come miglior attrice esordiente.

Inoltre questo fu l’ultimo film di Verdone e dei suoi personaggi, se si esclude “Grande, grosso e Verdone” (2008). L’attore infatti, volle cambiare registro e puntare su sceneggiature diverse, per dimostrare di essere in grado di poter fare altro.

Curiosità

– L’amico di infanzia di Carlo Verdone, Stefano Natale, passato ormai alla storia come la vera voce di Mimmo, fa la sua breve comparsa nelle fattezze del soldato che accompagna la Sora Lella su per le scale per andare a votare. Il porticato che si percorre è quello sottostante la casa di famiglia di  Verdone (la casa sopra i portici) : su Lungotevere dei Vallati.

– In un incontro con il direttore della fotografia, Luciano Tovoli, a cui ho avuto modo di partecipare personalmente, si ragionava intorno alla carriera cinematografica e ai film in cui aveva lavorato.
L’artista raccontò un paio di aneddoti inerenti alla pellicola.

Aveva ricordato i giorni afosi delle riprese con nostalgia e tenerezza, così come le grandi abbuffate sul set grazie ai miracoli culinari della Sora Lella. Era lei che cucinava per tutti: una circostanza ricordata più volte dallo stesso Verdone che afferma, di essere ingrassato un bel pò durante la lavorazione.

Inoltre, Sergio Leone aveva la fama di essere un grande “mangiatore”. Purtroppo a causa dei suoi problemi di salute, tra diabete e colesterolo alto, la moglie aveva tassativamente proibito alla troupe e al marito di mangiare in maniera sregolata e avara.

Sergio Leone

Ma Sergio Leone, il re del West, era un tipo temerario. Così, gli unici momenti (ricordava Tovoli) in cui compariva al volante della sua Mercedes bianca, erano quelli intorno all’ora di pranzo.
Una volta, per un misunderstanding, lo staff iniziò a mangiare senza di lui approfittando di tutte le prelibatezze ordinate dallo stesso regista.

Ma ad un certo punto, sull’autostrada desolata, un clacson fece bufera. Era Sergio Leone che arrivava a reclamare cibo, rivolgendo agli addetti ai lavori dediche romanesche che non riporto.

Insomma, una poesia nella poesia.
Echi di un cinema che ormai non c’è più. Che sarebbe stato bello vivere (per me, che sono arrivato tanto tempo dopo).

di Raffaele Felline

“Achtung Baby”: ovvero, la resurrezione degli U2

“It’s all right, it’s all right,
She moves in mysterious ways”

…. Lei si muove in modi misteriosi….

Ed è così che si muove “Achtung Baby”, l’album più iconico ed incantatore degli U2.
Elettronica, “schitarrate” di un The Edge in splendida forma; voce morbida e tagliente di un Bono nuovo: diverso da quello di “War“, per intenderci.

Ma soprattutto, “Achtung Babyè un meraviglioso caleidoscopio di arte e progettazione di più mani, prime fra tutte: quelle di Brian Eno.
Il re, nonchè pioniere, della musica ambiente è presente qui non solo in veste di produttore: dà anche magia alle tastiere.

Il titolo dell’album, dice tutto anche del luogo in cui fu concepito e realizzato: tra Dublino e Berlino. Pubblicato il 18 novembre 1991, e anticipato dal singolo “The Fly“, spiazzò tutti: dalla critica ai fan più affezionati. Ciò che apparve subito, fu un cambio di rotta inerente alla musicalità: dalla costruzione melodica fino a quella di scrittura.
Una scossa nell’anima di una band che veniva da un forte momento di crisi: dopo infiniti tour ricchi di successo, la fine degli anni ’80 per gli U2 è un pò drammatica.

Il bilancio è positivo ma iniziano a trasparire sentimenti contrastanti tra i membri del gruppo. Esempio di questo, è il singolo “One“: il brano, destinato a diventare un “evergreen”, nacque in un clima di divisioni e scontri ideologici.
Da una parte, Bono e The Edge erano pronti per passare all’esplorazione di nuovi mondi sonori. Dall’altra, Adam Clayton (bassista) e Larry Mullen (batterista) pressavano per restare “fedeli alla linea”.

Bono, The Edge e Brian Eno

Ci volle ancora una volta Brian Eno, a convincere gli U2 a venirsi incontro e smorzare gli animi. Così, “One“, nacque proprio da questa distinzione. E al contrario di ciò che si pensa, ovvero che essa sia una ballata romantica, il singolo racconta la dicotomia di un mondo diviso (la città di Berlino prima del crollo del muro). È una canzone di divisione che si sembra risolversi nell’unione suggerita dal titolo.

Da quest’album, ebbe vita l’impressionante e rivoluzionario “Zoo Tour, realizzato sempre con la supervisione di Eno. E come poteva non avere un tour simile, questo album?
Gli U2 si superarono anche in questa circostanza: donando al pubblico uno show mai visto prima. Ricco di effetti, colori e luci; di sound nuovi e futuristici (per l’epoca).
Lo “Zoo Tour” fece tappa anche in Italia: con date indimenticabili come quelle di Roma e Milano.

Una foto del palco dello “Zoo Tour

Dodici tracce che fanno di “Achtung Baby”, l’album che regala vette fino allora inespresse: insieme a ” War” (1983) e “The Joshua Tree” (1987).
Non a caso, la rivista “Rolling Stones” lo ha inserito al 62esimo posto della classifica dei 500 album migliori di tutti i tempi.

Curiosità

Il brano d’apertura, “Zoo Station“, fu ispirato a Bono dalla vicenda degli animali dello Zoo di Berlino. A seguito dei bombardamenti, durante la Seconda Guerra Mondiale, che distrussero parte dello zoo; diversi animali iniziarono a gironzolare tra la macerie della capitale. Liberi da catene e gabbie.
Metaforicamente, possiamo vedere gli stessi U2: pronti a liberarsi anche loro da etichette e preconcetti che fino ad allora, li avevano segnati.

di Raffaele Felline

Non a caso, il brano inizia con una sorta di “white noise” (il rumore di scarso segnale televisivo) : come se si volesse ancora una volta ribadire, la fine di una trasmissione e l’inizio di un’altra.

“La guardia sei tu. Sei tu che mi devi arrestare! “

Tra i meravigliosi ruderi di un’epoca perduta (quella dell’Antica Roma), incorniciata in quel fotogramma senza tempo che si chiama Foro Romano, troviamo Ferdinando Esposito (Totò). L’uomo, magro e spietato, è travestito da guida turistica e, d’accordo con un suo complice, abbindola beatamente i malcapitati visitatori. Avviene però che, truffato un ricco benefattore americano, Ferdinando si ripresenta al suo cospetto (ovviamente inconsapevolmente), mentre si svolge una distribuzione di pacchi alimentari alla popolazione romana meno abbiente.

Siamo nell’Italia del dopoguerra e l’America rappresenta una sorta di grande mamma. In questo contesto, vigila una guardia: Lorenzo Bottoni, alias Aldo Fabrizi. Non appena l’americano riconosce il delinquente nelle fattezze di Totò, si origina un rocambolesco e goffo inseguimento tra la guardia e il ladro.

Così, inizia appunto “Guardie e ladri” (1951), di Steno e Mario Monicelli. Un film che, a detta di alcuni critici, può considerarsi il vero prodotto di quel neorealismo cinematografico in salsa italiana.

Al centro, c’è la guardia che deve catturare e assicurare alla giustizia quel ladro, fuggito intelligentemente nella corsa poco fa richiamata.
E deve arrestarlo entro poche settimane: pena, il licenziamento. D’altro canto, il ladro non ne vuole sapere di farsi la galera perché altrimenti, alla sua famiglia, chi ci pensa?
Accade così, che a causa delle indagini di Fabrizi, le due famiglie tanto diverse tra loro fanno amicizia. E Ferdinando Esposito si ritrova (suo malgrado), a condividere un pranzo domenicale con la tremenda guardia.

Ma il film nella sua interezza, è molto più di un semplice intreccio. Al di là degli equivoci che di volta in volta si scatenano, “Guardie e ladri” ci dona interpretazioni magistrali e indimenticabili. E rappresenta un taglio con diverse concezioni.

Innanzitutto, raccontare una storia di “quasi” amicizia tra una guardia e un ladro, fu motivo di censura. Non dobbiamo scandalizzarci: erano anni assai diversi per il cinema e bastava poco per attirare le attenzioni dei moralisti (a giorni alterni). Ecco che, questo intreccio, fu motivo di tagli e aggiustamenti poiché considerato sovversivo: complici le critiche di Annibale Scicluna Sorge, un fascista maltese contrariato dalla pellicola. Era inaccettabile che una guardia potesse rapportarsi in quel modo con un criminale; così, scontrandosi con i dettami della Commissione di revisione cinematografica italiana (allora presieduta da Giulio Andreotti), il film non ottenne il visto per essere distribuito.

Una volta accontentati i potenti, iniziò a circolare nelle sale prima italiane e poi di tutto il mondo: infatti, fu tra i pochi film che, in quegli anni, ebbero così ampia risonanza in diversi Paesi.

Un’opera diversa, dirompente: anche per il personaggio interpretato da Totò. Questo fu il suo unico film, possiamo ben dirlo, che ottenne larghi consensi da parte della critica : o che almeno fu considerato realmente.
Si lodò l’estro dei registi per aver staccato dall’arte di Totò il ruolo di macchietta, di personaggio teatrale sposato con il varietà, l’ avanspettacolo. Ma Monicelli rimase deluso da questo risultato: lui, avrebbe voluto conservare ancora quell’anima originaria dell’attore napoletano.

Ad ogni modo, Totò qui è insuperabile come poche altre volte gli capitò di essere. Penso, personalmente, a “Siamo uomini o caporali?” (di Camillo Mastrocinque, 1955), in cui si rintraccia un’altra immensa interpretazione. Un taglio col passato quindi, che tuttavia non si dimentica come la scena in cui Ferdinando Esposito ruba un salame pescandolo: letteralmente. Un frame ripreso dal primo assoluto film di Totò: ” Fermo con le mani“, di Gero Zambuto (1937).

Questo ruolo, come abbiamo detto, non passò inosservato e valse all’attore il suo primo Nastro d’Argento: ottenendone solo un altro per “Uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini (1966).

Il film rientra non solo tra i più riusciti di Totò,  ( lui stesso lo preferiva a tutti i suoi lavori), ma anche tra i più celebri ed importanti del nostro cinema. Per ciò che rappresenta, considerando la propria epoca, e per il realismo a tratti malinconico e a tratti comico. È così che la pellicola, è stata inserita tra i 100 film da salvare: un elenco di opere memorabili dal 1942 al 1978.

Inoltre, “Guardie e ladri” vinse anche la Palma d’Oro al Festival del Cannes (1952), in cui subentrò in extremis, a “Lo sceicco bianco” di Federico Fellini.

Un successo di critica ma anche di pubblico: con 653.799.000 lire, divenne tra i film di maggior incasso con Totò.

Nel cast, insieme ai protagonisti già menzionati, possiamo notare: un giovanissimo Carlo Delle Piane; Ave Ninchi; Mario Castellani; Ernesto Almirante; Pietro Carloni.

di Raffaele Felline

Una magia chiamata “Nuovo Cinema Paradiso”

Qualsiasi cosa farai, amala. Come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu

Così Alfredo (Philippe Noiret) si rivolge al giovane Salvatore (Marco Leonardi), mentre si trova nella stazione di Giancaldo, a dire addio al ragazzo pieno di sogni che è pronto per lasciare i suoi affetti. Invitandolo a non ritornare e a non voltarsi indietro…

In quelle parole, qui richiamate, c’è il senso di “Nuovo Cinema Paradiso” (1988): un film ormai “cult”, destinato a lunga memoria e ad eterna bellezza. Una pellicola che ha permesso al suo regista, Giuseppe Tornatore, di spiccare il volo nel firmamento cinematografico nazionale e non.

Al centro, vi è la vita e la figura di Salvatore: il film si apre proprio con il protagonista ormai adulto e realizzato professionalmente. È diventato un famoso regista e vive a Roma: inoltre, ha mantenuto la promessa di non “voltarsi indietro“. Tuttavia, quando la compagna gli comunica di aver ricevuto una telefonata in cui si diceva che era morto un certo Alfredo, Salvatore viene colpito da un fulmine. Un fulmine che lo fa restare sveglio tutta la notte, costringendolo a ripassare la sua esistenza fino a quel momento.

Inizia allora il vero film: un totale flashback, teso a raccontare le vicende della vita di Salvatore, legate indissolubilmente alla figura di Alfredo; il proiezionista del Cinema Paradiso. Il piccolo Totò, interpretato da Salvatore Cascio, è un tipo vivace e sveglio; vive con la madre e la sorella più piccola. Il padre è partito per la guerra, da cui non farà più ritorno. Totò vive di quei sogni che solo la giovinezza sa regalare, e li vive sulle poltrone del Paradiso mentre assiste alle pellicole del suo tempo.

Ma il suo desiderio più grande è capire come avviene quella magia delle immagini e delle voci proiettate sullo schermo. Così, tra mille ostacoli e pericoli, riesce a legare la sua passione con quella di Alfredo, magistralmente e splendidamente interpretato da Philippe Noiret. Alfredo insegna a Totò come dar vita a quelle immagini; il funzionamento del video proiettore; l’utilizzo e il rischio delle pellicole infiammabili. Proprio una di queste, darà vita ad un incendio da cui Alfredo resterà vivo per miracolo: aiutato dallo stesso Totò che incurante del pericolo ha tratto in salvo l’amico-precettore. Che nel frattempo e per sempre, sarà per Totò come un secondo padre.

Da questo evento in poi, sarà Salvatore nel frattempo diventato adolescente, a prendere le redini della sala proiezioni del Nuovo Cinema Paradiso. Finché non deciderà di partire… Così quando da adulto ritorna per l’estremo saluto ad Alfredo, Salvatore ritrova vecchi volti ancora in vita: il Paradiso sta per essere demolito (bellissima la scena in cui , mentre la struttura crolla, Salvatore incrocia gli sguardi dei presenti). Il paese è cambiato, ci sono macchine nuove, giovani distratti e poca poesia. Quella stessa poesia che aveva creato nel protagonista la voglia di diventare grande. È un occasione per Salvatore, di riscoprire anche sé stesso: fare un resoconto di tutto quello che ha vinto e perso; come il ricordo del suo primo ed indimenticabile giovane amore.

Il film riesce praticamente in tutto: cast, sceneggiatura, dialoghi e soprattutto musica. Quella dell’intramontabile maestro, Ennio Morricone. “Nuovo Cinema Paradiso” snoda la sua trama proprio attraverso i film che Totò vede, prima, e proietta poi: film della storia, che danno il senso all’interno della sinossi del tempo che passa. Film sempre diversi: molti dei quali, hanno segnato lo stesso Tornatore per la sua professione. Si dice che, il personaggio di Alfredo si rifà al proiezionista e fotografo di Bagheria, luogo natale del regista, amico e maestro di Tornatore: Mimmo Pintacuda.

Il film, nonostante il successo raggiunto, non ha avuto un accoglienza felice all’inizio: lo stesso Tornatore ha dichiarato che non c’erano sale disponibili per proiettarlo, in quanto non interessate. Incassi pressoché nulli e scarso pubblico: solo a Messina, nella Sicilia così dettagliatamente raccontata dal film, ebbe discreta risposta.

La pellicola si compone di tre versioni: la prima di 173 minuti e presentata già nel 1988 al Festival Europa Cinema di Bari, dove raccolse favori contrastanti da parte della critica. La seconda, di 157 minuti raccoglie meno, come suddetto, nelle sale. Il produttore Franco Cristaldi e lo stesso Tornatore, decidono di tagliare ancora: realizzano una versione internazionale di 123 minuti, con la quale si presentano a Cannes vincendo il Gran Prix della Giuria. Da qui in poi, complice la risonanza di Cannes, il film inizia a circolare più velocemente e felicemente fino ad arrivare in America: vincendo l’Oscar come miglior film straniero nel 1990; un premio BAFTA e diversi Golden Globe. In patria, il David di Donatello va ad Ennio Morricone, per la colonna sonora. Solo per citare alcuni dei prestigiosi riconoscimenti vinti.

Accanto Philippe Noiret, e Marco Leonardi troviamo: Pupella Maggio (madre anziana di Totò) ; un giovane Leo Gullotta; Leopoldo Trieste nei panni del parroco; Enzo Cannavale.

Nuovo Cinema Paradiso” è un monumento e un ringraziamento al cinema: inteso nella sua purezza e nella sua forma primordiale. Luogo di magia, di sogni e speranze, di rivoluzioni e sconvolgimenti. Quella stessa realtà che oggi tanto ci manca e di cui sentiamo la necessità.
Perché i film sullo schermo ci dicono chi siamo. Ci scavano nell’intimo lasciandoci spiazzati: tutti ci siamo sentiti e vogliamo tornare presto a sentirci, come Totò.

Curiosità

Il paese descritto nel film, Giancaldo, non esiste. Giancaldo è una montagna su Bagheria: luogo in cui, gran parte delle riprese sono state realizzate.

Il gruppo progressive metal, The Dream Theater, ha inserito in un suo brano la frase pronunciata da Alfredo dopo essere diventato non vedente, a causa dell’incendio. “Ora che sono diventato cieco, ci vedo di più!“.

Nell’episodio ” Rubare la prima base“, presente nella ventunesima stagione de “I Simpson“, viene ripresa la scena finale del film con i baci tagliati. Mentre, nei titoli di coda dello stesso episodio, risuona il tema musicale di Morricone.

Nella scena finale, ad azionare la pellicola è lo stesso Giuseppe Tornatore.

di Raffaele Felline

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